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Blankets

Blankets (USA, 2003)
di Craig Thompson
Edito da Top Shelf Productions
Edizione italiana a cura di Coconino Press

Seicento pagine scarse di emozioni condensate, travolgenti, gustose e insostenibili, che assalgono con la potenza di un tratto semplice e allo stesso tempo tremendamente carico, sopraffanno con un gusto per la narrazione e un senso del ritmo a dir poco rari e ribaltano le budella con il loro ingombrante carico di sentimenti. Blankets racconta la gioia del primo amore, descrive la meravigliosa scoperta della patata senza falsi pudori e con tanta delicatezza, mette in mostra un’invidiabile capacità di narrare per simbologie e metafore senza mai perdere il contatto con la realtà, appassiona senza tregua dall’inizio alla fine.

Deliziosa e sognante autobiografia, Blankets si racconta con uno sguardo sincero e struggente, che trapianta nel cranio del lettore gli occhi e lo sguardo del suo giovane protagonista. Mostra un padre enorme, potente, aggressivo e quasi mostruoso, mette in scena un contesto scolastico visto come opprimente e cupo, dipinge con un ironico sorriso gli ambienti religiosi frequentati dall’adolescente autore. E mostra con terrificante efficacia quanto possa essere delizioso, travolgente, trascinante un amore immediato, un colpo di fulmine che ti prende e non ti molla fino a sfinirti e sfinirsi.

Craig Thompson racconta il meraviglioso e terrificante quotidiano, non si preoccupa di appassionare il lettore a una storia, si limita ad irretirlo con pensieri, personaggi, sentimenti e passioni. Si concentra su dettagli, particolari, piccoli gesti e frasi spezzate, lunghi abbracci e delicate carezze. Mescola stili e visioni, si ritrae come il protagonista di un fumetto umoristico alle prese con una dea personificata, mescola personaggi da universi lontani anni luce e li rende parte integrante di un unico piccolo cosmo. Racconta la vita attraverso gli occhi di un adolescente romantico e sconsolato. Scatena passione e sentimento, lacrime e risate, gioia e dolore. Una lettura essenziale. Per chiunque.

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Appunti per una storia di guerra


Appunti per una storia di guerra (Italia, 2005)
di Gipi
Edito da Coconino Press/Rizzoli

L’aspettativa, quando caricata, esagerata, alimentata senza tregua, finisce spesso per essere una brutta bestia. Negli ultimi mesi ho letto ovunque meraviglie di Gipi e non ho potuto fare a meno di provare un grande interesse nei confronti delle sue opere. La mostra a lui dedicata in quel di Lucca, poi, con quelle tavole per certi versi simili a quelle di Ben Templesmith, sembrava aver fatto definitivamente scattare il colpo di fulmine. Mi accaparro quindi il volume che più m’ispira, lo leggo tutto d’un fiato e… mi trovo a chiedermi cosa ci sarebbe voluto per lasciarmi addosso reale entusiasmo. Perché di entusiasmo, lo dico, non ne provo poi molto.

Certo, Appunti per una storia di guerra è un signor fumetto – anzi, tiriamocela, un signor romanzo grafico – splendidamente illustrato, con un senso della narrazione incredibile e una totale capacità di affascinare tramite i dettagli, le piccole cose. Racconta di una guerra fittizia in un futuro prossimo, seguendo le vicende di tre giovani vagabondi e mantenendo un taglio umano e terra terra, che rifugge la spettacolarizzazione e le iperboli. Ricorda forse un certo tipo di buon cinema da festival, fatto di piccole storie e bei personaggi. E, non dimentichiamocelo, ha pure vinto ad Angoulême il premio come miglior romanzo. Eppure…

… eppure ha qualcosa che mi ha infastidito profondamente, vale a dire quella forzata e insistita ricerca del poetismo che talvolta mette in scena. Ogni tanto Gipi sembra fermarsi, preparare il palco, mettere da parte il racconto e declamare un grande verità. Poi lascia il lettore in mano a quel breve momento di inevitabile silenzio drammatico, che fa ben macerare il poetico concetto espresso, e riprende quindi con la narrazione.

Ed è così che, per paradossale che sia, un’opera stilisticamente tanto particolare e ricercata finisce per scivolare un po’ nella maniera, nella strizzatina d’occhio, nell’autocompiacimento. Si tratta di una cosa voluta? Non lo so. È solo un’impressione soggettiva e personalissima? Può essere. Ma c’è e non posso proprio ignorarla. Non cancella certo quel totale senso del ritmo, quella bella atmosfera decadente, quell’ottima caratterizzazione dei personaggi, quell’angosciante tavola finale, ma un certo senso di fastidio e disappunto me lo lascia. Rimandato a settembre.