Italia vs Grecia – 52 a 73

Cosa si può dire, dopo una partita del genere? Che considerazioni si possono trarre, da una simile serie di schiaffoni rifilati a un cadavere che di tanto in tanto s’imbizzarrisce per una semplice reazione nervosa? Che gli azzurri sono fatti così, si svegliano solo quando c’è qualcosa in palio (ma tipo l’onore non conta nulla?), magari, oppure che i veterani si stanno risparmiando per quando dovranno giocare tre partite in tre giorni in avvio di Eurobasket. Certo, si può dire. E si può dire anche che alcuni (Garri, Belinelli, Bargnani e probabilmente non solo loro) pagano un po’ la preparazione frettolosa per tarda convocazione o a singhiozzo per acciacchi vari. Però, allora, che si fa, non si dice niente, su ‘sto spettacolo indecoroso?

Non lo si dice, che in mezzo all’apatia generale, fra un Bargnani spaesato, un Belinelli che spara a caso sulla folla, un Bulleri alla ricerca di un cecchino che faccia smetterlo di soffrire e un Marconato ectoplasmatico si è visto anche qualcosina di buono? Perché se non si possono criticare i cattivi, allora, non è giusto nemmeno sottolineare la voglia, l’impegno e l’efficacia di Gigli, Mancinelli e Di Bella. E non bisognerebbe neppure dire che Basile (toh, un veterano) gioca la sua prima partita decente da un paio di settimane e, anzi, addirittura gioca proprio bene, mettendo ordine, difendendo, tirando con percentuali accettabili.

E che facciamo, non lo diciamo, che si deve davvero sperare che Recalcati voglia “nascondere” Crosariol per poi tirarlo fuori di potenza all’Europeo? Perché sennò non si spiega, davvero non si spiega, il modo in cui lo sta utilizzando. Caspita, questo entra con l’Italia che perde tantissimo a zero e comincia a tirare testate da tutte le parti. In una manciata di minuti conquista rimbalzi, si fa schiantare addosso qualsiasi tentativo avversario di attaccare il ferro, abbozza un minimo di gioco in post (l’unico dei nostri a farlo, ma non solo ieri, per tutto il mese) ruba palloni, serve assist, va a tirare (male, ok) un paio di liberi e segna oltretutto il primo canestro degli azzurri.

E Recalcati che fa? Lo toglie e non lo fa più entrare fino alla fine della partita. Continua a giocare con i lunghetti atipici che non prendono nemmeno un rimbalzo e stazionano dietro la linea da tre, rimette piuttosto dentro il fantasma morto di Marconato. A questo punto comincio a temere che abbia il coraggio di lasciarlo a casa. Beh, scusa Carlo, io di basket magari (ma anzi, sicuramente) non ne capisco quanto te, di certo non ho le tue conoscenze, la tua esperienza, la tua carriera alle spalle. Ma sottovalutare l’impatto che ha Crosariol quasi ogni volta che entra in campo, soprattutto contro squadre potenti sotto canestro come la Grecia, beh, mi sembra delirante.

Ma cazzo, ma sfruttalo, mica dico che debba toccare ogni pallone in attacco, ma con la presenza che ha in difesa, con quella la capacità di far valere il fisico, con l’opportunità che ti offre di variare l’attacco e aprire spazi per gli altri, ma come cazzo fai a lasciarlo ad ammuffire in panca per tenere dentro l’ammuffito (quello per davvero, parrebbe) Marconato o per far giocare Gigli in centro e Mancinelli in ala grande?

Io ti stimo e ti voglio pure un po’ bene, perché hai vinto un bronzo europeo e un argento olimpico, e perché quando hai vinto quest’ultimo c’ero pure io, ad Atene. Però, porca puttana, se mi lasci a casa Crosariol io ti odio. Sì sì, non è che non sono d’accordo, mi stai sulle balle, o che. TI ODIO. Perché Crosariol, è ovvio, non è e non sarà mai il giocatore simbolo della nazionale, il più importante, il salvatore della patria. Ma è per molti versi il simbolo del modo in cui stai gestendo la situazione. E quindi voglio proprio vedere cosa ci combini. E, sappilo, ti odio pure se te lo porti per farlo giocare tre minuti a partita. Hai capito? Ecco. Oh, poi magari vinci l’Europeo mentre Crosariol se ne sta a casa a guardare le partite in TV. Ecco, a quel punto non ti odio più, al massimo mi stai un po’ sulle palle.

