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Soldado

L’idea di realizzare un seguito per Sicario è allo stesso tempo surreale e perfetta. Surreale perché, onestamente, nel campionato dei sequel di cui non si sentiva il bisogno, sta parecchio in alto. Perfetta perché l’immaginario tratteggiato da Sheridan e Villeneuve era talmente potente e suggestivo che è comprensibile il desiderio di sfruttarlo per farci altro. E infatti, “altro” è proprio quello che Soldado fa, rinunciando al punto di vista “umano” di Emily Blunt per concentrarsi sulle figure di Josh Brolin e Benicio Del Toro, che nel primo film erano allo stesso tempo fondamentali ma sfuggenti, appena accennate. Più che un vero seguito, insomma, Soldado è quasi forse uno spin-off, che del resto cambia molti nomi fondamentali (oltre ad Emily Blunt, via anche Denis Villeneuve, Roger Deakins e Johann Johannsson), conservando però il word processor di Taylor Sheridan e la sua passione per il western contemporaneo camuffato da thriller.

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Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

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Ave, Cesare!

Ave, Cesare segna il ritorno dei fratelli Coen alla commedia flippatissima, completamente fuori di cozza, surreale, sopra le righe, fondamentalmente scema. E, per quanto ci siano lampi improvvisi di quell’approccio anche in A Serious Man A proposito di Davis, era da Burn After Reading, quindi da quasi un decennio, che non la buttavano così brutalmente sul ridere. È anche un film che, per la sua stessa natura tutta bizzarra e che si fa gli affari suoi, è forse destinato a dividere tanto quanto un po’ tutto quello che i due fratelli hanno diretto dopo il trionfo di Non è un paese per vecchi, perché, non è che ci si possa girare attorno, un’opera con questa personalità così assurda la puoi apprezzare solo se per qualche strano motivo ti ci trovi fortemente in sintonia, mentre chi la odia ti accuserà di essere un fan acritico. Insomma, è la solita storia.

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Sicario

Sicario (USA, 2015)
di Denis Villeneuve
con Emily Blunt, Josh Brolin, Benicio Del Toro

Quest’anno, per qualche motivo, è scattato il momento della guerra alla droga in tutte le forme. Prima Don Winslow ha tirato fuori The Cartel, discreta bombetta seguito di quella bombona che fu dieci anni fa Il potere del cane, poi è arrivato Narcos su Netflix e quindi Sicario al cinema. Come mai capitano queste convergenze? Vai a sapere, ma di certo non ci si lamenta, vista la qualità media (alta) e visto che l’argomento è parecchio interessante, oltre che meno frequentato di quanto si potrebbe pensare. Sicario, poi, ha dalla sua diversi aspetti notevoli, al di là del fatto di essere un film girato benissimo, con un lavoro pazzesco sulla fotografia e degli attori tutti uno meglio dell’altro. Che son tutte cose che non si buttano.

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Everest

Everest (USA, 2015)
di Baltasar Kormákur
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Ang Phula Sherpa, John Hawkes, Naoko Mori, Michael Kelly, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Robin Wright

Nel lontano 1996, quarantatré anni dopo la prima scalata di successo fino alla vetta dell’Everest, esplose improvvisamente il boom delle salite “commerciali”, già in atto da qualche tempo ma particolarmente forte durante quell’estate. Gente che può permetterselo (economicamente, ma forse non sul piano dell’abilità) e quindi paga delle guide per (provare a) farsi portare sul tetto del mondo. Chi non lo farebbe? Ma soprattutto: perché farlo? Eh, lo chiede verso metà film anche il giornalista Jon Krakauer, inviato per un reportage della spedizione, senza ottenere una risposta davvero convincente. E risposte convincenti non ne dà in assoluto Everest, un film per molti versi risaputo e semplice, che non mira mai alto (battutona!) ma fa più che bene il suo dovere.

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Non è un paese per vecchi

No Country For Old Men (USA, 2007)
di Ethan & Joel Coen
con Josh Brolin, Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Kelly Macdonald, Woody Harrelson

È Non è un paese per vecchi uno dei migliori film dei fratelli Cohen? Hai voglia, qua stiamo dalle parti di Fargo e L’uomo che non c’era. Da quelle parti, un po’ sopra, un po’ sotto, un po’ attorno. È No country for old men uno dei migliori film degli ultimi due o tre anni? Ma sì, suvvia, anche se si fa in fretta a smentirmi, con tutti i pezzi da novanta che mi sono perso per strada. È l’ultimo dei due fighetti dal Minnesota un film capace di piacermi tanto ma tanto ma tanto? Uhm.

