Esplosione di logorrea fin dal titolo nello scrivere di alcune cose fumettare che ho visto quest’anno e di cui non ho mai scritto ma sulle quali mi esprimo ora, sicuramente fuori tempo massimo, perché, insomma, qua sul blog è abbastanza una tradizione e quindi perché no?

Il 2016 è forse l’anno in cui non arrivo a dire di essermi rotto i coglioni dei film e telefilm di supereroi, ma ho comunque affrontato quel giro di boa dopo il quale non sempre l’amore per i fumetti riesce a farmi concentrare sul bicchiere mezzo pieno. Ci riesco ancora, eh, contro tutto e tutti, e non mi è chiarissimo in base a cosa ci riesca o meno (a naso: mi sa che inizio a non tollerare più chi si piglia troppo sul serio quando va in giro in mutandoni), ma mamma mia che rottura di coglioni che è stata la seconda stagione di Daredevil e quanto, a qualche mese di distanza, fatico ad averne un buon ricordo. Poi, per carità, già la prima, pur trovandola molto bella, non mi ha fatto impazzire e strappare i capelli come è accaduto a tanti altri, ma insomma, era comunque su tutt’altro livello. Qua, invece, un rotolare di maroni quasi ininterrotto, con qualche momento di reale bellezza a mettere un freno qui e lì.

Perché poi, sì, per carità, di momenti belli ce ne sono, sia sul piano narrativo che quello dell’azione. Per esempio c’è un gran bel Punitore, anche se magari il piglio da zarrone di John Bernthal lo distacca un po’ dal “mio” Punitore. E, per altro, la maggior parte delle scene davvero belle della stagione sono sue. E pure Elektra non è male, come personaggio e come interpretazione, anche se la storia che le han costruito attorno è di un moscio senza limiti (ma, d’altra parte, la prima Elektra dei fumetti non è che fosse molto più interessante di questa). Però, boh, ci ho visto il solito problema che vedo in tante serie Netflix: non c’è abbastanza roba per riempire tredici puntate, tredici puntate lunghe, e il risultato è che sembra tutto stiracchiato, allungato, immerso nel brodo. Non è che ci siano necessariamente episodi specifici di cui avrei fatto a meno, è che avrei dato una corposa sforbiciata a tutti o quasi e, magari, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di meno logorroico e palloso.

E poi mancano una direzione chiara e un antagonista forte, sembra di guardare la terza stagione di Arrow, con tutto quel perdere tempo dietro al nulla e quel girare in tondo senza mostrare l’antagonista. No, dico, Arrow. Con affetto, eh, ma Arrow. Certo, se hai come metro di paragone i cattivi della prima stagione di Daredevil e di Jessica Jones non è neanche facile ripetersi, ma qua andiamo veramente sotto zero e non è un caso se la serie si sveglia dal torpore quando fa la sua prevedibile apparizione il pelatone. Per il resto, lampi di grandezza in mezzo alla palta, due o tre belle scene prelevate dai fumetti, una quantità infinita di combattimenti con nemici anonimi che hanno finito per farmi accumulare noia su noia e farmi arrivare al dunque talmente sfinito che poi, quando l’azione avrebbe dovuto avere una qualche importanza emotiva e narrativa, non me ne fregava più nulla. Rimane una serie guardabile, con una produzione ricca e un paio di episodi davvero belli in avvio e verso la fine ma, insomma, eh. E poi, per la madonna, quanta depressione, quanto buio, quanto rincoglionimento. Su, dai, se un sorriso ogni tanto lo tirano fuori in zona di guerra, possiamo farcela anche a New York. Foggy è l’unico personaggio che risulta vagamente umano in mezzo a una mandria di depressi psicopatici. OK non voler fare le comiche come nei film, ma insomma, eh!

Essù, sorridi, che sarà mai?
Essù, sorridi, che sarà mai?

Luke Cage ce l’ho ovviamente più fresco in testa, ma tanto la sostanza non è che cambi moltissimo: ritmo letargico, logorrea, tredici puntate per raccontare una roba che sarebbe stata asciutta e perfetta, boh, in otto e invece si trascina cazzeggiando sulla fascia senza tregua. E, intendiamoci, il problema non è necessariamente il ritmo in sé, perché in diversi momenti il fatto che queste serie Marvel/Netflix si prendano il loro tempo, puntino sulle chiacchierate, sul creare tono e atmosfera, sul dare un peso alle cose, fa parte del loro fascino. Ma poi si parte per la tangente della logorrea, argomento che, come testimoniato da questo post, conosco fin troppo bene, e non si finisce più. Di buono, però, Luke Cage ha personalità e identità, quel che prova e riesce almeno in parte ad essere. Che poi è fra i motivi principali per cui, se lo chiedete a me, Jessica Jones si mangia Daredevil. E infatti la verità è che, nonostante Luke Cage abbia un sacco di problemi e di mancanze, l’ho trovato comunque più interessante e stimolante, seppur magari complessivamente meno riuscito, rispetto a Daredevil. Al primo anno, dico. Rispetto al secondo, well…