Comunque, fra tre giorni si comincia, e io ti aspetto al varco.
Stai attento.

P.S.
Per favore, qualcuno dica a Lauro che il primo turno dei playoff raggiunto dai Raptors con Bargnani non è il miglior risultato della loro storia, e che nel 2001 sono andati a un tiro sbagliato sulla sirena dal vincere gara 7 del secondo turno contro i Sixers. Oppure fatelo direttamente stare zitto, via, che ci godiamo le partite senza la sua logorroica e insostenibile telecronaca.

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La ragazza dello Sputnik

Supûtoniku no Koibito (Giappone, 1999)
di Haruki Murakami

Nella primavera del suo ventiduesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno un grado della sua forza, attraverò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una tempesta del deserto e seppellì sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore straordinario.

In questo modo adorabilmente delirante si apre La ragazza dello Sputnik, secondo libro di Haruki Murakami su cui metto le mani e nuova piacevolissima, intensa e toccante lettura, fra l’altro anche un filo meno logorroica rispetto a Tokyo Blues – Norwegian Wood. Si parla di amori non corrisposti e dell’impossibilità di corrisponderne. Di persone radicalmente trasformate da eventi drammatici della loro vita e dell’inutile tentativo di “salvare” chi si ama.

Un libro malinconico e struggente, che rapisce per la capacità di creare un mondo surreale e sovrapposto a quello di tutti i giorni, per la semplicità verace con cui racconta di viaggi in giro per il mondo e per l’assurda peculiarità dei suoi protagonisti. Murakami oscilla fra la commedia romantica, l’intenso melodramma e addirittura la fantascienza, creando un efficacissimo mix, che fa probabilmente genere a sé.

E il risultato è un fantastico libretto, ricco di spunti interessanti, che racconta di passioni e misteri, di sogni infranti ed emozioni appassite. E in mezzo ci finisce pure un pizzico di thrilling, buttato lì, così, e destinato a sfumare nel nulla amaro e senza soluzione, se non quella fornita all’immaginazione del lettore da alcuni indizi abilmente e abbondantemente sparsi in giro. Ma è poi davvero importante, scoprire dove si nasconde la verità?

Doom

Doom (id Software, 1993/2006)
sviluppato da id Software – John Carmack, John Romero

Riprendere in mano Doom e rigiocarlo tutto, dall’inizio alla fine, in pieno 2007, è un’esperienza istruttiva e affascinante. Non è solo una questione di nostalgia per tempi andati e che non saranno più, non c’è solo la solita indulgenza nei confronti di un classico, in grado di influenzare fin nel DNA, nel bene e nel male, il mondo dei videogiochi venuti dopo di lui. Si tratta proprio del piacere di avere a che fare con una roba ancora oggi tremendamente divertente e appassionante. Un ammasso di pixel capaci per brevi tratti di creare atmosfera tanto quanto le odierne maree di poligoni. Ma soprattutto un drammatico specchio dei tempi, che ricorda, casomai ce ne fosse bisogno, quanto il genere degli sparatutto (o fps, o quel che vi pare) sia cambiato nel giro di un decennio.

Doom è videogioco nel senso più puro e pieno del termine. Non cerca di fare cinema, non si infogna nella narrazione, pensa solo a fornire materiale per giocare, in abbondanza, e a infarcirlo di un’atmosfera sordida, cupa, opprimente, malata e disgustosa, seppur filtrata da una certa dose d’ironia. E in questo, poco da dire, funziona bene ancora oggi, nonostante l’aspetto grafico smorzi inevitabilmente un po’ del coinvolgimento. Epperò, pixelloni a parte, si resta comunque di fronte all’ennesimo esempio di quanto un misero bitmap senta sempre meno il peso degli anni rispetto a una figura poligonale.

