Sherlock – Serie 3

Sherlock – Series 3 (UK, 2014)
creato da Mark Gatiss e Steven Moffat
con Benedict Cumberbatch, Martin Freeman

Dopo due anni di pausa, con la gente che si stava facendo esplodere il cervello nel tentativo di inventarsi le teorie più bislacche per spiegare come Sherlock Holmes ed eventualmente anche Jim Moriarty potessero essere sopravvissuti ai rispettivi suicidi, la prima puntata della terza serie di Sherlock non poteva che affrontare l’argomento alla sua maniera. E infatti è tutto un tripudio di modi per girare attorno alla questione, ostentare la maniera tanto intelligentissima e fuori dal comune con cui si è deciso di affrontarla, prendersi in giro ma prendere in giro anche noi, voi e quegli altri. Insomma, è una supercazzola, in cui si spiega tutto senza spiegare nulla, si risolve il gran dubbio a colpi di pernacchie e si fa finta di niente, allontanandosi poi fischiettando. Il risultato è un episodio estremamente furbetto, a modo suo divertente e certo fondamentale per il modo in cui piazza qua e là elementi che vanno a comporre un arco narrativo condotto lungo tutta la terza serie, ma anche, perdonatemi il termine tecnico, una discreta palla al cazzo. Poco male, anche le prime due annate avevano l’episodio debole, in entrambe il secondo. E quello della prima serie, coi cinesi, mamma mia, non ci voglio neanche pensare, al confronto questo qui è un gioiello splendente. Quindi, insomma, OK, ci siamo levati subito di torno l’episodio moscio, andiamo avanti. O forse no.

Il fatto è che questa terza serie di Sherlock è costruita con un bel crescendo che conduce dalla palla di cui sopra allo strepitoso gran finale, e ovviamente l’episodio di mezzo, beh, sta nel mezzo. Di fondo, il primo e il secondo “micro film” di cui è composta l’annata sono interessanti per il modo in cui si concentrano più che altro sul raccontare i personaggi e sullo sviluppare i rapporti fra di loro. Il caso di turno, soprattutto il primo, in una certa misura anche il secondo, diventa quasi un pretesto attorno a cui far ruotare gli eventi e un tassello da incastrare nello scenario più ampio dell’annata, ma il cuore dei due episodi sta altrove. Sta, appunto, nello sviluppo del rapporto fra Holmes, Watson e il resto del cast, sempre più caratterizzato come una famiglia allargata, e nella maniera ancora più spinta in cui gli autori si divertono a mettere in scena un racconto plasmato sulla natura stessa del suo protagonista. Un po’ schizzato, a modo suo vacuo e disinteressato a tutto ciò che lo circonda, estremo nel pasticciare con i riferimenti “esterni” più o meno espliciti, fra appunto tutto il giocare del primo episodio e la stessa scelta degli attori nei successivi, mogli e genitori nella realtà che rivestono gli stessi ruoli anche nella finzione.

Per altro, a proposito di attori, si sottolinea l’ovvio, Cumberbatch, Freeman e compagni mostrano qui un’intesa e una padronanza fuori scala e riescono a far funzionare tutto a meraviglia anche nei momenti in cui il racconto vacilla un po’ verso il nulla. Poi è anche vero che tanto la scelta di realizzare piccoli film da un’ora e venti si rivela controproducente quando, nei momenti peggiori, si finisce per dare una sensazione di brodo allungato e girare in tondo, tanto è invece perfetta quando viene fuori un episodio come quello conclusivo, denso, appassionante, pieno di eventi, capace di stupire con i suoi colpi di scena e di dare un significato concreto all’intera annata per il modo in cui porta a compimento tutti i piccoli e grandi discorsi aperti qua e là. Insomma, ancora una volta, Sherlock dà il meglio quando il word processor sta tutto nelle mani di Steven Moffat. Guarda un po’ il caso. 

Me lo sono visto su Netflix. Viva Netflix. Lo sapevate che ora c’è anche in Francia? Fra l’altro anche quello francese ha la lingua originale. No, dico. Ah! Génial!

