Molly’s Game

Per il suo esordio alla regia, Aaron Sorkin non cambia particolarmente musica rispetto alla propria carriera recente, continuando a cercare soluzioni creative per raccontare, ma soprattutto plasmare a proprio uso e consumo, la vita di figure pubbliche della storia (nord)americana più o meno recente. Nel caso di Molly’s Game, prende i tempi delle vicende di Molly Bloom e li dilata e restringe per fare in modo che la voce narrante di Jessica Chastain possa raccontare e commentare eventi che, nel momento in cui la sentiamo parlare, non dovrebbe avere ancora vissuto. Alla fin fine è un cambiamento da poco e, tutto sommato, nelle versioni cinematografiche “romanzate” delle storie reali, si sono visti ben altri stravolgimenti, ma è una trovata significativa, che permette a Sorkin di commentare in maniera più approfondita ciò che racconta. E poi glì dà l’occasione per dipingersi come una sorta di dio in grado di correggere gli errori della realtà e concedersi pure una pacca sulla spalla quando fa meta-commentare la cosa a un suo personaggio.

Continua a leggere Molly’s Game

Il prigioniero coreano

Il titolo originale de Il prigioniero coreano è Geumul, rete, ed è in fondo una dichiarazione d’intenti piuttosto netta. Sì, certo, il protagonista è un pescatore, usa una rete, ma la sua è la storia di una persona che si ritrova intrappolata in una tragica rete fatta di incomprensioni, burocrazia, ideologie portate all’estremo e assurda contrapposizione tra i due volti della Corea, entrambi capaci di spingersi ben oltre il lecito e l’umano, seppur in maniere e con intenzioni diverse. Si tratta di un approccio semplice, diretto, asciutto, magari anche semplicistico, per un film che del resto si spoglia quasi completamente di estetismi e soluzioni visive originali, inseguendo una narrazione asciutta, senza complicazioni o svolte particolari.

Continua a leggere Il prigioniero coreano

I segreti di Wind River

Riscopertosi sceneggiatore di razza con SicarioHell or High Water dopo una carriera da attore di seconda o terza fascia, Taylor Sheridan ha giustamente deciso di far fruttare il credito accumulato per dirigersi da solo la sua sceneggiatura successiva. Non è un esordio assoluto dietro alla macchina da presa – c’è quel Vile risalente a sette anni fa che saluta in tutto il suo splendore (?) da torture porn su commissione – ma insomma, si può anche fare finta di niente, perché è evidente che in I segreti di Wind River si vede la nascita vera e propria dello Sheridan regista. Il film è infatti fondamentalmente il terzo passo del percorso avviato con le pellicole dirette da Villeneuve e Mackenzie, nuovo capitolo di quell’epica di frontiera che parla dell’America contemporanea attraverso un amore profondo per la sua provincia, i suoi confini più estremi e le persone che sopravvivono ai margini, schiacciate tra paradossi sociali e culturali.

Continua a leggere I segreti di Wind River