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Il resto dell’ottobre a fumetti di giopep

A fine ottobre sono andato a trascorrere una piacevole settimana in quel di Milano City per celebrare il primo compleanno dell’erede. Da quando vivo all’estero, i passaggi a Milano coincidono coi passaggi in fumetteria, per il recupero di quelle poche cose che ancora mi faccio tenere da parte in casella e che sono, sostanzialmente, qualche fumetto Bonelli e qualche manga. Sempre meno, fra l’altro, perché di alcune serie, prima o poi, finisco per rompermi le palle e anche perché altre serie, per fortuna, finiscono. Poi, certo, andando a recuperarle, quando va bene, ogni sei mesi, tendo comunque a tornare a casa coi sacchetti pieni, ma insomma, che ci dobbiamo fare.

Ovviamente, come al solito, la materia cerebrale ridotta ai minimi termini mi sta già mettendo in difficoltà sul ricordarmi cosa cacchio sia ‘sta roba. Facciamo il possibile.

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L’ultimo (quasi) anno a fumetti di giopep

Ammazza, oh, uno si distrae un attimo e quasi passa un anno. L’ultima volta che ho pubblicato un post di questa pseudo serie era il 7 ottobre del 2015. E il bello è che in tutto questo tempo non ho mica smesso di appuntarmi le cose che leggevo e dimenticarmi poi completamente come fossero. Ad ogni modo, ho smaltito il cumulo di roba che stava sul comodino, mi sono fatto una lunga sessione di letture su Marvel Unlimited (più o meno un anno di produzione in zona 2010, con dentro Siege, The Heroic Age, Second Coming, Death of Spider-Man, Curse of the Mutants, The Thanos Imperative, Chaos War e, boh, magari altre saghe che non mi vengono in mente), a breve ho intenzione di andare a brasare la carta di credito in fumetteria: direi che è il momento giusto per riordinare questo post e pubblicarlo. Tanto interessa solo a me.

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La settimana a fumetti di giopep – 18/08/2007

Novità
Invincible: My Favorite Martian (L.O.) *****
Da poco meno di quattro anni il miglior fumetto di supereroi sulla piazza (e, incidentalmente, uno dei migliori fumetti seriali punto e basta) non è Marvel e non è DC. Fresco, divertente, appassionante sulla singola storia e nell’intreccio a lungo respiro, Invincible è un vero gioiello. Robert Kirkman, a parer mio, continua a dare il meglio sulle sue creazioni e la coppia Invincible/The Walking Dead è davvero qualcosa che tutti dovrebbero leggere.

Sakura Wars #1/3 ***
Questa roba non fa più per me.

Antiquariato
Aquaman: The Waterbearer (L.O.) ***
Aquaman #6/12 (L.O.) ***
L’anno di Rick Veitch su Aquaman, pur basato su un paio di idee interessanti e su un immaginario fantastico affascinante, mi è parso un po’ poco incisivo. Il ritmo è altalenante, il cattivo non è male, ma è decisamente sottosfruttato e i colpi di scena sono abbastanza telefonati, per quanto ben raccontati. Insomma, un prodotto decoroso, ma tutt’altro che entusiasmante.

The Flash: Ignition (L.O.) ****
The Flash: The Secret of Barry Allen (L.O.) ****
Continua alla grande il notevole ciclo di Geoff Johns su Flash. Lunghe trame ad ampio respiro, intense e drammatiche, raccontate con gusto, passione e un senso del ritmo strepitoso. E The Secret of Barry Allen è forse una delle poche cose davvero buone generate da Identity Crisis.

X-Men – Gli anni d’oro #10/13 ***
Mettendo a posto nel caos mi son ritrovato fra le mani gli ultimi quattro volumi delle ristampe pre seconda genesi, ancora intonsi dai tempi dell’acquisto. Li ho letti e mi sono gustato una serie di storie arcaice e incartapecorite, fascinose nella loro ingenua lentezza, ancora capaci di stupire con quei toni assurdamente esasperati e quei disegni evocativi. E in più c’è un giovanissimo Barry Windsor-Smith che fa spudoratamente il verso a Jack Kirby!