Le bestiacce di Doom, soprattutto a un primo approccio, quasi non si possono guardare, per il modo impacciato, legnoso, piatto e monodimensionale con cui vanno in giro. Eppure, sarà per l’inconfondibile stile del design, sarà per la colonna sonora studiata ad arte, sarà quel che sarà, ma hanno ancora un carisma e un fascino a dir poco rari. E per di più popolano livelli fatti e pensati con l’unico e solo scopo di offrire una sfida, appassionante e stimolante.

Le mappe di Doom riducono le ambientazioni di qualsiasi fps moderno, anche il più apparentemente “libero”, al rango di semplici corridoi, piatti e dritti, strade senza uscita verso una destinazione immutabile. Nel capolavoro (e diciamolo, su!) di id Software l’uscita da un livello bisogna invece sudarsela per davvero, riempiendo di piombo e plasma i nemici, certo, ma anche scrutando ogni metro quadro alla ricerca di bonus, munizioni e interruttori, esplorando gli anfratti per scovare quella maledetta ultima chiave. Ci si diverte a giocare, semplicemente, una cosa che oggi, quantomeno, si fa in maniera molto diversa. Non necessariamente migliore o peggiore, solo diversa.

E, impossibile negarlo, quel divertimento è rimasto immutato ancora oggi. Certo, bisogna trovarlo sepolto sotto una coltre di vecchiume grafico che probabilmente solo la nostalgia può spingere a superare. Sicuramente, si affronta la necessità di superare delle sfide reali, senza essere condotti per mano fra un filmato e l’altro. Ma ne vale la pena, per la piacevolezza dell’esperienza in sé e per l’importanza del “documento storico”. Roba da nerd sfigati e vecchi dentro, insomma.

Ah, la versione Live Arcade è convertita molto bene, sebbene in deathmatch online si giochi un po’ di merda. Ma d’altra parte, siamo seri, il punto è rigiocarselo da soli, o al massimo in cooperativa, vagando come disperati fra corridoi infestati di mostri e sobbalzando a ogni minimo rumore. Non negatevelo.

Tezuka secondo me

Boku no Tezuka Osamu (Giappone, 1994)
di Takao Yaguchi
Edito da Kodansha Ltd.
Edizione italiana a cura di Kappa Edizioni

Tezuka secondo me è un fantastico esempio di autobiografia “trasversale”, che racconta la vita dell’autore Takao Yaguchi (noto in Italia fondamentalmente per aver creato il pescatore Sampei), la sua giovinezza nel Giappone rurale e il suo personale rapporto con l’opera di Osamu Tezuka. Scritta in reazione all’inattesa morte del “dio dei manga”, la storia si apre proprio su quel nove febbraio 1989, per poi compiere un balzo indietro di quarant’anni e dare il via alla narrazione vera e propria.

E da qui partono quattrocento splendide, appassionanti e vibranti pagine, che raccontano la crescita e la formazione artistica dell’autore, la vita nel Giappone del dopoguerra, l’avvio della carriera di Osamu Tezuka seguito attraverso un’analisi delle pagine dei suoi fumetti e il devastante, incancellabile, totale impatto che la sua opera ebbe sull’intero mondo del fumetto dagli occhi a mandorla. E quindi, di riflesso, anche sul fumetto occidentale, quando negli anni Novanta esplose la nippomania e tutti, dai più famosi statunitensi all’ultimo dei bonelliani, cominciarono a infarcire di linee ipercinetiche e occhioni dolci i propri lavori.

Tezuka secondo me è un’opera importante e fondamentale, per i tanti livelli di lettura che offre, per l’approccio amichevole e appassionante con cui si racconta, per la quantità di dettagli e informazioni che riesce a proporre senza mai diventare pedante o noioso. Leggo che si tratta di un’edizione quasi unica al mondo, anche perché in patria è ormai fuori catalogo da anni. Beh, un plauso a Kappa Edizioni per lo sforzo compiuto: ne valeva davvero la pena.

La settimana a fumetti di giopep – 26/08/2007

Novità
Tezuka secondo me *****
Questo si merita un post a parte, in arrivo a breve.

