Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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Il redentore – Redeemer

Dubito sia stata una manovra voluta, ma in fondo è buffo e quasi un po’ poetico che Redeemer spunti in Italia (direttamente sul mercato dell’home video, non ci allarghiamo) mentre stanno tutti a chiacchierare della seconda stagione di Daredevil e dello scontro fra il cornetto e l’uomo col teschio sul petto. Perché? Perché il protagonista di questo film è una specie di Punitore appesantito dal senso di colpa, dalla convinzione religiosa e dal certo qual approccio suicida all’attività da vigilante che caratterizzano Matt Murdock. Ma con il fisico di Marko Zaror e un felpino con cappuccio molto pratico per spararsi le pose plastiche. Sto cercando collegamenti troppo arditi? Certo, ma insomma, la verità è che non ho poi molto da dire su questo film e mi trovo costretto a cazzeggiare sulla fascia, un po’ come l’autore Ernesto Díaz Espinoza cazzeggia nelle scene di raccordo fra un pestaggio e l’altro.

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Justified – Stagione 6

Come fai a realizzare la sesta stagione di Justified, una fra le serie più belle degli ultimi anni, arrivando dopo quattro annate più o meno della madonna e una quinta che al contrario era di uno sgonfio allucinante? Come fai a chiudere tutto nella maniera migliore, tirando fuori tredici episodi che risolvano ogni faccenda come si deve, trattino nella maniera giusta i personaggi che contano davvero, si prendano il lusso di salutare chiunque vada salutato, mettere tutto quel che va messo, non rinunciare a nulla, tirar di gomito, strizzare l’occhio, divertire, caricare la tensione, far salire la commozione e, insomma, salutare come si deve l’uomo col cappello?

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E si riparte

Mentre viene pubblicato in automatico questo post, dovrei essere a Londra che aspetto di salire sull’aereo per San Francisco e probabilmente mi sto riempiendo lo stomaco di qualche porcheria. Almeno credo, ché fra il cambio d’ora con Londra e WordPress che c’ha un fuso orario tutto suo, non ci sto capendo nulla. Si va alla Game Developers Conference, ancora una volta, ogni volta potrebbe essere l’ultima. Questa volta la spedizione è corposa: oltre a me e al solito contingente abruzzese (Fotone & Giacci), ci sono anche Nabacchio e Kenobitto. Ma siamo cinque fancazzari, quindi non è che produrremo particolarmente più del solito. Ad ogni modo, potrete leggerci/guardarci quasi tutti su IGN. “Quasi” perché il Giacci si farà gli affari suoi e Nabacchio scriverà per Everyeye. Ah, chiaramente, al ritorno, con calma, gestiremo tutti assieme un Outcast Reportage.

Tutto questo a patto che non finisca malissimo la canonica gitarella fuori porta del sabato, che questa volta abbiamo organizzato in una maniera che rischia di avere l’antico sapore del passo più lungo della gamba. Ma insomma, vedremo. Fra l’altro, sarà la prima volta da quando è nata l’erede che mi allontano da casa per giorni, oltretutto appena due settimane dopo il ritorno della signora in ufficio e l’ufficializzazione definitiva del mio status da donna di casa che si occupa della poppante. La vivremo tutti malissimo. La mia carta di credito teme fortemente all’idea che io possa finire per compensare la mestizia da lontananza passando in Disney Store e negozi assortiti che trattino roba regalabile a bambini.

Ah, le foto dei pirla in viaggio le metto su Facebook, mentre per quanto riguarda il blog, le pubblicazioni, come sempre, arrancheranno e/o si fermeranno. In realtà, ci sarebbe un post previsto per martedì, ma bisogna vedere se riesco a prepararlo in tempo. E poi chissà, magari mi viene voglia di scrivere cose in trasferta. Suspense. #credici

Rimane poi sempre valida la classica domanda: ma tanto chi te se incula?

Ave, Cesare!

Ave, Cesare segna il ritorno dei fratelli Coen alla commedia flippatissima, completamente fuori di cozza, surreale, sopra le righe, fondamentalmente scema. E, per quanto ci siano lampi improvvisi di quell’approccio anche in A Serious Man A proposito di Davis, era da Burn After Reading, quindi da quasi un decennio, che non la buttavano così brutalmente sul ridere. È anche un film che, per la sua stessa natura tutta bizzarra e che si fa gli affari suoi, è forse destinato a dividere tanto quanto un po’ tutto quello che i due fratelli hanno diretto dopo il trionfo di Non è un paese per vecchi, perché, non è che ci si possa girare attorno, un’opera con questa personalità così assurda la puoi apprezzare solo se per qualche strano motivo ti ci trovi fortemente in sintonia, mentre chi la odia ti accuserà di essere un fan acritico. Insomma, è la solita storia.

