Archivi tag: Kurt Russell

Fast & Furious 8

Allora, metto subito le mani avanti riguardo a Fast & Furious 7: me lo ricordo bello, divertente, con delle scene d’azione enormi (quella del mio cuore rimane Stath vs l’ospedale in piano sequenza, fosse anche solo perché ti colpisce subito sui denti, però pure l’inseguimento in montagna e i salti a Dubai, oh!) ma anche sconclusionato e farraginoso nella scrittura, poco efficace sul piano emotivo, poco equilibrato e anche per questo eccessivamente lungo, al punto che verso la fine del macello conclusivo mi aveva un po’ stancato. Però, ehi, quei momenti là, due anni dopo, ancora mi fanno spalancare la bocca solo a ripensarci. Ecco, Fast & Furious 8 non ha quella cosa della bocca spalancata, non riesce ad essere altrettanto enorme e, soprattutto, fatica a inventarsi davvero qualcosa, accontentandosi invece di recuperare, omaggiare e riciclare in chiave cafona. Ma i lati “negativi” (virgolette d’obbligo) finiscono lì, perché ha comunque delle scene d’azione grosse e divertenti e soprattutto questa volta le inserisce in un film che ha senso dall’inizio alla fine (nei limiti concessi da roba di questo tipo, s’intende), non perde mai il ritmo, funziona a tutti i livelli ed è complessivamente migliore. Forse il migliore della serie dopo il quinto. Meglio così? Non so, per sicurezza nei prossimi giorni torno a vederlo.

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Deepwater – Inferno sull’oceano

La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera dinamica, semi-sommersa e [aggiungere termini tecnici a piacere] che veniva utilizzata per esplorare potenziali giacimenti di petrolio e prepararli all’estrazione. O qualcosa del genere. Nel 2010, grazie a un sapiente mix di scarsa manutenzione, decisioni discutibili arrivate dall’alto (British Petroleum) e, magari, anche un po’ di sfiga, si è scatenato un disastro esplosivo, che ha provocato la totale distruzione della piattaforma, 11 morti e 17 feriti fra le 126 persone a bordo e un conseguente abnorme riversamento di petrolio nel Golfo del Messico, per uno fra i disastri ambientali peggiori della storia. Per un certo periodo di tempo, il film ispirato a queste vicende avrebbe dovuto dirigerlo J.C. Chandor (Margin Call, All is Lost, 1981 – Indagine a New York), che però ha poi mollato per “divergenze creative” e ha lasciato il progetto nelle mani di Peter Berg (Friday Night Lights, Hancock, Battleship, Lone Survivor).

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Bone Tomahawk

È un po’ triste che un film come Bone Tomahawk, bello com’è e col cast che si ritrova, finisca per uscire negli USA giusto in qualche sala, confinato al regno delle produzioni indipendenti che vivono soprattutto di distribuzione digitale. In pratica, perlomeno se andiamo a vedere certi generi, il mercato cinematografico americano ha fatto il giro nella direzione opposta per diventare comunque simile a quello italiano, dove le cose più interessanti, se va bene, passano magari in TV e/o si accomodano in home video. Che è infatti quel che è accaduto a Bone Tomahawk. O forse non è triste ed è solo il segno dei tempi, una volta qui era tutta campagna e i cinema erano invasi dai cowboy come oggi lo sono dai supereroi, fra quarant’anni saremo pieni di gente in calzamaglia direct to video e chissà cosa ci sorbiremo sul grande schermo. Nel mentre, però, un po’ spiace non potersi gustare questo gran bell’esordio in sala. Ma insomma, sopravvivremo.

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The Hateful Eight

The Hateful Eight è l’ottavo (o nono, o magari perfino decimo, fate voi a seconda di se/come volete contare i due Kill Bill e l’episodio di Four Rooms) film di Quentin Tarantino ed è quello con cui, al netto del desiderio già espresso di realizzare almeno un altro western, va probabilmente a chiudere il suo ciclo storico e politico, in un crescendo che ci ha portati a un ritratto impietoso e rabbioso degli Stati Uniti d’America. Un po’ come già Jackie BrownDeath Proof, è un film che sembra quasi volersi scrollare di dosso gli eccessi spettacolari e più appetibili per il pubblico mainstream dei due precedenti, che riduce la risonanza del cast e pensa a farsi soprattutto gli affari suoi, a botte di sofisticazioni vintage, integralismi su lenti, pellicola, ouverture e intervallo, un tripudio più forte che mai di suggestioni da studente della storia del cinema, narrazione di stampo teatrale come mai prima nella carriera del regista e, sostanzialmente, due ore di gente che chiacchiera senza tregua per accumulare elementi su cui far esplodere la tensione e il macello nella seconda parte. Ed è un film bellissimo.

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