Y: The Last Man #9: “Motherland” (L.O.) *****
Giunte ormai al nono volume, le vicende dell’ultimo (o quasi) uomo rimasto sulla Terra continuano a non mostrare evidenti segni di cedimento e rimangono anzi una fra le letture più piacevoli sulla piazza. Si respira forse solo quella tipica aria da “ci siamo quasi”, ed è proprio evidente, se penso che quando ho letto il paperback ancora non sapevo di avere fra le mani il penultimo ciclo narrativo (o terzultimo, insomma, del resto mancan dodici numeri). Brian K. Vaughn getta sul tavolo le sue ultime carte e prepara le pedine per il ciclo finale, che si preannuncia esplosivo, vuoi per i tanti misteri da risolvere (ma avremo davvero tutte le risposte?), vuoi perché in ogni caso la curiosità di scoprire dove si voglia andare a parare è ormai quasi insopprimibile.

Antiquariato
Aquaman #13/14 (L.O.) ***
Due episodi di transizione, a fare da raccordo fra Rick Veitch e John Ostrander. Molto, davvero molto riuscito e ben scritto il primo, sulle vicende di una famiglia in pericolo di vita nel bel mezzo di una furiosa tempesta, decisamente meno gustoso il secondo, impacciato riassunto delle puntate precedenti.

Aquaman: American Tidal (L.O.) *****
Impressionante quanto una manciata di episodi scritti da Will Pfeifer riescano a cancellare per intensità, ritmo, potenza dei temi trattati l’intero ciclo di Rick Veitch. American Tidal è una gran bella storia, che inizia col botto e prosegue in un gran crescendo, senza aver bisogno di supercattivi da combattere o di colpi di scena stravolgenti. Racconta semplicemente di bei personaggi messi in una situazione di estrema crisi e di temi importanti trattati con gusto. E si concede anche il lusso di buttare lì un buon punto di partenza per sviluppi futuri. Complimenti a Pfeifer e complimenti a Patrick Gleason, che sembra un po’ un clone di Doug Mahnke, ma funziona molto bene.

Aquaman #21/31 (L.O.) ****
Cambiano gli sceneggiatori (da Pfeifer a Ostrander e poi Arcudi), ma non l’eccellente modo in cui i semi gettati da Pfeifer in American Tidal vengono fatti germogliare. San Diego si è ritrovata improvvisamente sepolta sotto tonnellate d’acqua oceanica e gli abitanti stanno affrontando la loro nuova condizione di vita. Con fra le palle Aquaman, una lunga serie di loschi personaggi che vogliono inzupparcisi e l’ovvia degenerazione a cui la natura umana ci costringe sempre (o perlomeno questo sembrano pensare gli sceneggiatori del mondo intero: mai che vada tutto liscio, in un ambiente ristretto popolato da uomini!)

Steampunk #6/12 (L.O.) ***
Con questo secondo atto di una trilogia poi rimasta incompiuta, Steampunk continua a non convincermi fino in fondo. E francamente fatico a cogliere davvero il motivo: i disegni di Chris Bachalo sono come sempre splendidi, la narrazione non ingrana subito, ma quando parte ha un gran bel ritmo, il mondo fantastico c’è ed è ben caratterizzato e i misteri sono intriganti. Forse mancano un po’ di carisma i personaggi, o forse non è proprio il mio genere di storia, effettivamente troppo contorta nello stile narrativo. Di certo, sono in buona compagnia.

The Flash: Rogue War (L.O.) ****
Geoff Johns e Howard Porter chiudono la loro gestione col botto, tirando le fila di tutti i discorsi lasciati in sospeso e regalando una storia avvincente, tiratissima, ricca di colpi di scena, affascinante nel modo in cui sviluppa la psiche dei vari personaggi e soprattutto strapiena di cattivissimi che si prendono a ceffoni e vogliono fare il culo a Flash. Spettacolare, tesa, ricca d’azione e divertente per gli sviluppi dei paradossi temporali. Promossa.

The Flash #226/230 (L.O.) **
Una chiusura indecente per una serie gloriosa. Meno male che poi han cambiato idea.

