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Requiem for a dream

Requiem for a Dream (USA, 2000)
di Darren Aronofsky
con Jared Leto, Ellen Burstyn, Jennifer Connelly, Marlon Wayans, Christopher McDonald

“Ma come, davvero non l’avevi mai visto?” No, non l’avevo mai visto, come non ho mai visto Buffalo 66, Dead Man e City of God. Però ho visto The Doll Master, Soldi facili.com e Space Truckers, mica cazzi. Già, con Requiem for a Dream ho tolto un’altra spunta dall’elenco della marea di film che avrei voluto (dovuto) vedere e un po’ mi vergogno perché non li ho visti, ma tanto prima o poi li vedo. E finalmente pure io posso dire “Ok, sì, bello, anche molto bello, con un paio di trovate davvero fighe, però, insomma, eh…”

Di che parla, Requiem for a Dream? Parla di dipendenza in tutte le sue forme, di chi i guai se li va a cercare e chi invece se li ritrova serviti su un piatto d’argento, dell’insostenibile tendenza umana a sfasciare tutto sempre e comunque, di come una splendida colonna sonora possa diventare “antipatica” per sovrabbondanza (soprattutto quando poi l’hai sentita in otto milioni di trailer), di quanto l’amore non sia necessariamente una forza in grado di far superare ogni ostacolo, di un regista davvero talentuoso come Aronofsky e di quanto gli servirebbero autocontrollo e senso della misura. E a chi non servirebbero, del resto?

Requiem for a Dream si apre (e si chiude) in maniera strepitosa, colpisce a fondo e nel segno con un atteggiamento crudo, sfrontato, infame, sadico, scorretto, regala una performance d’attrice mostruosa con la metamorfosi di Ellen Burstyn e mostra tanti altri attori davvero bravi e in parte. Non racconta, forse, qualcosa di particolarmente originale, né nel mostrare l’ennesimo gruppetto di ragazzi dedito a spanarsi di droga, né nel parallelo con un altro tipo di dipendenza (che per come viene raccontato è comunque davvero “nuovo” e straziante). Colpisce però per l’affascinante messa in scena: il sogno di Jared Leto sul molo è un’immagine bellissima, che assieme al montaggio conclusivo e a un paio di split screen – M E R A V I G L I O S O il dialogo a letto fra Harry e Marion – vale il film.

Il problema, casomai, è il reiterarsi per un’ora e mezza abbondante delle stesse tre o quattro trovate, che alla fine perdono mordente e donano assuefazione. A volerci leggere dell’intenzione programmatica, invece che della mancanza di polso, l’eccesso, la ridondanza, la troppa ripetizione possono quasi fare da specchio al destino di coloro che popolano Requiem for a Dream. Un film talmente coinvolto nella storia che racconta da pagare per le colpe dei suoi personaggi ed essere condotto alla loro stessa autodistruzione.

È Requiem for a Dream un film che merita di essere visto? Assolutamente sì. È Jennifer Connelly una donna fra le più belle al mondo? Assolutamente sì. È Requiem for a Dream un capolavoro? Uhm.

Il gigante di ferro


The Iron Giant (USA, 1999)
di Brad Bird
con le voci di Eli Marienthal, Vin Diesel, Harry Connick Jr., Christopher McDonald, Jennifer Aniston

Cinque anni prima di recarsi alla corte di John Lasseter e spiegargli come fare (meglio) il suo lavoro, Brad Bird già si dilettava a nuclearizzare gli altrui culi con questo splendido gioiello. Ispirato all’omonimo romanzo di Ted Hughes, Il gigante di ferro racconta del piccolo Hogarth e della sua tenera amicizia con un enorme robottone venuto dallo spazio. L’iniziale incapacità di comunicare, le incomprensioni, la paura di chi sta loro attorno, il pericolo rappresentato da un uomo del governo desideroso di spazzare via la minaccia “alienocomunista”… il pensiero va inevitabilmente ad E.T.

Ma il film di Brad Bird non è una semplice fotocopia animata della pellicola di Steven Spielberg, ha una sua anima viva e pulsante, fatta di una sceneggiatura semplice e brillantissima, capace di parlare a cuore aperto mentre si rivolge a un pubblico veramente di tutte le età. Dialoghi frizzanti e gag divertentissime fanno da collante per una vicenda molto meno scontata e piatta di quanto ci si potrebbe aspettare. Il gigante di ferro riflette sulla natura umana, sulla necessità di costruirsi il proprio destino, di crearlo con le proprie scelte e le proprie azioni. Si racconta con una credibilità e una passione tali da assorbire completamente e far dimenticare in un amen l’iniziale sbigottimento di fronte a un’animazione cui (per scelte stilistiche e “atmosfera”) non siamo purtroppo più abituati.

Vive grazie ai bei personaggi, stereotipati nella concezione, ma tratteggiati benissimo nella grafica e nella personalità, alle tante idee affascinanti, per esempio il delizioso filmato iniziale sulle contromisure in caso di bombardamento nucleare, e soprattutto alla voglia di realizzare un film. Vero, vivo, senza animaletti umanizzati e numeri musicali, con delle ottime interpretazioni da parte dei doppiatori e una magistrale scrittura dei personaggi. Brad Bird aveva una storia da raccontare e l’ha fatto nel miglior modo possibile, con un film d’animazione intenso e toccante.