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Lo spam della domenica mattina: Saluti dalla Liguria

Questa settimana ho riversato i miei sforzi igiennici sul Rewind Theater del trailer del nuovo Hunger Games, sull’intervista al senior producer di NBA 2K15 (con cui – incredibile ammisci – ho esaurito gli avanzi dalla Gamescom 2014) e sull’anteprima di The Book of Unwritten Tales 2. Sul fronte outcastaro, invece, abbiamo il Videopep dedicato al Neo Geo CD, l’eXistenZ sul film dell’Angry Video Game Nerd, la recensione di Fenix Rage e l’interminabile Old! sul settembre del 2004. Ho preparato questo post giovedì, non mi assumo responsabilità se non è stato pubblicato il paio di cose che doveva uscire nel weekend.

Nei prossimi giorni si dovrebbe registrare della roba. Credo.

La robbaccia del sabato mattina: Weekend lungo

Allora, questo post l’ho preparato giovedì, così, perché ne avevo voglia, e sicuramente nel frattempo sono spuntate chissà quante cose meravigliose, ma insomma, eh, meglio che niente, viva la programmazione automatica, saluti dal weekend lungo in trasferta a tema compleanni.

Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, che la butta nuovamente sul biografico e sicuramente avrà tutte le sue cosine giuste da film biografico al posto giusto, ma insomma, sembra comunque interessante. E poi Amy Adams e Christoph Waltz. Comunque arriva a gennaio.

Men, Women & Children, il nuovo di Jason Reitman, che per quanto mi riguarda deve ancora sbagliare un film, fermo restando che no, certo, mica possono venirgli fuori tutti BELLISSIMI. Ma no, secondo me non ne ha fatto uno brutto, anzi. Le argomentazioni stanno sparse in giro per il blog. Ad ogni modo, questo promette bene e oltretutto è un altro caso di Adam Sandler in un film in cui non fa lo scemo e si mette nelle mani di un regista bravo. In genere ne escono cose belle.

E a proposito di registi dei quali apprezzo anche le scorregge uscite di traverso, abbiamo il primo trailer per il nuovo di Michael Mann, Blackhat. Non ho altro da aggiungere al riguardo, se non che gennaio è drammaticamente lontano.

Big Hero Six ci propone un trailer di quelli che ti raccontano mezzo film. E, uhm, ehm, non lo so, non sono convinto. Sembra simpatico, però sembra anche un po’ quel simpatico che non mi convince tipo quello là sui videogiochi che sappiamo bene. Boh, vedremo. Chiudiamo con un filmetto amatoriale su Spawn e una roba virale dai film degli X-Men. Messi così in fila a caso.

Adesso che torno a Parigi mi rimetto ad andare giudiziosamente al cinema. Prometto.

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X01: "Ombre"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X01: “Shadows” (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Brett Dalton

E finalmente si ricomincia, dopo l’altalenante prima stagione e il suo finale in gran crescendo, con un secondo anno di Agents of S.H.I.EL.D. che innanzitutto ha dalla sua la promessa (tutta da mantenere, certo) di una maggiore continuità nella messa in onda, con due blocchi di episodi previsti attorno a una pausa natalizia che sarà invece dedicata alla nuova serie Agent Carter. E non a caso questa “season premiere” si apre con breve ritorno ai tempi in cui il personaggio interpretato da Hayley Hatwell era agile e scattante, per porre le premesse del racconto ma anche (soprattutto?) per buttare lì una specie di teaser trailer del nuovo show. Poi, però, si passa al presente, con un episodio che si porta sulle spalle il peso di non accartocciarsi su se stesso dopo le vette raggiunte nel finale della scorsa stagione, dettare da subito tono e ritmo del nuovo corso e, ovviamente, fare il suo dovere da primo appuntamento in cui si fa il punto della situazione su tutto quel che era rimasto in sospeso.