Wonder Woman: The Bronze Doors (L.O.) ***
Ultima saga “indipendente” di Rucka prima del definitivo tuffo nel turbine di crossover legati a Infinite Crisis, The Bronze Doors mi ha lasciato un po’ addosso un’impressione di tirato via, di “chiudiamo tutto come si riesce che poi bisogna pensare ad altro”. Ma del resto è un po’ tutta la gestione Rucka che, pur valida, piacevolissima da leggere, con momenti davvero riusciti, mi sembra non riuscire mai a sbocciare davvero, a sfruttare fino in fondo il grosso potenziale che mostra.

Senza parole

Estratti da www.fip.it:

“Danilo Gallinari non potrà partecipare al Campionato Europeo in Spagna.
La Tac a cui è stato sottoposto, questo pomeriggio all’ospedale di Bamberg (Germania) ha evidenziato una infrazione ossea alla testa del perone della gamba destra. Per recuperare occorrono venti giorni di stop. Decisamente troppi per partecipare all’Europeo che inizia il prossimo 3 settembre.”

“Bamberg (Germania). Italia-Russia è un incubo che sembra non finire mai. Non solo perché l’Italia perde in malo modo con la Russia decisamente superiore tecnicamente e fisicamente, o perché va sotto fin dal primo quarto (6-23 al 10’), ma anche perché la gara è proprio funestata dalla notiziaccia che Danilo Gallinari non parteciperà al Campionato Europeo.”

“Prima si è infortunato Mason Rocca, quindi l’energia che poteva essere di sostegno laddove il talento non arriva, poi Danilo e Andrea Bargnani. Domani spero che mi dicano che Andrea può riprendere (i tempi di recuperano parlavano di quattro giorni, ndr), perché comincia ad esserci disorientamento nel gruppo che non può vivere in continua attesa. In ogni caso è vero che i quintetti e gli equilibri vanno ricreati.”

“piove sul bagnato: Galanda prende un colpo al mignolo della mano destra mentre Belinelli esce per una distorsione alla caviglia destra: entrambi sono da valutare.”

Italia vs Lituania – 70 a 86

E alla fine sono arrivati anche i coppini di scherno, belli energici e convinti. Contro la Lituania gli azzurri hanno retto venti minuti perché Bulleri ci teneva a riscattare la prestazione oscena di ieri, ma nel terzo periodo non ci hanno davvero capito niente e al primo segnale di crollo, ancora una volta, si sono miseramente lasciati andare. E poco conta se poi, nell’ultima frazione di gioco, con gli avversari che si rilassavano e facevan giocare i bimbi, c’è stato l’ennesimo abbozzo di rimonta. Anche perché questa volta manco ci è stato concesso e siamo stati ricacciati indietro a calci in culo. Ma pure se fossimo arrivati a meno tre, davvero qualcuno avrebbe avuto il coraggio di celebrare il carattere di una squadra che per tre giorni di fila si fa prendere a ceffoni e rimonta quando gli altri si rilassano?

Direi di no. E direi anche che davvero c’è poco da salvare, sul fronte azzurro, in questo torneo dell’Acropoli. Fa piacere la conferma di Gigli che sta giocando con un’aggressività e una voglia che probabilmente non ha mai avuto in vita sua. Ed è bello vedere che Soragna sa ancora tirare le testate che ci servono. Buona prova anche di Hackett, ordinato e solido: continuo a preferirgli Di Bella, se non altro perché è il nostro unico piccolo in grado di saltare regolarmente l’uomo e attaccare il canestro, e me lo ricordo bene quanto Pozzecco servì ad Atene per questo motivo. Ma in ogni caso Hackett ottimo e positivo per il futuro e santo subito per la faccia di cazzo con cui ha tenuto testa alle provocazioni dei greci nella seconda partita (che io, di fronte a un Papadopoulos che si avvicina così, scapperei a gambe levate).

