Archivi tag: Robin Wright

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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House of Cards

Avviso per i naviganti: questa cosa qua sotto contiene spoiler, abbastanza specifici sulle prime due stagioni, un po’ più vaghi sulle successive. Poi non vi lamentate.

Nella mia testa bacata, House of Cards parla soprattutto dell’approccio che la sua coppia di protagonisti, i malefici Claire e Frank Underwood, ha nei confronti dell’umanità, intesa non come “insieme degli esseri umani” ma come natura dell’essere umano. Poi, certo, c’è anche altro, per esempio l’elemento un po’ thrilling dell’ascesa al potere di Francis, ma tanto quello alla fin fine si risolve ogni anno con dodici puntate e mezzo di girare in tondo mentre sembra che le sue macchinazioni stiano per esplodergli sotto il culo e un’ultima mezz’oretta in cui risolve le cose con la mossa del giaguaro. E sì, c’è anche il mostrare come in fondo la politica moderna si riassuma tutta in una serie di mani che si lavano a vicenda, favori, ricatti e ricattini, farsi ben volere il più possibile, farsi mal volere il meno possibile, procurarsi mille strumenti diversi per manipolare il prossimo e mettere in secondo piano qualsiasi genere di attività che non serva per rimanere attaccati al cadreghino. Ma quello mi stanca in fretta, perché alla fin fine è un po’ sempre un ribadire lo stesso concetto utilizzandolo solo come motore degli eventi, senza metterci poi sotto chissà quale peso narrativo o, per l’appunto, politico.
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Everest

Everest (USA, 2015)
di Baltasar Kormákur
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Ang Phula Sherpa, John Hawkes, Naoko Mori, Michael Kelly, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Robin Wright

Nel lontano 1996, quarantatré anni dopo la prima scalata di successo fino alla vetta dell’Everest, esplose improvvisamente il boom delle salite “commerciali”, già in atto da qualche tempo ma particolarmente forte durante quell’estate. Gente che può permetterselo (economicamente, ma forse non sul piano dell’abilità) e quindi paga delle guide per (provare a) farsi portare sul tetto del mondo. Chi non lo farebbe? Ma soprattutto: perché farlo? Eh, lo chiede verso metà film anche il giornalista Jon Krakauer, inviato per un reportage della spedizione, senza ottenere una risposta davvero convincente. E risposte convincenti non ne dà in assoluto Everest, un film per molti versi risaputo e semplice, che non mira mai alto (battutona!) ma fa più che bene il suo dovere.

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La storia fantastica


The Princess Bride (USA, 1987)
di Rob Reiner
con Cary Elwes, Robin Wright, Mandy Patinkin, Chris Sarandon, Andre the Giant, Christopher Guest, Wallace Shawn, Fred Savage, Peter Falk, Billy Cristal

Lascia sempre di stucco scoprire quanto la percezione di un film possa cambiare nel tempo. Quando vidi per la prima (e ultima) volta La storia fantastica in televisione, avrò avuto al massimo tredici anni e ne rimasi estasiato, tanto da conservarne ancora un affezionatissimo ricordo, fatto di personaggi adorabili e divertentissimi e di un’atmosfera magica, sognante, romantica. A rivederlo oggi, il primo impatto è straniante, perché ci si trova davanti a una produzione di livello televisivo, con set davvero poveri e musiche che, Mark Knopfler o meno, sembrano poco più che file midi.

Eppure bastano pochi minuti per rendersi conto di come tutto questo non stoni affatto, perché La storia fantastica è un film incredibilmente autoconsapevole, che non ha paura di prendersi in giro e, soprattutto, lo fa splendidamente. La sceneggiatura che William Goldman ha tratto dal suo omonimo libro è davvero brillantissima, carica di battute memorabili e personaggi ben caratterizzati. I toni oscillano di continuo fra il divertito, il divertente e, nei rarissimi momenti in cui il film si prende sul serio, perfino un discreto e appassionante senso epico.

Reiner orchestra poi il tutto alla perfezione, con un gran senso del ritmo e una discreta saggezza nel non esagerare coi toni demenziali. La storia fantastica prende in giro gli stereotipi del fantasy, ma non li disprezza, anzi, se ne serve per raccontare la sua storia. E il risultato è che diventa facilissimo innamorarsi di personaggi tanto simpatici e ammiccanti ed è davvero impossibile non emozionarsi nel travolgente assalto finale, con quel piccolo, splendido, geniale duello fra Inigo Montoya e l’assassino di suo padre.

E in tutto questo neanche ho citato l’azzeccata idea del narratore Peter Falk, che racconta la storia al famigerato nipotino Fred Savage e lo fa pian piano appassionare agli eventi, con una serie di siparietti che potevano tranquillamente diventare fastidiosi e posticci inserti, ma al contrario funzionano benissimo. E mentre il bimbo senza nome si appassiona sempre più a una storia che inizialmente gli pareva poco interessante, così lo spettatore non può fare a meno di farsi rapire dalle avventure del temibile pirata Roberts. Da ragazzino, come dicevo, ma alla fin fine anche da ragazzone, magari non troppo cresciuto.