E il suo dovere lo fa bene, pur senza far gridare al miracolo. Innanzitutto, il tono: per quanto alcuni attori, quando si piazzano in posa plastica, continuino a sembrare un po’ poco adatti al ruolo di cazzutissimi agenti dello S.H.I.EL.D., sembra che finalmente avremo a che fare con, appunto, dei cazzutissimi agenti dello S.H.I.EL.D. E già come cosa non si butta. In generale, il racconto delle spie costrette a lavorare di nascosto, fra le pieghe del sistema, perché prese nel fuoco incrociato fra governo e Hydra, viene assecondato da un’atmosfera generalmente più cupa e dei personaggi che lo abbracciano liberandosi di buona parte delle scemate e mostrando un’apprezzabile voglia di fare le cose sul serio. Fermo restando che, per carità, rimane sempre una serie Marvel su un network che si rivolge forzatamente a tutta la famiglia. E nel contesto è azzeccata anche la figura di un Coulson sempre più in modalità Nick Fury, tutto sulle sue e incattivito nelle decisioni operative.

Lì in mezzo si inseriscono poi i nuovi personaggi, dalla varia bassa manovalanza a Crusher Creel, supercriminale una volta tanto non particolarmente minore dell’universo Marvel che fa la sua apparizione e viene trattato decisamente bene, fra l’attitudine badass, la visualizzazione dei poteri ben realizzata e la strizzatina d’occhio con palla e catena. Inoltre abbiamo anche un nuovo cattivone, pure lui pescato dall’universo fumettistico, e sono in arrivo diverse cose che sono state annunciate ma ancora non si manifestano. Aggiungiamoci pure la mossa in stile Hannibal Lechter, un po’ scontata ma che potrebbe generare qualche sviluppo divertente, e il modo azzeccato in cui è stata trattata la questione FitzSimmons e abbiamo un avvio di stagione davvero riuscito, soprattutto con una parte finale dal bell’impatto e che lascia addosso gran voglia di andare avanti. Bene così.

Dopodiché io son qua che aspetto solo e unicamente Tyra Collette.

Oggi esce Lucy in Italia

Oggi, con ampio ritardo sul resto del mondo ma giusto in tempo per non arrivare dopo Uruguay e Paraguay, arriva nei cinema italiani Lucy, l’ultimo film di Luc Besson con Scarlett Johansson che fa la maestra di Hokuto, o qualcosa del genere. Io l’ho visto un mesetto fa qua a Parigi e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Alla fin fine neanche m’è dispiaciuto.

Tanti auguri a me. Così, lo segnalo.

Sul trenino per Londra

Come credo di avere già scritto da qualche parte, forse in uno degli ultimi post da weekend, questa settimana la trascorro per buona parte in viaggio fra tre paesi. Per esempio, a meno di imprevisti, questo post viene pubblicato automaticamente mentre io me ne sto spaparanzato sul trenino diretto a Londra. Vado infatti a spararmi la due giorni (anche se sarebbe più corretto parlare di un giorno e uno sputacchio) del D.I.C.E. Europe 2014. E se volete sapere di che si tratta, il sito ufficiale sta a questo indirizzo qua. Fra l’altro, mentre scrivevo questo post, m’è venuto in mente che due anni fa avevo scritto quattro post sul D.I.C.E. 2012, seguito tramite internet. Stanno a questo indirizzo qua, casomai interessassero. Comunque, rientro a Parigi domani sera, ma poi venerdì riparto per farmi un weekend lungo in Liguria causa doppio festeggiamento incrociato di entrami i compleanni di casa. Quindi, insomma, il succo è che probabilmente, da qui a perlomeno martedì prossimo, ci sarà moria di post sul blog. Anzi, in realtà già da ieri, ché ero stracarico di roba su cui portarmi avanti e non sono riuscito a scrivere un post. E temo andrà così per tutta la settimana. O forse no. Magari scrivo roba e la metto in programmazione automatica. Vai a sapere.

Poi, quando torno, se le conferenze del D.I.C.E. non han fatto cagare, si registra un podcast.

Lo spam della domenica mattina:

Questa settimana, su IGN, non ci si crede, ho uscito ancora qualche contenuto figlio della Gamescom. Non si finisce mai, per la miseria. Comunque, stiamo parlando dell’anteprima di Star Citizen, dell‘anteprima di Aquanox: Deep Descent e di un articolo su una manciata di giochi indie. Da quell’altra parte, invece, si sono manifestati il Videopep dedicato ai cinque anni di Outcast (auguri!), la recensione dell’ultimo episodio della seconda stagione del The Walking Dead di Telltale Games, il The Walking Podcast dedicato alla stessa roba e l’Old! sul settembre del 1994, che è molto più lungo del solito e fra l’altro, a occhio, con quello della prossima settimana andrà pure peggio.