A proposito di tenere testa a Papadopoulos, qualcuno spieghi a Recalcati che Crosariol va confermato e va cavalcato un pochino di più. Non dico che debba diventare il perno dell’attacco, sarebbe assurdo con Belinelli, Bargnani e Gallinari (speriamo) sani, ma non capisco perché non provare a sfruttare un po’ la sua potenza sotto canestro, che ci darebbe una dimensione diversa in attacco e libererebbe un po’ di spazio per i tiratori. Non è Olajuwon, non è Shaq, ma lì sotto, quando gli han dato palla, ha tenuto botta contro i lunghi greci e lituani, trovando punti e falli subiti. Non abbiamo NESSUN altro che faccia questo, in quella marea di mezzaliforsecentri che tiran solo da fuori e se ricevono spalle a canestro oscillano fra la palla persa, il mattone sul ferro e lo scarico.

E in più è una presenza fisica difensiva devastante. Certo, commette errori di inesperienza, certo, tende a caricarsi di falli, ma porca puttana, chi altro abbiamo in grado di far rimbalzare Papadopoulos contro un MURO DI CEMENTO in quel modo? Nessuno. E invece ci dobbiamo tenere Galanda, con le sue sparacchiate da tre, i suoi continui falli in difesa, la sua monodimensionalità, e Marconato che sembrava vivo contro le squadrette, ma in Grecia si è fatto stoppare dai piccoli e non ha preso un rimbalzo neanche quando gli cascava la palla in mano. E per non rinunciare a tutti i veterani bisogna segarne due fra Crosariol, Mancinelli, Di Bella e Hackett. Bah!

Comunque, queste tre partite han ribadito, casomai ce ne fosse bisogno, che i veterani tanto belli e tanto bravi non stanno in piedi, se li costringi a un minutaggio pesante e a tirare la carretta. Il Basile che entra pochi minuti e porta ordine, esperienza e qualche tiro piazzato va benissimo. Quello che gioca troppo e passa il tempo buttando per aria qualsiasi cosa gli passi fra le mani non serve a un cazzo, perché semplicemente non ce la fa più, come non ce la faceva un anno fa in Giappone.

Ma in ogni caso, in generale, è l’atteggiamento che non va bene. Manca la coesione, manca il gruppo, manca la difesa, e non ce ne facciamo niente di Bulleri che gioca quindici minuti di fuoco perché vuole far vedere che non è bollito come sembrava contro la Grecia. Io spero davvero, a questo punto, che i vecchietti si stiano risparmiando per quando le cose diventeranno serie, ma così, a naso, ho davvero l’impressione che la tanto sperata fusione fra veterani e ragazzini stia faticando a cementarsi. E sarebbe un bel problema.

Comunque, è chiaro che senza Gallinari e Bargnani non si poteva sperare di battere le corazzate. Fa male vedere quell’atteggiamento e non mi convincono certe scelte di Recalcati (ma chi sono io per giudicarle?), però non è ancora troppo il caso di fasciarsi la testa. In Germania dovrebbero tornare gli assenti, speriamo in buone condizioni e speriamo in grado di integrarsi a dovere nel poco tempo rimasto. Oltretutto le palle è importante che vengano tirate fuori a settembre, non adesso. E poi vediamo che decide Recalcati: comunque vada, secondo me ci smeniamo. Che il taglio sia Mancinelli, Crosariol o il play di riserva. O che non sia tagliato nessuno dei tre perché Bargnani è inutilizzabile e si libera un posto. Ma chi sono io per giudicare?

Italia vs Grecia – 62 a 72

Seconda giornata di torneo dell’Acropoli, secondo schiaffone, prevedibile e bello corposo, con la mano aperta e il segno delle cinque dita ben stampato in faccia. La Grecia è impressionantemente forte, per il talento e la fisicità dei singoli, ma ancor di più per la sua essenza di squadra. Sono uniti e compatti, abituati a giocare assieme, funzionano come meglio è difficile fare e sono obiettivamente fuori portata per l’Italia attuale, ben lungi dall’essere amalgamata a dovere e difficilmente in grado di diventarlo fino a che non saranno risolti i problemi fisici delle due stelline Bargnani e Gallinari. Fa comunque piacere vedere che ci si sia limitati allo schiaffone e non si sia arrivati ai coppini di scherno.