La settimana a fumetti di giopep – 11/08/2007

Novità
Bestia #3/4 **
Non ho più l’età per le tette al vento di Ikegami.

Buffy The Vampire Slayer Season 8 #1/4 – “The Long Way Home” (L.O.) ***
Perché i fumetti basati su film o telefilm devono essere, nella maggior parte dei casi, disegnati di merda? Perché, anche quando non sono disegnati completamente di merda, le facce dei personaggi “ricalcate” su quelle degli attori riescono ad essere comunque inguardabili? La risposta non la so, ma questa ottava stagione di Buffy fatica a uscire dallo stereotipo: George Jeantys fa un lavoro complessivamente decoroso, ma mostra evidente imbarazzo nel tratteggiare i volti dei personaggi “noti”. Per fortuna la storia si lascia leggere e fa il suo dovere nel gettare carne sul fuoco per avviare l’intreccio, anche se in tutta franchezza non mi ha entusiasmato. Vedremo come si evolveranno le cose.

Buffy The Vampire Slayer Season 8 #5 – “The Chain” (L.O.) **
Maldestro tentativo di realizzare un intenso episodio autoconclusivo, fallito probabilmente per i limiti imposti delle ventidue pagine. Bah, dal prossimo numero arriva l’ottimo Brian K.Vaughan, speriamo che la serie ingrani per davvero.

Getter Saga #8 ***
Mazzate, robottoni, mostri giganti, melodramma spinto e azione a getto continuo. La solita lettura prevedibilmente appassionante.

Ghost Rider: Circolo vizioso **
Daniel Way eredita il nuovo Ghost Rider da Garth Ennis e prova a portarlo avanti sugli stessi binari di sarcastico e autoironico melodrammone demoniaco. La mia impressione è che funzioni poco e il rimpianto per il caro vecchio Danny Ketch degli anni Novanta è ulteriormente acuito dalle matite di Mark Texeira.

Nuove storie della vecchia Palomar #1 ***
Torna la cara vecchia Palomar e tornano le sue malinconiche, divertenti, appassionanti e commoventi storie di vita vissuta. Gustandomi questa come al solito gradevolissima manciata di pagine, mi è un po’ mancata quella bella sensazione di ampio respiro dei migliori volumi di Love & Rockets, ma l’atmosfera rimane quella dei bei tempi. Ne voglio ancora.

Punisher/Bullseye: Tiro al bersaglio ***
A quanto pare Daniel Way è diventato il supplente ufficiale di Garth Ennis. Beh, sul Punitore – magari anche per i soliti deliziosi disegni di Steve Dillon – funziona decisamente meglio. Entrambe le storie (nella seconda delle quali, comunque, il Punitore fa giusto un’apparizione) sono divertenti e riuscite. Forse un po’ troppo cazzara la prima, davvero gustosa e appassionante la seconda. Nel complesso un volume decisamente piacevole.

Antiquariato
Cable & Deadpool #1/34 (L.O.) ***/****
Non siamo, lo ribadisco, ai livelli del delirante serial anni Novanta di Joe Kelly e Ed McGuinnes, ma questo Cable & Deadpool a tratti riesce davvero a tirare fuori l’esilarante spirito iconoclasta e dissacrante dei bei tempi. Il mix fra i due personaggi funziona abbastanza, ma il serial regala i suoi momenti migliori quando tralascia l’improbabile crociata di Cable e si concentra sulle cazzate sparate a raffica da Deadpool. Peccato per la mancanza di un disegnatore fisso, e per una qualità generale molto altalenante, ma gli archi narrativi più riusciti (per esempio “A Murder in Paradise”) sono davvero un piacere da leggere.

The Flash: Blitz (L.O.) ****
Splendida saga dedicata alla rinascita del nemico per eccellenza di Flash. Appassionante, drammatica, ricca di azione e colpi di scena. Geoff Johns al suo meglio.

