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Le colline hanno gli occhi (2006)


The Hills Have Eyes (USA, 2006)
di Alexandre Aja
con Aaron Stanford, Dan Byrd, Emilie de Ravin, Michael Bailey Smith, Robert Joy, Laura Ortiz, Ted Levine, Kathleen Quinlan, Tom Bower

L’edizione 2006 di Le colline hanno gli occhi ha per buona parte l’aria del compitino diligente, che non va molto oltre una pedissequa riproposizione della storia originale, con qualche trovata aggiunta. Splendidamente diretto, a conferma di un talento per l’horror già messo in mostra con Alta tensione e che ha obiettivamente al momento pochi eguali, questo remake mostra però qualche pecca di sceneggiatura, incidentalmente per lo più relativa alle novità.

Il prologo, per esempio, è un bel pezzo di cinema, ma nell’economia generale del film è più dannoso che altro, perché mette subito le carte in tavola e toglie a tutta la prima parte di pellicola il fascino dell’ignoto che caratterizzava il film di Wes Craven. La scelta di mettere in scena i freak assassini come veri e propri mutanti deformi, poi, fa sicuramente perder loro certi tratti un po’ ridicoli che avevano nell’originale, ma li rende tutto sommato molto meno spaventosi, perché più lontani dal quotidiano e soprattutto – non credevo fosse possibile – ancor meno caratterizzati.

Al di là del prologo, di un suicidio riuscito invece che fallito e di qualche altro dettaglio, la prima metà di film segue praticamente nei minimi particolari gli sviluppi dell’originale e, tutto sommato, risulta altrettanto riuscita, crudele, violenta. Anzi, il superiore gusto per il gore, pure impreziosito nell’edizione su DVD, aumenta ulteriormente l’impatto di alcune scene. Proprio questa maggiore anima truculenta viene mantenuta per tutto il film e rende, se possibile, ancora più incisiva la reazione delle vittime, che imboccano una delirante spirale di violenza e diventano carnefici efferati.

Nel raccontare l’esplosione di rabbia di un padre disperato, Aja non tradisce la storia a cui si ispira, ma la mette in scena in maniera differente, inserendo una bella idea come quella della città fantasma, regalando una buona mezz’ora di splendido horror, ma facendo davvero venire il latte alle ginocchia con un tragico spiegone che, come sempre, ammazza alla radice qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo. Il male del cinema, la didascalia, terribile sempre e comunque, insopportabile e ingiustificabile quando, come in questo caso, si incista a ribadire cose che il film ha già raccontato.

Più in generale, a lasciare perplessi è il fatto che Aja abbia voluto buttare lì a casaccio un po’ di tematiche interessanti, senza poi volerle sviluppare (se non col già citato e insopportabile spiegone). Considerando che praticamente sotto qualsiasi altro punto di vista si è limitato a ricalcare il modello di Craven, ripulendolo e aggiornandolo al gusto dei ggiovani moderni, tanto valeva non fare nemmeno lo sforzo. Avremmo probabilmente guadagnato uno splendido esercizio di stile, disturbante e trascinante, ottimo nella sua totale assenza di pretese. Invece, così com’è, rimane una godibilissima gioia per gli occhi, ma fa anche un po’ incazzare.

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Le colline hanno gli occhi (1977)


The Hills Have Eyes (USA, 1977)
di Wes Craven
con Susan Lanier, Robert Houston, Dee Wallace, Russ Grieve, John Steadman, James Whithworth, Virginia Vincent, Lance Gordon, Michael Berryman, Janus Blythe

Le colline hanno gli occhi è Non aprite quella porta, rifatto alla maniera di Wes Craven, con un pizzico di Cane di paglia. Racconta infatti delle vittime di una famiglia di freak assassini psicopatici che, dopo un’oretta di sevizie e patimenti, si incazzano e reagiscono, dando vita ad un sanguinario scontro finale.

Inquietante e di grande atmosfera nelle premesse, crudo ed efficace nello sviluppo, un po’ pacchiano e in pericoloso equilibrio sul fossato del ridicolo nella parte conclusiva. Dopo un’avvio “preparatorio” di grande efficacia, l’opera seconda di Wes Craven trascina prepotentemente nel vortice di panico che assale la famiglia di protagonisti, vittime di una violenza tremenda e insensata. Le atmosfere sono quelle del periodo a cui risale il film, che quindi fa di tutto per essere crudo, scioccante e sanguinario oltre il sopportabile. E a tratti ci riesce anche, giocandosi bene le sue carte, non facendosi problemi a mostrare violenza esplicita quando serve e trattando il peggio possibile i suoi personaggi.

Sulla lunga distanza, però, forse per i tempi troppo dilatati della narrazione, forse per dei cattivi un po’ troppo sopra le righe, forse per il classico finale rambesco à la Wes Craven, la tensione cala parecchio, lasciando certo spazio a una discreta dose di divertimento, ma non tenendo testa alle notevoli premesse. Rimane comunque una pellicola in grado di suscitare forte impatto ancora oggi, a trent’anni di distanza, grazie soprattutto all’efficace conduzione di un regista che, quando in vena, è sempre stato un ottimo mestierante dell’horror. Peccato solo che lo sia stato abbastanza di rado, in vena.