Sono per esempio intriganti i temi di cui si parla, e lo sono in una maniera che riesce a far differenziare la serie in maniera forte dal resto dell’universo Marvel Studios e/o Marvel-Netflix. C’è una capacità di tratteggiare il mondo, i luoghi, gli ambienti, ancora una volta fortissima, forse ancora più forte che in Daredevil Jessica Jones, ma con quella stessa qualità percepibile data dalla scelta di girare in location. C’è un lavoro pazzesco sulla colonna sonora, sulle scelte musicali, sugli omaggi sparsi in ogni dove e sul modo in cui i vari pezzi vengono integrati nella narrazione, nell’immaginario visivo, nelle scelte di regia. C’è l’idea divertente del supereroe potentissimo alle prese con avversari “normali” e impossibilitato in qualche maniera a prenderli di petto. C’è insomma una bella serie, con diversi momenti alti, che paga un po’ alcuni suoi limiti ma tutto sommato rimane interessante fino in fondo.

I cattivi, per esempio, non sono male e sono ben interpretati da tre attori che danno l’impressione di divertirsi come matti, ma riescono nell’impresa di non essere approfonditi a dovere nonostante tutto il tempo a disposizione e finiscono per non andare molto oltre alle idee intriganti su cui si basano, senza svilupparle fino in fondo. Funzionano abbastanza, ma il metro di paragone citato prima rimane lontanissimo. L’azione, poi, è impacciata, poco convincente, in parte per la natura del personaggio, in parte proprio per qualche limite di messa in scena. Se magari un giorno si trovasse una sintesi fra l’impaccio dei cazzotti di Luke Cage Jessica Jones e la logorrea di quelli di Daredevil, beh, non sarebbe male. E poi c’è quell’impressione di senso di responsabilità esagerato che porta a strafare, nel momento in cui Cheo Hodari Coker si ritrova ad essere primo showrunner afroamericano di una serie ambientata ad Harlem col primo supereroe di colore ad avere un ruolo da protagonista. È comprensibile che si voglia spingere molto nell’affrontare certi temi ed è perdonabile che a volte la cosa sfugga di mano, ma comunque accade e per ogni trovata fantastica, davvero potente e bella (dall’eroe nero invulnerabile ai proiettili che va in giro con la felpa bucherellata in su), ci sono anche tanti momenti dei quali si apprezzano le intenzioni ma risulta un po’ impacciata l’esecuzione.

Metaforoni - La serie
Metaforoni – La serie

E poi ci sono i due film Marvel che ho visto un po’ in ritardo e dei quali non ho quindi mai scritto qua dentro. Recuperiamo al volo, dai, ché tanto penso di fare in fretta. Anche se in effetti pensavo di fare in fretta anche qua sopra e guarda che roba, manco fossi uno sceneggiatore delle serie Netflix. Comunque, Captain America: Civil War, dicevo, l’ho visto un po’ in ritardo per questioni logistiche, ma sono comunque riuscito ad andare a guardarmelo al cinema, seppur non esattamente all’Imax, e mi è piaciuto. Mi è piaciuto molto, anche, se vogliamo, ma con un po’ di freddezza. E magari era perché non mi sono ritrovato sommerso da uno schermo gigante, o magari perché avendo atteso settimane dopo l’uscita mi ero montato chissà quali aspettative, o magari è proprio per quel giro di boa che menzionavo all’inizio, quello stato di assuefazione, soddisfazione e forse anche un po’ “whatever” che ormai, dopo quindici anni di roba che da ragazzino avrei voluto fortissimo, mi ha fatto suo. Ma tant’è, ho guardato passare sullo schermo gigante delle cretinate bellissime, mi sono divertito, sono scoppiato a ridere più e più volte ma non c’ho avuto quel momento di magia che questi film mi danno praticamente sempre. Overload? Overdose? Sarcazzo? Vai a sapere.

Detto questo, chiacchierandone a freddo, mi sembra comunque uno fra i migliori film dei Marvel Studios. Ha diversi spunti riuscitissimi, un cattivo come al solito in secondo piano ma quantomeno interessante, un bel modo di sovvertire le aspettative con tutta la parte finale, una megarissa al parcheggio che è anni luce superiore a quel che il trailer faceva temere e rende in maniera fantastica una versione cinematografica dei classici macelli a fumetti, con un approccio diverso rispetto alle splash page di Age of Ultron ma un taglio visivamente altrettanto (quasi) perfetto. Il “quasi” è perché i Russo devono infilarsi la shaky cam su per il culo, anche se tutto sommato qui è meno fastidiosa che in tanti altri film. Ah, e poi Jeremy Renner è il solito idolo, Paul Rudd continua ad essere meraviglioso e Tom Holland è un Uomo-Ragno perfetto. Insomma, il solito film Marvel Studios: divertente, gradevole, rassicurante, pieno di piccole cose riuscitissime, difficile da adorare nel complesso, madonna se l’avessi visto a quindici anni mi sarei sentito male.

