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American Horror Story: Hotel

Il problema principale di American Horror Story, per come la vedo io, è in una fra le sue caratteristiche migliori, vale a dire la natura da serie antologica. Il fatto di raccontare ogni anno storie diverse, mentre allo stesso tempo si gioca con i ritorni e la ciclicità, determina gran parte del suo fascino e del suo divertimento, ma va anche a sottolineare in maniera brutale quanto, mano a mano, la formula abbia iniziato a diventare stanca e, forse, eccessivamente riciclata nella sua struttura. Mi pare di capire che con l’ultima Roanoke si sia provato a cambiare un po’ le carte in tavola, ma io seguo la faccenda con estrema calma e quindi sto ancora a chiacchierare della stagione precedente. Una stagione che mi ha abbastanza divertito, che ha come al solito due o tre episodi fenomenali (su tutti, ancora una volta, spicca quello di Halloween) e in cui molti degli attori hanno dato spettacolo. Ma anche una stagione in cui, appunto, la formula ha ormai il sapore dello stantio, il tema di turno (il vampirismo) è trattato in maniera non poi così interessante e abbiamo perso Jessicona Lange in favore di una Lady Gaga che, boh, non è un disastro, ma il Golden Globe se non bestemmio guarda.

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American Horror Story: Freak Show

Cose che mi sono piaciute di American Horror Story: Freak Show: il cast, come sempre ottimo, fra  vecchi e nuovi, dai protagonisti alle comparse, passando per le guest star; la sigla di testa riarrangiata in stile circense; i cattivi: Twisty è fantastico, inquietante e tristissimo, Dandy è una spremuta umana di tutto ciò che AHS è sempre stato, sparata a mille in ogni direzione, Stanley è, beh, Denis O’Hare; il senso di assurdo e freakaggine alzato a manetta fino allo sbracare; Jessica Lange che canta David Bowie con accento tedesco; più in generale, i numeri musicali anacronistici, una roba che a me diverte sempre; i momenti in cui il tono riesce a vacillare nella maniera giusta fra l’orrore, la comicità e il melodrammone spinto, che alla fin fine sono sempre le parti più riuscite di ‘sta serie.

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La bussola d’oro

The Golden Compass (USA/UK, 2007)
di Chris Weitz
con Dakota Blue Richards, Ben Walker, Nicole Kidman, Daniel Craig, Eva Green, Sam Elliott
con le voci di Ian McKellen, Kristin Scott Thomas, Kathy Bates

La bussola d’oro è l’ennesimo primo capitolo di una trilogia fantasy, che va ad arricchire un filone ben lungi dall’esaurirsi. Anche questo tratto dal primo di tre libri, anche questo privo di un finale e con tantissimi discorsi lasciati in sospeso, anche questo – sigh – con una bimba predestinata a salvare l’universo da una minaccia terrificante. Gli effetti (i danni?) generati dal successo di Harry Potter e Il signore degli anelli, che vanno di pari passo con quanto causato da Spider-Man e X-Men, insomma, non accennano a fermarsi.

In questo caso, però, va detto che i risultati non sono totalmente disprezzabili, perché il film di Chris Weitz propone un immaginario affascinante e ricco di idee, che affronta tematiche adulte e profonde (anche se si sono schivati gli argomenti religiosi del libro mettendo in scena dei cattivi nazistoidi) e regala non pochi momenti di grande e sontuoso impatto visivo. C’è insomma dell’ottimo, dietro alla patina di balocco natalizio pieno d’animalini teneri modello Trudi, e ci sono anche dei buoni attori, che fanno sempre la loro figura (anche se i bambini pagano il solito doppiaggio “romaneggiante”).

Certo, l’impressione è che si sia lavorato un po’ troppo di cesoie e riassuntini (vai a sapere se in fase di scrittura o in sala di montaggio) e tutta la prima parte di film appare mostruosamente affrettata, con personaggi e concetti poco più che abbozzati, sequenze risolte in velocità e messe in fila una dopo l’altra solo perché “ci devono stare”. E se la cosa appare evidentissima a me, che il libro non l’ho mai avuto fra le mani, posso solo immaginare che impressione faccia a chi magari ha affrontato la lettura da poco.