La settimana a fumetti di giopep – 28/07/2007

Novità
Abara #1 ***
Dopo aver raccontato un affascinante, opprimente, inquietante, bellissimo nulla per dieci volumi di Blame, Tsutomu Nihei prova a stupire tutti mostrando di possedere il magico dono della sintesi e realizzando un’opera ben più breve. Pare impossibile, ma l’intreccio mi sembra ancora meno importante e interessante. In compenso rimane comunque un bel viaggio nel delirio malinconico della sua testaccia.

Antiquariato
Batman: Hush Returns (L.O.) *
In tutta franchezza, ho trovato Hush abbastanza inconcludente e, pur apprezzandone molto gli spunti di partenza e gli ottimi disegni di Jim Lee, ne sono rimasto abbastanza deluso. Ma certo, al confronto di questa porcheria, la prima apparizione del supercriminale bendato ne esce fuori come un capolavoro. Impresentabile.

Batman: War Crimes (L.O.) ****
Gran bel ciclo narrativo, che chiude degnamente la lunghissima saga dedicata alla guerriglia urbana di Gotham City. Se ne sono viste di tutti i colori e ci sono stati parecchi avvenimenti drammatici e decisivi nello stabilire il nuovo status quo di Batman e compagni. Il tutto, poi, è stato scritto e disegnato molto bene, sfruttando alla grande personaggi e situazioni. E Maschera Nera si conferma per l’ennesima volta come un gran bel personaggio. Altro che quel coglione di Hush.

Batman: Under the Hood Vol.2 (L.O.) **
La saga del grande ritorno di Jason Todd si chiude un po’ nello sfacelo, con un finalino tirato via in fretta e furia e una pessima alternanza alle matite fra l’ottimo Doug Mahnke e un incapace di cui non voglio nemmeno ricordarmi il nome. Peccato, perché – pur nella discutibilità dell’operazione – la cosa non era iniziata male. Magari, dopo Infinite Crisis

Batman: Victims (L.O.) ***
Una bella storia in due parti dedicata a Zsasz. Efficace, innocua e divertente. Niente di più, niente di meno.

Green Lantern V3 #159/170 (L.O.) **
Madonna che palle ‘sto Ben Raab. Che logorrea, che mancanza di ritmo, che capacità di far sembrare interminabili degli smilzi albetti da venti pagine. Un’annata di impressionante noia, pur con qualche momento piacevole, più fatto di lampi, brevi momenti, che di interi numeri (fatico a ricordarne uno davvero valido fino in fondo). Ma in effetti, adesso che ci penso, i momenti buoni risalgono probabilmente tutti ai primi albi di questo blocco, quelli su cui ancora Raab non metteva mano. Bah…

Wonder Woman V2 #202/213 (L.O.) ***
Un anno secco di storie dell’amazzone nelle mani di Greg Rucka, che si conferma ottimo autore di stampo seriale, capace di convincere con trame ad ampio respiro e buone caratterizzazioni dei personaggi. Mancano forse episodi davvero memorabili, nonostante ci siano anche eventi dal grosso peso narrativo, e si paga un po’ troppo l’incostanza ai disegni, con alti e bassi francamente quasi insopportabili. Ma di sicuro Wonder Woman ha vissuto periodi ben peggiori.

La settimana a fumetti di giopep – 21/07/2007

Da quando ho avviato questo blog, mi sono sforzato di scrivere anche solo due cazzate su qualsiasi film, libro, serie TV o videogioco passasse per le mie mani. Fuori dal circolo vizioso ho lasciato i fumetti, perché ne leggo davero troppi, per poter pensare di commentarli approfonditamente tutti. Ci vorrebbe una vita supplementare, probabilmente. E infatti ho perso tempo giusto a decantare le lodi di qualche solitario esemplare. Epperò, su gentile (e insistente) richiesta di un affezionato lettore (siete pochi, ma fedeli), oggi inauguro una rubrica che ovviamente non avrò la forza di rendere fissa. Ma è bello provare a crederci. In teoria dovrebbe essere un riepiloghino veloce, fatto di brevi pillole, frammentarie, imprecise e un po’ a cazzo (insomma, tipo i reportage dai festival del cinema) sui fumetti letti in settimana. In pratica questo potrebbe serenamente essere il primo e l’ultimo appuntamento della rubrica. Ma, come dicevo, è bello crederci.