La prossima settimana sarà un po’ un delirio, considerando che prima vado al D.I.C.E. Europe e poi mi faccio un weekend lungo italiano per celebrare come si conviene i compleanni della FAMIGLIA. Mi sento di pronosticare un crollo delle pubblicazioni qua sul blog. Vedremo.

La robbaccia del sabato mattina: Star Batman

Questa qua sopra è la prima immagine ufficiale di Sharlto Copley e Susan Heyward nei panni dei Christian Walker e Deena Pilgrim di Powers, la serie TV ispirata all’omonimo fumetto in produzione per il PlayStation Network. Che dire, coi personaggi del fumetto c’entrano poco, però lui mi piace, voglio crederci. E come non crederci anche quando leggi che Scott Glenn è stato ingaggiato per interpretare Stick nella serie Netflix dedicata a Daredevil? Crediamoci. Infine, a proposito di crederci, a questo indirizzo qua c’è un bello scambio fra Rian Johnson e Terry Gilliam in cui il primo spiega al secondo come ci si sente a stare scrivendo la sceneggiatura di Star Wars: Episodio VIII.

Questo qua sopra è il primo trailer della prima parte di Mockingjay, capitolo conclusivo di Hunger Games, serie che a me alla fin fine neanche dispiace (qua ho scritto del primo film, qua del secondo), anche se questa roba qua sopra mi lascia abbastanza indifferente. A questo indirizzo qua, invece, c’è un’infografica assurda su tutti i supereroi apparsi in “live action” sullo schermo, grande e piccolo. Io neanche mi ci sono messo, a leggerla.


Questo, invece, è il trailer di John Wick, con il quale Keanu Reeves continua a confermare di essere uno a cui non puoi che voler bene. Nel caso specifico, s’è preso come registi quelli che coordinavano gli stunt dei Matrix e ha tirato fuori questa roba in cui fa il killer definitivo incazzato nero e pronto a spaccare tutto. In più c’è Tyra Collette, e che le vuoi dire. Secondo me promette benissimo.

A Most Violent Year nuovo film del regista di Margin Call e All Is Lost, con Jessica Chastain e Oscar Isaac. Non sono sicuro di aver capito fino in fondo cosa racconti, però il trailer mi ha messo addosso lo stesso una gran voglia. Chiudiamo con un’altra delle scemate virali che si stanno palleggiando J.J. Abrams e Zack Snyder e una “intervista” a Kevin Smith relativa a Tusk, su cui metto le virgolette perché di fatto gli viene posta una sola domanda e poi lui va avanti a blaterare per tre minuti. Buon weekend.

Non sto più riuscendo ad andare al cinema. Però ieri ho mangiato della roba che mamma mia e per la miseria e santa polenta a Les Trois Royaumes, a cui voglio sempre tanto bene. Quindi apposto.

Tropico del cancro

Tropic of Cancer (Francia, 1934)
di Henry Miller

Il mio rapporto con Henry Miller consiste nel fatto che, lo ammetto, so a malapena chi sia. Ho vaghi ricordi di Henry & June come di quel film con Remo Williams che ogni tanto passavano su Rete 4 e in cui c’era la gente che faceva sesso (e mi sembrano, esclusa magari Rete 4, elementi degni di nota, specie se consideriamo che si parla degli anni della mia adolescenza). Oltre a questo, c’è il fatto che, quando ci siamo sparati il road trip per gli Stati Uniti occidentali qualche anno fa, fra le tappe lungo il meraviglioso Big Sur c’è stata la deliziosa Henry Miller Memorial Library, dove abbiamo pure comprato un bel manifesto che ora sta appeso di là, nella stanza del retrogaming. E basta. Lo scorso ottobre, però, mi sono trasferito qua a Parigi e subito il Marrone mi ha ordinato di leggere Tropico del cancro. Io mi sono fatto un appunto, ho promesso che avrei ubbidito, ho deciso che per qualche motivo un classico del 1934 lo volevo stringere in mano e non mi bastava la versione Kindle e ho quindi proceduto ad ordinare l’edizione riprodotta nell’immagine là sopra.