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Kill Zone – Ai confini della giustizia

Il primo SPL, noto anche come Kill Zone e uscito nell’ormai lontano 2005, è un film di culto per gli amanti del cinema d’arti marziali di zona Hong Kong, fondamentalmente per tre motivi: (1) mette di fronte Sammo Hung e Donnie Yen, (2) racconta una storia iper drammatica, cupissima, da noir senza speranza e complicata come solo nei polizieschi orientali e (3) mette di fronte Sammo Hung e Donnie Yen. In pratica è come se Heat – La sfida fosse un film di Hong Kong, al posto di De Niro ci fosse Marlon Brando e lui e Al Pacino fossero famosi più per la capacità di menare che per quella di recitare. C’è pure un giovane Wu Jing nel ruolo di Val Kilmer! No, OK, non è proprio così, ma secondo me un po’ rende l’idea. Fatto sta che ritrovarsi per le mani una roba con quel taglio da poliziesco “serio” abbastanza ben realizzato, con dentro un mito come Sammo Hung ancora in grado di dire la sua e un Donnie Yen forse all’apice della forma, all’epoca, fu una discreta botta. E giustamente, anche.

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Cooked

Cooked è un documentario a episodi basato sul libro omonimo di Michael Pollan (pubblicato in Italia come Cotto – Storia naturale della trasformazione). La miniserie è stata curata da Pollan assieme ad Alex Gibney, uno fra i documentaristi più attivi e celebrati degli ultimi anni, e si divide in quattro puntate seguendo la stessa struttura del libro. L’idea è quella dell’arte culinaria raccontata tramite una divisione in quattro ambiti, corrispondenti agli altrettanti elementi che danno vita alla trasformazione dei cibi: fuoco, acqua, aria e terra. Le quattro sezioni del libro diventano qui altrettanti episodi, nei quali si cerca di affrontare i mille temi visti sulla pagina, rimescolandoli anche con argomenti parzialmente nuovi e sintetizzando un po’ tutto nel giro di quattro ore scarse. Riuscendoci, ma non troppo.

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Agent Carter – Stagione 2

La seconda stagione di Agent Carter è quella della svolta. Realizzata con maggior padronanza, sicurezza, consapevolezza e perfino voglia di sperimentare un altro po’, prende tutto quel che c’era di buono nel primo anno (look di grande personalità, scrittura molto brillante, bella atmosfera retrò e una protagonista eccellente circondata da bravi attori) e rilancia, aumentando il numero di puntate, raccontando una storia di più ampio respiro e gettando sul piatto anche qualche trovata fuori di cozza, tipo quel bellissimo momento in stile musical. Ed è, per il secondo anno di fila, una serie deliziosa. Purtroppo rischia di essere la stagione della svolta anche in quanto ultima, dato che gli ascolti sono andati sempre peggio. E che ci vuoi fare?

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The Final Spam

Anni fa, qualcuno (Mensola, credo) mi aveva chiesto nei commenti del blog (quello vecchio) di segnalare da qualche parte i vari articoli che pubblicavo altrove, perché ci teneva a leggerli. Per quello mi misi a compilare gli elenconi a tendina con i link a tutto quello che pubblicavo di qua e di là e mi portai dietro quel fardello per anni. Col passaggio a WordPress, decisi che era ora di basta e la feci finita. Tanto più che mi ero già messo da tempo a pubblicare ogni domenica un post in cui riassumevo tutto quel che avevo pubblicato altrove nel corso della settimana.

E anche quella storia me la sono portata dietro per anni. E anche di quella storia mi sono rotto le palle. Quindi, questa è l’ultima volta che si manifesta qua sopra il post domenicale con linkati i contenuti pubblicati altrove. Tanto, insomma, chi ci tiene sa come trovarli e ci sono là in cima i link ai posti che frequento. Ad ogni modo, questa settimana, su IGN ho enucleato il video sul gioco del mese di febbraio, oltre a traduzioni, fatti e situazioni che non sto qua ad elencare. Su Outcast, invece, abbiamo il The Walking Podcast sulla seconda stagione di Z Nation, il Videopep sulla roba che ho giocato a febbraio, il nuovo Outcast Popcorn e l’Old! sul marzo del 1976. A posto.

Tanto chi te se incula, via.

Legend

A Brian Helgeland, da queste parti, si vuole molto bene. Del resto, come fai a non amare uno che ha scritto L.A. ConfidentialMystic River e Man on Fire? Ha pure scritto e diretto Payback, per la miseria! Quindi insomma, quando il Brian si mette al lavoro su un film poliziesco e/o da grande saga criminale, è inevitabile alzare il sopracciglio con interesse, anche se l’affermazione “basato su una storia vera” si erge sempre come monito capace di destare infinite preoccupazioni. Aggiungiamoci che stiamo parlando del film con due Tom Hardy al prezzo di uno, una mossa che da un lato viaggia sull’orlo di un baratro chiamato “buffonata”, ma dall’altro promette gran divertimento, e diventa lecito sperare in Legend. Aspettative soddisfatte? Eh, insomma.

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