Novità
20th Century Boys #22 ***
Naoki Urasawa a me piace, davvero tanto. Mi piace il suo stile di disegno, mi piace la sua capacità di tirar fuori idee a raffica, mi piace il suo notevole senso del ritmo. Non mi piacciono, però, la sua incapacità di chiudere e il caos di personaggi e situazioni che spuntano fuori dietro ogni angolo. Può essere che i suoi fumetti paghino davvero tanto la lettura a episodi, ma a me, i due che ho letto, hanno entrambi dato una gran sensazione d’incompiuto. E in generale mi sembra che il trasporto emotivo si sia un po’ disperso, nell’arco dei tanti numeri. Son curioso di rileggermeli in una soluzione unica.

City of Tomorrow ****
Azione, fantascienza, donne di plastica dalle tette spropositate e un adorabile gusto retrò. Howard Chaykin è così, prendere o lasciare. Io prendo molto volentieri.

Dampyr #87 **
Il momento in cui cominci a chiederti perché continui a comprare una serie Bonelli, in genere, indica che è già passato da un po’ il momento in cui cominciare a chiederti se vale la pena continuare a comprarla. Dampyr ormai è un’abitudine, senza guizzi e picchi, familiare e ripetitiva. Difficile considerare quest’episodio una porcata, ma certo è una mezzora superflua nella mia vita.

Death Note #5 ****
Uno dei manga che leggo più volentieri in questo periodo, se non altro perché esce abbastanza dal solito schema dei fumetti giapponesi per ragazzi. Il soggetto è originale ed efficacissimo e l’autore ha la saggezza di non adagiarvisi per nulla: nel giro di cinque numeri saran cambiate totalmente le carte in tavola almeno tre volte. L’idea della cospirazione aziendale non è affatto male e son proprio curioso di vedere dove stiamo andando a infilarci.

Gea #17 **
Pare incredibile, ma perfino Enoch, con le sue tette al vento, i suoi gay tutti bravibellibuoniecomunistiecologisti, i suoi nazisti travolti dai tir e le sue storie anticonformiste si sta bonelizzando, con storie totalmente prevedibili e innocue. Che il penultimo numero di una miniserie semestrale da diciotto episodi mi dia una simile sensazione di vuoto e transitorio è abbastanza deprimente.

Hawkgirl #64/65 (Lingua originale) *
Walter Simonson mi ha rotto i coglioni dieci anni fa e qui non è che faccia molto per farmi cambiare idea, anche se i siparietti comici con Superman son sempre piacevoli.

Lone Wolf & Cub #24 *****
Qualsiasi fumetto giapponese, a parte rarissimi casi, commette l’insopportabile errore di costruire un clamoroso climax narrativo, portarlo all’apice, prepararti agli eventi conclusivi… e poi andare a parare da tutt’altra parte per tirare avanti ancora un po’ le vendite prima di chiudere. Da un paio di volumi Lone Wolf & Cub sembrerebbe stare facendo proprio questa cosa, se non fosse che l’intensità della narrazione continua a rimanere su livelli stratosferici e che gli sviluppi dell’intreccio rimangono coerenti con tutto ciò che si è visto prima. Capolavoro.

One Piece #44 **
Dopo l’interminabile saga di Alabasta e un successivo viaggio fra le nuvole che ho trovato davvero privo di mordente, One Piece è tornato a convincermi, con un capitolo che dura il giusto e termina prima di arrivare scassare la minchia per davvero. Certo, ormai siamo definitivamente entrati nel regno dell’insostenibile ripetitività, ma lo stile rimane sempre molto particolare e certe tavole, con il loro pacchiano e lacrimoso melodramma, hanno ancora il potere di emozionare un po’.

