Archivi tag: William Holden

Sabrina

Sabrina (USA, 1954)
di Billy Wilder
con Audrey Hepburn, Humphrey Bogart, William Holden

Sabrina è la giovane figlia di Thomas Fairchild, il chauffeur della benestante famiglia Larrabee. Ingenua, impacciata, maldestra e sognatrice, trascorre la giovinezza fantasticando sul suo impossibile amore per David, il minore dei fratelli Larrabee. David, però, è un donnaiolo perditempo, che non si accorge nemmeno dell’esistenza di Sabrina, perlomeno fino a quando non se la vede apparire davanti rimessa a nuovo, nelle vesti di donna sofisticata e affascinante. Finalmente fra i due scocca la scintilla, ma in mezzo si mettono i piani della famiglia Larrabee e l’imprevisto interesse per lei da parte di Linus, fratello maggiore di David…

Ogni tanto ci vuole un tuffo nei classici lontani, specie quando poi si va a botta sicura con un nome come quello di Billy Wilder. Sabrina è un film delizioso, una commedia semplice semplice, che non va oltre la rielaborazione della fiaba di Cenerentola, ma che lo fa appoggiandosi su un cast di attori scintillante. E del resto la ragion d’essere del film era probabilmente il mettere assieme due attori freschi d’Oscar e uno che il massimo premio del cinema americano l’aveva vinto pochi anni prima.

Beh, il trio funziona alla grande, Audrey Hepburn è adorabile, Bogart è un meraviglioso orso rubacuori e William Holden gigioneggia dall’inizio alla fine. Si ride poco, ma di gusto, soprattutto grazie all’esilarante Walter Hampden, e la piacevole atmosfera da favoletta ti lascia addosso un bel sorriso dall’inizio alla fine. Un film elegante e delicato, attuale e capace d’indossare con leggerezza e nonchalance tutto il peso degli anni che si porta sulle spalle.

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Il mucchio selvaggio

The Wild Bunch (USA, 1969)
di Sam Peckinpah
con William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan

1913, siamo in piena Rivoluzione messicana. L’epopea del grande west è agli sgoccioli e i pistoleri al tramonto arrancano stancamente fra una rapina in banca, una sgroppata al bordello e un malinconico tramonto passato a riflettere sui propri peccati. Pike Bishop (uno strepitoso William Holden) è a capo di un mucchio di banditi senza ormai più arte né parte, braccato da un altro mucchio, di disperati e sbrindellati cacciatori di taglie, capitanati da Deke Thornton, vecchio amico di Bishop. Le vie di questi uomini si incroceranno con quelle della revolución di Pancho Villa e del generale Mapache…

Finalmente ho visto l’opera forse più celebrata di Sam Peckinpah, un regista che mi cruccio sempre di non conoscere abbastanza, anche perché, ogni volta che avvicino un suo film, non rimango deluso. Il mucchio selvaggio ricorda parecchio il precedente Sfida nell’alta Sierra, soprattutto nei protagonisti: personaggi vecchi e stanchi, ma anche adorabili guasconi carichi di autoironia, capaci di vivere con uno splendido spirito di autoconsapevole cazzeggio le vicende tragiche che vivono. Caratteri scritti in maniera meravigliosa, uomini legati da un’amicizia virile che così forte esiste forse solo al cinema, ma che risulta comunque viva, vera, pulsante e tremendamente coinvolgente. Perdenti condannati a rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato, uomini destinati al tragico fallimento, incapaci di controllare il proprio destino e le proprie azioni.

Poetico e struggente, ma allo stesso tempo capace di esplosioni di sana comicità, Il mucchio selvaggio è anche un vivido esempio di quanto davvero i celebrati registi action di questi tempi debbano a Sam Peckinpah. Le due sparatorie che aprono e chiudono il film sono genuinamente impressionanti, oltre che per la famigerata violenza esplicita, per la maestosità e la spettacolarità della messa in scena. Roba che, non c’è nulla da fare, a quasi quarant’anni di distanza ancora influenza massicciamente il cinema di tutto il mondo, da John Woo ai Wachowski, da quel cretino di Michael Bay a gente come Tarantino e De Palma. Roba che ti mette addosso la voglia di vedere tutti gli altri film di questo grande, e tutto sommato nemmeno troppo prolifico, regista.