Di sicuro il film ne esce impoverito e indebolito e non a caso si risolleva soprattutto nei momenti dal forte impatto visivo, nelle belle scene d’azione, nel mettere in mostra scenografie spettacolari ed effetti speciali di buon livello. Un’esperienza strana e un po’ monca, insomma, ma che può comunque meritarsi una chance, seppur con la consapevolezza che, visto lo scarso successo riscosso in patria, il secondo e il terzo capitolo potrebbero non vedere mai la luce.

Titanic


Titanic (USA, 1997)
di
James Cameron
con
Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Billy Zane, Frances Fisher, Kathy Bates, Bill Paxton

Quasi dieci anni dopo l’uscita, Titanic mantiene ancora intatte le sue qualità e testimonia la bravura di un regista come James Cameron, talmente prosciugato dall’esperienza che ancora oggi non è tornato dietro la macchina da presa. A livello personale, poi, questa nuova visione mi ha riservato piacevoli sorprese, ad esempio per la scoperta che alcuni dialoghi memorabilmente tristi, se ascoltati in originale, guadagnano qualche punto. Certo, non diventano Shakespeare, il cui Romeo e Giulietta fa da evidente e lontanissimo modello per la storia di Jack e Rose, ma convincono. E poi ormai Di Caprio è tornato ad essere uno fra i tanti attori hollywoodiani, esattamente come lo era all’epoca della prima visione, ma ben diverso da quell’insopportabile figura che era diventato dopo appena un paio di settimane, a seguito dell’esplosione mediatica immediatamente successiva.

Titanic, comunque, è un’opera che, nella sua semplicità, offre diversi livelli di lettura. Se il più evidente è senza dubbio rappresentato dalla efficace, ma stereotipata e prevedibile storia d’amore fra i due giovani protagonisti, a lasciare il segno è anche tutto l’universo di personaggi e situazioni che ruotano loro attorno. La nave, intesa come agglomerato di persone, oggetti e avvenimenti che la popolano, è protagonista tanto quanto Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. Si presenta nei minuti iniziali del film, cresce piano piano fino a farsi amare e muore agonizzando nel corso di un doloroso affondamento, lungo quasi due ore.

La spesso criticata sceneggiatura di Cameron avrà forse uno sviluppo prevedibile e dei dialoghi a tratti non convincenti, ma ha il grande pregio di creare delle premesse drammatiche straordinariamente efficaci, che giocano un ruolo importantissimo nell’impedire alla spettacolare seconda parte di diventare un freddo e sterile esercizio di stile. Non solo: la prevedibilità dell’intreccio è programmatica e annunciata, senza nessun interesse a catalizzare l’attenzione con colpi di scena. Tant’è che, con una scelta anche interessante, nella parte iniziale del film gli stessi personaggi annunciano la morte finale del povero Jack e raccontano per filo e per segno come si svilupperà il naufragio.

In Titanic Cameron mette a frutto ciò che è sempre stato il suo credo, ponendo i personaggi al centro dell’intreccio e non lasciandosi mai prendere la mano dal delirio tecnologico. Gli effetti speciali, che per inciso fanno ancora oggi la loro porca figura, rendono estremamente efficace e credibile il racconto, ma traggono linfa vitale e potenza dal materiale umano su cui si accaniscono. Il risultato è un’opera roboante e appassionante, che assorbe col suo semplice e piacevole racconto per poi straziare improvvisamente con un netto cambio di registro, passando dal piacevole e rilassato viaggio in nave al tragico e agghiacciante affondamento.

E per oltre tre ore e mezza ci si lascia trascinare in un turbinio drammatico, divertente e appassionante, grazie a una regia perfetta, che dipinge immagini splendide, poetiche, evocative. La padronanza del mezzo cinematografico ostentata da Cameron è sfiancante, la sua capacità di raccontare per immagini leggendaria. Titanic è grande cinema, grande cinema hollywoodiano, se vogliamo mettere i puntini sulle i, ma comunque grande cinema. Un classico moderno se ce n’è uno.