Naruto #32 **
A proposito di circoli viziosi, ci stiamo pericolosamente avvicinando al momento in cui lo stile pulito e accattivante di Kishimoto e la simpatia dei vari comprimari non mi basteranno più per andare avanti a leggere l’ennesima saga di gruppetti di amici che si menano tutto il tempo. Se salta fuori un altro torneo di arti marziali lo mollo, giuro.

Sette soldati della vittoria ****
Chiude col botto la maxisaga di Grant Morrison, in cui l’autore scozzese ha dato libero sfogo alla sua verve delirante e alle sue trovate senza senso apparente. Se l’episodio più normale e lineare di una saga è quello che vede protagonista una maga che parla al contrario, beh, ci dev’essere davvero qualcosa di forte, sotto.

Antiquariato
Batman: Under the Hood Vol.1 (L.O.) ***
Eccola, è lei, la saga del grande ritorno. Qualcuno mi dice se è tornato prima Bucky Barnes o Jason Todd, che questa cosa mi affascina? Comunque, il grande ritorno, ampiamente preannunciato nelle saghe precedenti, è una bella storia. Non so quanto possa meritare l’acquisto come volume per i fatti suoi, perché è davvero troppo poco autoconclusiva e troppo inserita in un contesto più ampio, ma funziona, coinvolge, si riallaccia bene a quanto accaduto prima e pone interessanti premesse per cose a venire. E Doug Mahnke mi piace sempre di più.

Batman #642 (L.O.) *
Chiaramente un fill-in, dalla totale inutilità.

Wonder Woman: The Game of the Gods (L.O.) *
Walter Simonson, dicevo, mi ha rotto i coglioni dieci anni fa e qui manco ci prova, a far finta di non avermeli rotti. Sei, interminabili numeri, la cui unica utilità sta nell’eliminare un personaggio che obiettivamente cominciava a diventare scomodo e superfluo.

Wonder Woman #195 (L.O.) **
L’esordio di Rucka al timone di Wonder Woman non stupisce per originalità, ma fa presagire ottime cose. Mette le cose in chiaro fin da subito e lascia addosso l’idea che stiano arrivando tempi interessanti.

Wonder Woman: Down to Earth (L.O.) ***
Una saga che, francamente, sembra non andare a parare da nessuna parte, ma forse anche per questo mette decisamente bene in mostra le doti di sceneggiatore di Rucka, capace di appassionare anche quando racconta il nulla. E in ogni caso c’è almeno una scena memorabile, la “pedata” di Hera alle isole, che oltretutto pianta semi promettenti.

Wonder Woman #201(L.O.) ***
Un bell’episodio autoconclusivo che affronta le conseguenze di Down to Earth e sembra soprattutto stare preparando le pedine sulla scacchiera.

Patlabor


Kidō Keisatsu Patlabor (Giappone, 1988/1994)
di Masami Yuki
Edizione italiana a cura di Star Comics

Ritrovarsi a leggere un manga in modalità “tutto d’un botto”, specie un manga dalla struttura narrativa ad ampio respiro come Patlabor, è sempre un piacere, oltre che un’esperienza istruttiva. Perché ti rendi davvero conto fino in fondo di quanto in genere il fumetto giapponese esca sacrificato dalla serializzazione. Serializzazione che, perlomeno se ci si limita a quanto visto in Italia fino ad oggi, è proprio quanto di più lontano ci sia da questo tipo di narrativa. Certo, viene praticata, anche solo per motivi di utilità, ma pochissimi sono gli autori che la sfruttano davvero sul piano narrativo e in genere si permettono di farlo solo coloro che realizzano opere strettamente umoristiche.

