Archivi tag: Seth MacFarlane

La truffa dei Logan

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Steven Soderbergh disse di volersi ritirare. Magari ci credeva anche, ma sappiamo com’è andata a finire. In quei giorni bui, gli capitò fra le mani la sceneggiatura di La truffa dei Logan. «Oh, mica puoi consigliarci un regista adatto?», gli dissero. Lui si lesse la sceneggiatura, si divertì come un matto, si rese conto che era un film molto nelle sue corde e, oltretutto, parecchio adatto a quell’idea di produzione e distribuzione cinematografica completamente indipendente nella quale voleva lanciarsi. Rispose «Mi sa che lo faccio io.» Oltre alle ragioni di opportunità, ad attirarlo fu anche il fatto che La truffa dei Logan era (o poteva da lui essere trasformato in) una sorta di Ocean’s Eleven del discount. Non solo perché richiedeva valori di produzione ben inferiori, ma anche e soprattutto per una questione tematica.

Continua a leggere La truffa dei Logan

Hellboy II

Hellboy II: The Golden Army (USA, 2008)
di Guillermo Del Toro
con Ron Perlman, Selma Blair, Doug Jones, James Dodd, Luke Goss, Anna Walton, John Hurt e la voce di Seth MacFarlane

Il primo Hellboy lo aspettavo tanto, l’ho visto tardi e alla fine neanche mi è piaciuto troppo. Certo, ho il dubbio che come al solito aver visto la Director’s Cut mi abbia messo di fronte a un’edizione logorroica e fuori misura, troppo lunga e priva di nerbo. Ma resta il fatto che, non so, pur apprezzandone certe qualità, l’avevo trovato prolisso, un po’ malriuscito, sostanzialmente barboso. Eppure a questo seguito mi ci sono avvicinato con fiducia.

Perché ne leggevo bene un po’ dovunque, certo, ma soprattutto perché Del Toro è comunque uno con due palle così. Uno che da Hollywood non si è fatto fagocitare, ma che anzi, è riuscito a prendere il suo modo di fare cinema e incastonarlo a forza nelle regole del meccanismo. Senza stravolgerlo, senza tradirlo, ma anche senza doversi forzare e spezzare per infilarcisi dentro.

Insomma, io lo stimo uno che alterna con questa leggerezza, questa bravura, questa voglia di fare bene sempre e comunque, i suoi film personali in lingua ispanica e le megaproduzioni ammerigane su licenza. Uno che riesce sempre a farlo senza perdere d’identità, ma anzi mantenendo un coerente ed ammirevole filo conduttore che lega tutte le sue opere. A uno così, che si diverte – e si vede che si diverte – continua a fare il suo cinema, fa un sacco di soldi e riesce comunque a rivolgersi alla gente, al pubblico, e non solo al suo circoletto di segaioli, che gli vuoi dire?

Io niente, anzi, guarda, lo abbraccio e gli stringo la mano, anche perché i suoi film mi piacciono quasi sempre. E certo, mi piace anche Hellboy II, tanto, pure se sì, è vero, rispetto al primo episodio c’è meno “storia” (che comunque lì era il solito verboso e superfluo racconto delle origini). Perché c’è una meravigliosa capacità di creare mondi e suggestioni, un fantastico senso del ritmo, una voglia di dare vita a personaggi e mitologie, un amore per il racconto che pochi altri hanno.

E poi c’è Ron Perlman, che pure dipinto di rosso e con le mezze corna è sempre un grandissimo, c’è quella bellezza sempre più bella di Selma Blair, c’è una serie interminabile di personaggi, ambientazioni, momenti, “cose” splendide da vedere. Ma soprattutto c’è qualcosa sotto, c’è voglia e capacità di stupire non solo facendo vedere quanto si è grossi, ma raccontando quanto è bello quel che si vede. Basta tutta la lunga scena del leviatano a Manhattan, il modo in cui nasce, si sviluppa e si conclude, per rendere questo film degno di esistere.

Oltre all’abilità pazzesca di mettere in scena il mito, le leggende, con un talento visivo che da solo giustificherebbe la visione, Del Toro ha pure la capacità di raccontarle tramite i personaggi, con un senso dell’umorismo adorabile e una splendida, toccante e ipnotizzante vena romantica. Hellboy II è un bel film d’intrattenimento, che non si limita alle banalità ma riesce a colpire con la forza poetica e sognante di quello che, forse, in questo momento è il più grande regista dell’immaginario e del fantastico.