Ah, i bei tempi in cui nel primo X-Men prendevano per il culo le tutine in spandex colorate!
Ah, i bei tempi in cui nel primo X-Men prendevano per il culo le tutine in spandex colorate!

E poi c’è X-Men: Apocalypse, che mi sono guardato direttamente a casa sempre per faccende logistiche e che, boh, è sicuramente un film con grossi limiti e con la carica emotiva di una pernacchia, ma insomma, mi sembra anche che sia stato eccessivamente criticato e sia tutto sommato una robetta d’azione godibile, con qualche bel momento e in cui comunque Singer porta a casa il risultato con un mestiere, un eleganza e una pulizia che certe merdacce della Distinta Concorrenza si sognano la notte per poi svegliarsi tutte bagnate. Dà perfino un pizzico di dignità e spessore a un cattivo che veramente in versione cinematografica è visivamente impensabile, aiutato anche dal fatto che Oscar Isaac è di una bravura senza senso e riesce far emergere la sua espressività caratteristica sotto quintali di trucco e il suo lavoro sulla voce sotto effetti audio a catinelle.

Ora, questa mia opinione morbida su un film trattato da molti a merda in faccia, forse, dimostra che su quella faccenda del bicchiere mezzo pieno sono ancora indietro, ma, oh, che ci posso fare? Magari è solo che ho preso in antipatia Daredevil. Comunque, di pregi, in X-Men: Apocalisse, ce ne vedo, anche al di là di quanto detto prima e del turbinio di deliziosi omaggi da circoletto dei geek. I nuovi attori, pur avendo poco spazio a disposizione, risultano simpatici e azzeccati, Quicksilver ha un’altra scena enorme, Wolverine (spoiler!) fa un’apparizione simpatica e il reparto costumi mette in mostra alcune fra le doti migliori di Jennifer Lawrence e Olivia Munn. Inoltre, la decisione di spostare l’ago della bilancia verso la distruzione totale viene gestita abbastanza bene sul piano dello spettacolo, senza per questo rinunciare a scelte tutto sommato non banali nel momento in cui comunque il conflitto viene risolto attraverso una lotta di volontà e un lampo silenzioso e straniante.

Poi, certo, si fa prendere la mano dal macello di omaggi, citazioni e inseguimenti narrativi all’insegna della continuity, per altro in un contesto nel quale è ormai evidente che della continuity non frega niente a nessuno, perché tanto hanno usato il cheat del viaggio nel tempo col resettone. E, sì, il cast fin troppo abbondante viene gestito a fatica, con tanti personaggi che alla fin fine stanno lì solo per lanciare spiegoni, Jennifer Lawrence che, vestito iniziale a parte, butta lì una lunga serie di monologhi che non interessano manco a lei e un cattivo che, pur dignitoso nella concezione, alla fin fine viene sfruttato poco oltre il minimo indispensabile, perché non c’è spazio per approfondire i temi che propone. Eppoi, insomma, Fassbender è sempre bravissimo, è un gran manzo e mette un’intensità della madonna anche nelle scorregge, però, veramente, siamo al sesto film consecutivo in cui ruota tutto attorno al fatto che Magneto è un cattivo col cuore di panna deviato dalle circostanze tragiche e rimesso in riga dalla paternale di Xavier. E che due coglioni, eh!

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2 pensieri riguardo “Esplosione di logorrea fin dal titolo nello scrivere di alcune cose fumettare che ho visto quest’anno e di cui non ho mai scritto ma sulle quali mi esprimo ora, sicuramente fuori tempo massimo, perché, insomma, qua sul blog è abbastanza una tradizione e quindi perché no?”

  1. Capisco molto bene la sensazione di sazietà da cinecomics, la provo anche io – anzi, temo di più avendo lasciato serenamente passare al cinema Civil War (che comunque bello) e avendo girato al largo delle serie.
    Mi fa piacere concordare sull’ultimo X-Men, che invece ho visto al cinema proprio perché incuriosito dalla quantità di stroncature piovutegli addosso e ho trovato abbastanza immeritate: il suo il film lo fa bene, c’è un bel Nightcrawler (che però, forse, tu avrai avuto la fortuna di non sentire doppiato perché è inascoltabile), un tamarrissimo Arcangelo e troppo, troppo poca Olivia Munn.

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    1. Sì, l’ho visto in originale. Come design i cattivi non sono male, però sono un po’ tutti molto sottosfruttati e fra l’altro è la seconda volta che Angelo appare per fare la comparsa, un po’ un peccato.
      Nightcrawler non è male, però in X-Men 2 faceva un’altra figura. Già solo la scena iniziale è una fra le robe più belle mai vista nel cinema di fumetti… 🙂

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