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10 Cloverfield Lane

10 Cloverfield Lane un tempo si intitolava The Cellar, era una di quelle sceneggiature rimaste incastrate per un po’ nel gorgo produttivo holywoodiano e raccontava di tre persone, una donna e due uomini dalle intenzioni non esattamente benigne, rinchiuse in un bunker sotterraneo per sfuggire a un presunto disastro verificatosi là fuori (disastro che veniva mostrato alla fine, non aveva molto a che vedere coi mostri che ti aspetti da un Cloverfield e non veniva particolarmente spiegato). Come spesso accade, quella sceneggiatura è andata incontro a un lavoro di riscrittura e in particolare se ne è occupato Damien Chazelle, che fra l’altro avrebbe anche dovuto dirigere il film, ma ha poi abbandonato il progetto quando gli è stata data luce verde per Whiplash. E qui entra in ballo l’esordiente Dan Trachtenberg, nome coinvolto da un pezzo nei lavori su un possibile film ispirato a Y: L’ultimo uomo e autore di due cortometraggi molto apprezzati, il secondo dei quali, Portal: No Escape, l’avete sicuramente visto, ma lo metto qua sotto per sicurezza.

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Cloverfield

Cloverfield (USA, 2008)
di Matt Reeves
con Michael Stahl-David, T.J. Miller, Jessica Lucas, Lizzy Caplan, Odette Yustman

Cloverfield illustra la giornata tipo del mostro gigante in visita a Manhattan e dei piccoli inconvenienti che si porta dietro. La racconta, però, non attraverso gli occhi di un eroico, onnisciente, salvatore, Matthew Broderick a caso, ma seguendo lo sguardo degli stronzi qualunque. Le vittime disperate, quelle che non hanno idea di cosa stia loro accadendo, che finiscono spiattellate in un’inquadratura di raccordo, che fuggono in mezzo alla folla mentre il mostro abbatte il ponte e Will Smith guida la carica.

Matt Reeves offre, insomma, uno sguardo particolare e intrigante su del materiale trito e ritrito, mostrando gente che disperata lo è per davvero, che cede al panico e scoppia a piangere, che non sa bene che cosa fare e il cui patetico eroismo difficilmente può portare a qualcosa di buono. Già solo per questo Cloverfield sarebbe un film interessante anche se realizzato in maniera tradizionale. Anzi, magari in quel caso sarebbe pure più efficace, o perlomeno “universalmente” efficace, ma sarebbe un altro film.

E invece Cloverfield sceglie anche di sottolineare la sua scelta narrativa tramite l’obiettivo di una videocamera posta in mano a uno dei protagonisti. E nel fare questo chiede non poco allo spettatore, che deve accettare la prontezza di spirito di persone sempre pronte a riprendere tutto quel che avviene, l’intuito dell’accendere la videocamera ogni volta che sta per accadere qualcosa, la cinematografica gestione dei tempi narrativi, la notevole capacità di “tenere” l’inquadratura mentre si corre inseguiti da un mostro gigante, la (aggiungere a piacere). Il tutto per mano di uno che una videocamera sembra non averla mai usata prima.

Se però si accetta tutto questo, ci si gusta un film appassionante, ritmato, con tanti bei momenti e belle idee. Per esempio la carrozza che vaga solitaria per una deserta piazza metropolitana, tutte quelle meravigliose immagini del mostro che si vede e non si vede, sfuggente fra i palazzi nelle riprese del telegiornale, gli inserti-flashback tratti dal precedente filmato sopra al quale viene registrata la tragedia. Sono queste piccolezze a rendere tanto affascinante Cloverfield. L’effetto speciale de-pornograficizzato e messo in secondo piano, che lo vedi di sfuggita in un angolino e così ti sembra troppo più vero. I momenti di pace e malinconica leggerezza che emergono a tratti da quel nastro parzialmente cancellato. La romantica follia di ragazzi che si fanno trascinare dagli eventi e finiscono in bocca alla morte senza rendersene quasi conto.

E c’è poi l’approccio terra-terra, lo sguardo umano sulle vicende, che racconta di personaggi che non hanno il vantaggio della spiega, del sapere comecosadove, e vagano dispersi nella solitudine alla ricerca di una salvezza impossibile da trovare. Ed è forse il maggior pregio di un film che, proprio per il suo approccio umano a qualcosa che di umano ha ben poco, riesce a coinvolgere e trascinare come un Roland Emmerich non sarà mai in grado di fare. Il bello di Cloverfield è proprio quello: non vuole fare il documentario, anzi, ha molto di surreale e inaccettabile proprio perché quello vuole essere. Un filmone di mostri, con tutti i suoi stereotipi e le sue assurdità (“ma incontrano sempre il mostro, che sfiga!”), raccontato però in una maniera atipica, affascinante, coinvolgente come non mai.