Oddio, sì, per carità, assolutamente sì. Sì perché – caspita – come fa a non piacermi tanto ma tanto ma tanto una roba diretta in questo modo? Con questa cura, questa strabordante e avvolgente capacità di trascinarti dentro. Con quel dialogo micidiale fra Bardem e il vecchio alla stazione di servizio, con un Josh Brolin che ti chiedi in quale caspita di angolo fosse nascosto fino all’altro ieri, con quell’incredibile bravura nel camminare in equilibrio perfetto sul filo che separa il dramma, il thriller, la satira, il racconto morale. Con Tommy Lee Jones, fra l’altro, che ormai me lo fa venire duro pure se si mette a leggere la lista della spesa.

Eppoi io ho sempre un po’ di stima per chi si prende il rischio di sfottere lo spettatore, per chi trascorre due ore montando badilate di materiale, di tensione, di voglia, di lancinante trasporto, e poi ti frega non dandoti neanche un briciolo di soddisfazione. Soprattutto perché m’hanno fregato per davvero, stavolta. Ci son rimasto male, proprio, a vedermi negato il confronto finale, e solo col senno di poi sono riuscito ad apprezzare la cosa. Anche perché, diciamocelo, la cazzata vera viene dopo, in quel dialogo fra Tommy e l’altro vecchio, quell’insostenibile spiega che mi deve fare il sottotitolo e la didascalia, mi deve dire il cosa, il perché e il percome. E che due palle!

Soprattutto quando poi la spiega mi arriva assieme a tre o quattro finali messi uno dietro l’altro, che se c’è una cosa che mi uccide lo spirito e mi ammazza i coglioni sono i film con diciottomila finali. Oh, poi magari è colpa del doppiaggio, e se me lo vedo in originale Tommy Lee me lo fa venire duro anche in quella parte. E d’altronde, se è vero che il finale è quello che ti ricordi uscendo dalla sala, è vero anche che due mesi dopo pensi, che so, a Brolin che aspetta Bardem seduto sul letto, ai cani incazzati che si gettano nel fiume, all’inseguimento notturno fra le macchine. A quelle cose lì, e volendo pure alle riflessioni che ci stanno sotto, che son belle, ricche e profonde, anche se magari era meglio non spiattellarmele in maniera tanto didascalica. Insomma, non mi ha fatto impazzire, ok, ma avercene, di film così, ci mancherebbe!

American Gangster

American Gangster (USA, 2007)
di Ridley Scott
con Denzel Washington, Russel Crowe, Chiwetel Ejiofor, Josh Brolin

Se Ridley Scott non avesse girato Soldato Jane, 1492 e – cazzo – Un’ottima annata, probabilmente oggi sarei ancora un suo fan, come quando ero un pirletta adolescente innamorato di Alien, Blade Runner e I duellanti. Adesso, invece, sono un pirletta trentenne innamorato di Michael Mann, mi piace tirarmela annuendo intensamente quando qualcuno dice che in fondo in fondo Tony potrebbe non essere il fratello scemo e al caro Ridley lo guardo un po’ con quell’occhio tenero che si riserva allo zio rincretinito.

Se fossi ancora quell’adolescente lì, beh, andrei a vedere American Gangster con la speranza di gustarmi, che so, una roba vagamente paragonabile a Il padrino o a Quei bravi ragazzi. E invece ci vado prevenuto, di Padrino mi viene in mente il terzo, e non spero neanche troppo che si graviti in zona The Departed. E finisce che in fondo un pochino rimango sorpreso, e non si sa perché.

Del resto che c’è da rimanere sorpresi, nell’osservare ancora una volta quanto impegno da pubblicitario creativo ci metta Ridley nel dipingere belle immagini? Che mica si può pensare di dire che American Gangster sia brutto da vedere, anzi, è proprio figo e bello solido. Il problema è che è troppo bello e troppo solido. Troppo pulitino, perfettino e leccatino, con quell’aria da epica criminale progettata a tavolino seguendo tutte le regole della ricetta.

Sembra fatto col manuale, non si sfugge a nulla e ci si becca tutto, dall’inizio alla fine. Che va pure bene, eh, se però si riesce a dare un filo di mordente, invece di tirar fuori ‘sto lavoro di routine banale come una scorreggia con la sbroda dopo che hai preso freddo al pancino. Un film da due ore e mezza a cui serviva un’altra mezzora almeno, anche se rimane la sensazione che Ridley non sarebbe riuscito a dargli spessore neanche in quattro ore.

Certo, ci sono delle gran belle immagini, quella cruda apertura fra le fiamme, quel matrimonio spezzato dal poliziotto rompicoglioni, quella maestosa retata, ma c’è anche tanto, troppo, di tirato via, buttato lì a caso, come tutta la vicenda del compagno di Russel Crowe o il tentativo un po’ maldestro di tratteggiare un’epoca, che vien la malinconia al pensiero di quanto bene c’era invece riuscito Ted Demme.

Oh, poi, si torna al punto di partenza: considerando certa roba che il Ridley riesce a tirar fuori quando ci si mette, American Gangster me lo bevo molto volentieri. Tanto più che un film con Denzel Washington in cui non mi viene voglia di uccidermi ogni volta che appare Denzel Washington non lo vedevo da un po’.