Siamo ben lontani, insomma, dalle estremizzazioni statunitensi, con saghe che vengono portate avanti per decenni, riferimenti e accenni a brevi eventi sepolti da millenni di pagine e, soprattutto, una meravigliosa capacità di raccontarsi proprio sfruttando i limiti della serialità e cibandosene. Il gusto per il cliffhanger, l’utilizzo perfetto del formato da una ventina di pagine, la rigida divisione in episodi, sono caratteristiche tipiche del fumetto nordamericano e quasi del tutto assenti in quello nipponico.

Ma lo stesso italico modello Bonelli, fatto di corposi albi più o meno autoconclusivi, seppur con un vago accenno di continuity, sfrutta la serialità in maniera più compiuta e consapevole rispetto al manga medio. I giapponesi, infatti, nella maggior parte dei casi costruiscono una specie di lungo romanzo, con una divisione per episodi appena abbozzata, più per necessità editoriali che per reale voglia (capacità?) di sfruttarla.

Patlabor è l’emblema di questa “serializzazione non serializzata”. Un unico racconto, diviso in tre atti principali, che prosegue filato dall’inizio alla fine, quasi senza soluzione di continuità. Un racconto fatto di personaggi e relazioni, che affonda le mani nel sociale ed esplora tematiche importanti con un taglio estremamente maturo, non a caso in grado di ispirare ben due lungometraggi diretti da Mamoru Oshii, regista impegnato e politicizzato se ce n’è uno nel panorama dell’animazione nipponica.

Ma di che parla Patlabor? Beh, dell’estremizzazione del concetto nato quasi trent’anni fa con Gundam. La spersonalizzazione del robot, che da macchina umanizzata e invincibile diventa un mezzo fra i tanti, una specie di carro armato ipertecnologico. Nella serie di Masami Yuki i labor sono un’evoluzione di ruspe, gru e quant’altro, macchinari antropomorfi usati per il lavoro industriale. In questo futuro ormai non più possibile – le vicende sono ambientate nel 1998 – l’abuso criminale dei labor spinge le forze di polizia a creare un corpo di difesa apposito, della cui seconda divisione l’autore racconta nascita e sviluppo.

La “serializzazione” del robot raggiunge qui livelli assoluti. Si parla di mezzi sfruttati per un fine, niente di più e niente di meno. Macchine, che devono essere alimentate, che funzionano in maniera fredda e complessa, che non vanno praticamente mai oltre i loro limiti e che non ricordano neanche per sbaglio Daitarn o Mazinga. Yuki concede comunque un simpatico omaggio ai classici robottoni con la protagonista Noa, talmente affezionata al suo labor da chiamarlo per nome e dargli del tu. Ma non va sostanzialmente mai oltre e, anzi, tratteggia come elemento negativo e criminale proprio la macchina più personalizzata, “atletica” e vecchio stile di tutte.

E, nonostante il tema trattato, non c’è quasi azione, in Patlabor. I toni sono quelli del poliziesco maturo, solo con robot, e non esseri umani, a scambiarsi colpi di pistola. La narrazione è affascinante e avvolgente. Yuki sfrutta trovate dal taglio estremamente cinematografico, “monta” le vignette col gusto di un regista, mette fuori fuoco l’insieme per concentrarsi sui dettagli, scava nelle psicologie e nelle motivazioni dei suoi protagonisti. Certo, non rinuncia agli stilemi classici del fumetto nipponico, inserendo personaggi buffi e momenti comici di rottura, ma realizza un manga estremamente particolare, perlomeno nell’ambito delle pubblicazioni “di massa” in cui senza dubbio si inserisce Patlabor.

E il risultato è un gioiello, un manga estremamente e ingiustamente sottovalutato dal grande pubblico italiano, forse perché venduto alle persone sbagliate. Un’opera matura e affascinante, che non si merita di essere confusa con le mille serie d’azione per ragazzi tutte uguali fra di loro che infestano le edicole. Eppure, a conti fatti, è un po’ stato quello il suo destino.