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LEGO Batman – Il film

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LEGO Batman – Il film esiste, o quantomeno esiste in questa forma, probabilmente solo grazie al successo riscosso da The LEGO Movie un paio d’anni fa, senza il quale il Batman a mattoncini avrebbe continuato a frequentare i lidi direct to video in cui le produzioni animate targate LEGO vivono da anni. E non ci sarebbe stato nulla di male. Invece, fiutato l’affare, si è deciso di alzare il tiro e, a meno di improbabili flop, siamo forse all’inizio di una nuova invasione delle sale. Il problema è che questo LEGO Batman non è un film all’altezza di quello targato dalla coppia Lord/Miller. Ma non è neanche una sottoproduzione da home video buona solo per tenere calmi i bambini un sabato pomeriggio, eh! È una via di mezzo, il classico filmetto d’animazione di seconda fascia che non s’inventa molto, fa il suo dovere (tenere calmi i bambini per novanta minuti), strappa qualche sana risata e butta lì ammiccamenti a sufficienza per non far addormentare i genitori in maniera troppo brutale. È Minions. E va bene, eh. Però è anche un po’ un peccato.

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Trafficanti

Trafficanti si ispira a un articolo (The Stoner Arms Dealers: How Two American Kids Became Big-Time Weapons Traders, firmato da Guy Lawson per Rolling Stone nel 2011), che racconta la storia di David Packouz ed Efraim Diveroli, improvvisatisi trafficanti d’armi e capaci, sgomitando in maniera non del tutto legale, di conquistare uno fra gli appalti più ambiti offerti dal governo statunitense. Questa storia viene raccontata da Todd Phillips, che tutti noi conosciamo come il cantore dei rincoglioniti a stelle e strisce (Road Trip, Old School, Starsky & Hutch, Parto col folle, la trilogia di Una notte da leoni) ma che, e in questo lo conosciamo probabilmente molto meno, a inizio carriera era un documentarista underground molto apprezzato. Questa sua doppia anima d’autore, sulla carta, lo rende adatto ad inserirsi nel filone sempre più popolare dei film di denuncia che la buttano anche sul ridere.

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Ave, Cesare!

Ave, Cesare segna il ritorno dei fratelli Coen alla commedia flippatissima, completamente fuori di cozza, surreale, sopra le righe, fondamentalmente scema. E, per quanto ci siano lampi improvvisi di quell’approccio anche in A Serious Man A proposito di Davis, era da Burn After Reading, quindi da quasi un decennio, che non la buttavano così brutalmente sul ridere. È anche un film che, per la sua stessa natura tutta bizzarra e che si fa gli affari suoi, è forse destinato a dividere tanto quanto un po’ tutto quello che i due fratelli hanno diretto dopo il trionfo di Non è un paese per vecchi, perché, non è che ci si possa girare attorno, un’opera con questa personalità così assurda la puoi apprezzare solo se per qualche strano motivo ti ci trovi fortemente in sintonia, mentre chi la odia ti accuserà di essere un fan acritico. Insomma, è la solita storia.

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Superbad

Superbad (USA, 2007)
di Greg Mottola
con Jonah Hill, Michael Cera, Christopher Mintz-Plasse

Inizialmente volevano sottotitolarlo “Maiali dietro ai banchi”. Poi, forse perché non era abbastanza geniale, si è deciso di optare per “Tre menti sopra il pelo”. Gioia e tripudio. Cazzo, io quelli che fanno questo lavoro, di inventare titoli orrendi, volgari, fastidiosi, da appiccicare ai film, un po’ li invidio. Che bello dev’essere ritrovarsi tutti assieme a sparar cazzate, a divertirsi a botte di “oh, ascolta, perché non lo chiamiamo così?”. Per non parlare poi di quando si decide che sei film scollegati fra di loro in Italia debbano chiamarsi tutti La casa (e il sesto si chiama La casa 7, perché il 6 porta sfiga). O trasformare in una femmina l’ape Magà, inventare parentele fra Mila e Mimì… no, davvero, è una figata. Da grande voglio fare quello che si inventa cazzate per far tirare di più la roba.

Superbad, comunque, è un altro film della premiata ditta Apatow & co., che in realtà da Apatow è solo prodotto, ma tanto ormai tutto quel che tocca diventa oro, quindi va bene così. Va bene anche magari sopravvalutare un po’ quel che esce dal suo circoletto di amici, perché in fondo si finisce bene o male per sopravvalutare cose comunque ottime, quindi non ci si può lamentare troppo e anzi, avercene.

Perché Superbad non è magari quel film geniale per cui alcuni provano a spacciarlo, ma è una commedia davvero azzeccata, che applica la formula di Molto incinta al film porcello-adolescenziale. Volendo si potrebbe dire che abbiamo trovato un erede per Animal House, Porky’s e (sigh) American Pie, che probabilmente riesce tanto bene quanto quei tre film a rispecchiare i giovani stronzi del decennio di cui parla (non che io conosca bene la vita sessuale degli adolescenti degli anni settanta e ottanta, ma mi piaceva l’idea di scrivere ‘sta cosa).

Più o meno autobiografico, scritto a quattro mani da Seth Rogen ed Evan Goldberg con due protagonisti che si chiamano – toh! – Evan e Seth, Superbad è una classica storiella di fine adolescenza. Si ride, tanto, di fronte a situazioni assurde e demenziali, ma tutto sommato (abbastanza) credibili e (quasi) realistiche. Ma si trovano anche personaggi solidi, credibili, ragazzi in difficoltà nell’affrontare la fine di un periodo importante della loro vita e alla ricerca di una direzione da seguire. E pure dei begli interpreti, con l’adorabile Michael Cera che svetta su tutti.

C’è una bella amarezza di fondo che percorre tutto il film, anche nei suoi momenti più assurdi, e lascia sempre in bocca un retrogusto amarognolo. C’è una scrittura solida e intelligente, che sfugge alle volgarità più ovvie e banali e riesce invece a divertire giocando col basso senza dare mai l’impressione di sfruttarlo in maniera truce o scorretta.

C’è insomma un bel film, che riesce ad essere delicato e a modo suo toccante pur parlando di adolescenti ingrifati che pensano solo a far sesso almeno una volta prima dell’università. E ovviamente c’è da parte mia il timore per una versione italiana che chissà mai quali disastri contiene. Ma in fondo chissenefrega, anche: io ve lo dico, guardatelo in lingua originale.