Non che i simpaticoni non ci abbiano provato, a far cinema coi numeri d’avanspettacolo, ma gli è stato fatto capire in fretta che non era il caso e, anzi, gli azzurri ci hanno provato fino in fondo, giocando un’onesta partita e limitando il passivo in maniera decorosa. Dopo lo squallore visto contro la Slovenia, la reazione di carattere era prevedibile, dovuta, e non va quindi sopravvalutata. Fa piacere che ci sia stata ma, insomma, ci mancherebbe altro. Più interessante invece valutare la buona prova di Hackett, cui Recalcati ha regalato alto minutaggio, perché sa che non potrà averlo a disposizione nel prossimo torneino in Germania. Il ragazzetto mette in campo ordine, palle e solidità mentale, assieme a tutti i limiti di un talento non proprio strabordante e dell’evidente inesperienza a questi livelli.

Buono anche Crosariol, che pure lui paga con troppi falli ingenui l’inesperienza, ma butta sul piatto un paio di gran bei canestri in rovesciata e soprattutto ci regala un minimo di gioco in post e una presenza fisica in difesa che nessun altro azzurro può vantare. Io resto dell’idea che sia un delitto rinunciare al suo corpaccione là sotto, fermo restando che vorrei anche vederlo un po’ più attivo a rimbalzo. Ma d’altra parte i rimbalzi sembrano essere completamente assenti nel nostro DNA, se è vero che quel mollaccione di Gigli è l’unico che ne piglia e soprattutto è l’unico che sembra davvero essere interessato a farlo. Così però non funziona e non si va lontano, specie nelle serate in cui non entra il bombardamento da tre.

Pessimo Belinelli, che a quanto pare senza Gallinari e Bargnani in campo si convince di dover fare tutto da solo e sparacchia a caso da qualsiasi posizione, in maniera totalmente inutile e dannosa. Certo, capita la sera in cui quei tiri gli entrano e mette 30 punti. Ma ne capita una su quante? Il recupero degli altri due, probabilmente, farebbe molto bene anche a lui. Ottimo, invece, Soragna, che per la seconda partita consecutiva mostra la carica, la solidità mentale e l’efficacia dei bei tempi. Alla fine ha probabilmente ragione Recalcati a fare tanto affidamento su di lui, vista anche l’estrema versatilità.

Il problema, però, è che tolto lui e tolto un discreto Galanda, ieri sera i veterani hanno fatto un po’ tutti ridere. Evanescenti Basile e Marconato, addirittura fastidiosi Bulleri e Mordente. L’impressione mia è che siano sempre meno in grado di portarsi la squadra sulle spalle e che non possano andare molto oltre l’ovvio ruolo di chiocce per i ragazzini. Che nella serata giusta Basile sia in grado di buttare dentro quindici pesantissimi punti non lo metto in dubbio, ma non può essere l’ancora di salvezza per un intero torneo e certo non mi aspetto più da lui partite come quelle del 2004 contro USA e Lituania.

Ma del resto va bene così, questa è una nazionale giustamente costruita attorno a Gallinari, Belinelli e Bargnani, che non può fare ovviamente a meno dei veterani, ma che deve puntare sul talento di questi tre giovani e avere come obiettivo l’inserimento degli altri (non solo Hackett e Crosariol, ma anche i “futuri” come Datome). Ovvio che senza due del trio si faccia fatica e non si possa pensare di giocarsela ad armi pari con una superpotenza come la Grecia. Specie perché, come si diceva, la squadra sembra far fatica a trovare la giusta “chimica”. Manca di compatezza, non lavora assieme come si deve, non riesce a difendere se non sulla base di guizzi momentanei del singolo. E certo non sarà facile trovare l’intesa giusta, con tutti i problemi e le assenze forzate che stanno capitando.

Stasera, dopo i due salutari e sonori schiaffoni, servirebbe magari una vittoria, contro la Lituania che un anno fa ci aveva buttati fuori dai Mondiali. Non sarà facile, anche perché gli assenti non smetteranno di essere tali, ma darebbe una bella iniezione di fiducia e aiuterebbe a cementare la solidità di gruppo che è stata alla base dei successi ottenuti dalla nazionale in questo decennio. Poi vediamo cosa succede in Germania, dove dovrebbero tornare Gallinari e Bargnani e dove Recalcati suppongo prenderà le sue decisioni finali sulla rosa.