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Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

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Justified – Stagione 6

Come fai a realizzare la sesta stagione di Justified, una fra le serie più belle degli ultimi anni, arrivando dopo quattro annate più o meno della madonna e una quinta che al contrario era di uno sgonfio allucinante? Come fai a chiudere tutto nella maniera migliore, tirando fuori tredici episodi che risolvano ogni faccenda come si deve, trattino nella maniera giusta i personaggi che contano davvero, si prendano il lusso di salutare chiunque vada salutato, mettere tutto quel che va messo, non rinunciare a nulla, tirar di gomito, strizzare l’occhio, divertire, caricare la tensione, far salire la commozione e, insomma, salutare come si deve l’uomo col cappello?

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Ratatouille

Ratatouille (USA, 2007)
di Brad Bird
con le voci di Patton Oswalt, Ian Holm, Lou Romano, Peter O’Toole, Janeane Garofalo, Brad Garrett, Brian Dennehy

Nato come primo lungometraggio da solista per Jan Pinkawa (che in passato aveva diretto l’ottimo cortometraggio Geri’s Game), Ratatouille ha goduto dell’essere stato raccolto in corsa dal talentuoso Brad Bird. E il regista de Il gigante di ferro e Gli Incredibili ha dimostrato ancora una volta di essere il più “grosso” autore sulla piazza dell’animazione occidentale.

Pur non scaturito dalla sua testa, Ratatouille porta chiaramente impresso il suo marchio, fatto di narrazione per adulti tenera e ammiccante, che ipnotizza il bambino ma solo di fronte a un pubblico maturo svela tutte le sue carte. Bird parla un linguaggio semplice e al tempo stesso articolato, mette in scena ratti che si muovono in branco con dinamiche schifosamente credibili e cucine organizzate in maniera realistica. Dipinge una storia dai toni fiabeschi ancorandola alla realtà, rendendola divertente e colorato luna park ma anche solido e maturo racconto.

Ratatouille schiva poi il classico buonismo Disneyano in maniera mirabile, senza aver per questo bisogno di ricorrere a rutti, scorregge e citazioni stantie. Bird non prova a raccontarci che chiunque può farcela, ma inneggia anzi al valore del talento, potenzialmente di tutti, effettivamente di pochi. Mostra un personaggio che, come spesso accade, sceglie di aprirsi, mettersi a nudo, raccontare la verità… e per questo finisce abbandonato malamente dai suoi amici. Chiude con un lieto fine rassicurante, ma che giunge solo dopo un atroce fallimento, materiale se non morale. Insomma, va perfino oltre il già lodevole anticonformismo che da sempre caratterizza i film Pixar.

Anticonformismo che si manifesta anche nelle scelte visive, nel mettere in scena ratti (ratti, non topi, RATTI) parlanti che meno umanizzati di così sarebbe stata davvero dura, nella regia ricercata e virtuosa, al suo apice in quella musicale e meravigliosa scena della scoperta di Parigi. Ratatouille è una gioia per gli occhi non solo per la strepitosa tecnologia, ma per il gusto con cui viene utilizzata, per il taglio registico moderno e ricercato, per la capacità di far recitare i personaggi in maniera efficace e deliziosa.

Remy occhieggia e si esprime con piccoli gesti e sguardi significativi, recita senza mai andare sopra le righe e interpretando il suo personaggio in maniera incredibile. E tutto questo avviene grazie a un’attenzione per il dettaglio viva in tutti gli aspetti del film, a partire dalle trovate di sceneggiatura, dal modo in cui con piccoli accorgimenti anche le situazioni più assurde vengono rese coerenti e credibili. Ratatouille, insomma, è un grandissimo film, poetico, appassionante, divertente, che ha forse il solo “difetto” di partire da premesse non proprio originali, ma anche la saggezza di svilupparle in maniera tutt’altro che canonica.