I Griffin – Stagione 2

Family Guy – Season 2 (USA, 1999/2000)
Creato da Seth MacFarlane
Con le voci di Seth MacFarlane, Alex Borstein, Seth Green, Mila Kunis

Con questo secondo gruppo di episodi, Family Guy prende decisamente il largo, si libera di ogni freno e percorre senza pietà la strada del citazionismo spinto e del nonsense. Abbandona anche la minima pretesa di buon gusto e sputa in faccia a tutto e tutti, al punto di vedersi bloccata la trasmissione di un episodio, When You Wish Upon a Weinstein, ovviamente incluso in questo cofanetto. E che francamente appare tutt’altro che esagerato, ma insulta argomenti – facilmente intuibili – troppo delicati.

La comicità dell’assurdo portata avanti dalla famiglia Griffin si manifesta in gag totalmente slegate dal tessuto narrativo, che arrivano talvolta ad occupare quasi metà episodio e che sono talmente caratterizzanti da esser non a caso diventate bersaglio preferito dei critici. In questo gruppo di puntate si toccano un po’ tutti i temi, si prendono per il culo un po’ tutti gli show e i personaggi televisivi che possano venire in mente (meravigliosi, pescando a caso, i riferimenti a Dallas e a Luke Perry) e si approfondiscono un po’ tutti i personaggi, con Stewie e Brian ancora una volta dominatori assoluti, ma ogni singolo membro della famiglia in grado di conquistarsi il suo momento di gloria. E la novità forse più piacevole è il continuo ricorso ai numeri cantati, divertentissime pariodie di musical famosi, che si inseriscono ancora una volta all’insegna del più totale nonsense.

Decisamente una visione consigliata, da provare, magari non per tutti i palati, ma senza dubbio, tocca ribadirlo, capace di crearsi una sua identità molto slegata da quelli che, per questioni di canovaccio e di stile grafico, sono i più facili e ovvi termini di paragone.

I Griffin – Stagione 1


Family Guy – Season 1 (USA, 1999)
Creato da Seth MacFarlane
Con le voci di Seth MacFarlane, Alex Borstein, Seth Green, Mila Kunis

Il primo impatto con I Griffin, inevitabilmente, fa pensare a una brutta copia de I Simpson. Forse anche per questo, in origine, si è scelto un titolo tanto diverso come Family Guy. Di sicuro, proprio nel tentativo di cavalcare l’onda, in Italia si è deciso di puntare tutto sul nome della famiglia di protagonisti. Certo è che, un po’ per lo stile grafico, un per la comicità satirica e citazionista, un po’ per la composizione medio-mediocre – ma allo stesso tempo peculiare e fuori dagli schemi – del nucleo famigliare raccontato, il dubbio di trovarsi davanti a un pallida imitazione viene per forza. Basta dare un po’ di fiducia ed esplorare un po’ più a fondo quel che si ha davanti, però, per trovarsi fra le mani un serial non solo divertentissimo e intelligente, ma anche dotato di una sua bella identità personale, tutto sommato distante dalla creatura di Matt Groening.

Family Guy pigia tremendamente di più il pedale dell’acceleratore sulla comicità dell’assurdo e su interminabili raffiche di freddure. Infila citazioni senza tregua, navigando nella mente malata dei suoi protagonisti, con un meccanismo narrativo che per certi versi ricorda il fantastico Dream On. E soprattutto regala forse il suo meglio nella caratterizzazione del piccolo, geniale e crudele Stewie e dell’elegante, austero, alcolizzato Brian. Due esseri costretti e limitati dalla loro stessa natura di poppante e animale, che incolla un genio del male in erba davanti ai per lui irresistibili episodi dei Teletubbies e costringe un orgoglioso e sfrontato cane parlante a sciogliersi come il più debole dei cuccioli di fronte a un semplice grattino.

Dove comincia e dove finisce la prima stagione di Family Guy? Ho fatto qualche ricerca, ma mica l’ho capito. Per me che non l’ho mai seguito in televisione, se non in maniera abbastanza occasionale, non ha comunque molta importanza. La prima stagione è quella contenuta nel primo cofanetto, e tanti saluti. Anche perché, comunque, basta anche solo ascoltare la Morte (sì, lei, quella con la emme maiuscola) dire “Hi, I’m Calista Flockhart”, per dare un senso a tutto quanto e svilire qualsiasi pretesa filologica. E intanto play.com già mi ha spedito il secondo cofanetto…