Certo, poi ci ho messo mesi a tirarlo fuori dallo scaffale e decidere che era il momento di leggerlo e altri mesi per mettermi effettivamente a leggerlo, perché da queste parti funziona così, a caso. Fatto sta che durante le vacanze estive, spaparanzato fra le frasche e i sassi delle spiagge liguri, mi sono letto Tropico del cancro. Anzi, Tropic of Cancer. E? E ci ho trovato un racconto affascinante, seppur scritto in una maniera che magari non è troppo nelle mie corde per… come dire… come potrei definirlo… forse… eccesso di stile? Ad ogni modo, in Tropico del cancro, Henry Miller racconta, romanza, riarrangia e sbatte sulla pagina la sua assurda vita da nomade americano disperso nei meandri della Parigi degli anni Trenta, offrendo un ritratto viscerale di un modo di vivere che non è esattamente quello in cui mi sono ritrovato io andando a stare a Parigi negli anni Dieci.

Fra gli aspetti più affascinanti, oltre alla capacità di raccontare in maniera coinvolgente storie di gente che ti verrebbe voglia di prendere a schiaffi urlando fortissimo “SVEGLIAAA!!!”, ci sono le riflessioni – in larga misura ancora attualissime – gettate lì sulla natura umana e su ciò che governa i rapporti fra le persone, c’è ovviamente il ritratto che viene fatto di un’epoca, o quantomeno di una qualche forma del vivere in quell’epoca, e c’è il linguaggio utilizzato. Il tono e i modi con cui viene descritta ogni cosa lasciano di sasso più che altro perché, di fondo, risultano in larga parte piuttosto moderni e soprattutto caratterizzati da un’assenza di vergogna talmente brutale da risultare straniante ancora oggi. Molti dei termini, dei modi di dire, delle descrizioni che si leggono in questo libro sono considerati parecchio sconvenienti nel 2014 e non riesco a immaginare cosa debba essere stato provare a pubblicare questo libro ottant’anni fa. Posso al limite leggerlo su Wikipedia. Ad ogni modo, dopo magari un avvio un po’ affaticato a causa della scarsa compatibilità stilistica, devo dire di aver trovato un romanzo coinvolgente e che ho finito in un soffio, cosa non sempre scontata coi grandi classici lontani quasi cent’anni. Insomma, bravo Marrone.

Immagino che su internet si trovino articoli ben più interessanti e approfonditi dedicati a questo libro, ma insomma, eh, non volevo mica fare una tesi di laurea, volevo solo scribacchiare il mio post quotidiano dicendo due cose su un libro che ho letto. A posto.

La quinta onda

The Fifth Wave (USA, 2013)
di Rick Yancey

Con questa cosa che ultimamente ho preso a leggere libri anche in francese, oltre che in inglese, il quantitativo di romanzi o saggi in lingua italiana che mi passano fra le mani si è mostruosamente ridotto. Capita ancora, eh, anche perché esistono le altre lingue, delle quali non capisco nulla, ma insomma, capita sempre meno. Il che, se vogliamo, potrebbe pure essere un problema: non è che faccia bene smettere quasi completamente di leggere cose scritte nella lingua che uso principalmente per il mio lavoro. Che è scrivere. Del resto, fra i consigli base da dare a chi è tanto pazzo da voler provare a guadagnarsi da vivere con le parole, beh, c’è anche quello: leggere, leggere sempre, leggere di tutto, leggere come se non ci fosse un domani. Comunque, sto divagando prima ancora di aver iniziato, o forse no, ma non importa, tanto qua dentro finisce sempre così. Il succo del discorso, ammesso e non concesso che in questo momento esista un discorso nella mia testa, è che in linea teorica La quinta onda, avrei dovuto leggerlo in lingua originale. Ma la verità è che probabilmente non l’avrei mai letto, in lingua originale. E invece l’ho letto in italiano, perché l’agenzia che si occupava delle PR per il libro (ciao!) me l’ha gentilmente inviato, suppongo nella speranza che ne scrivessi qua sul blog.

E qui si potrebbe aprire tutta una parentesi sul fatto che improvvisamente qualcuno ha deciso di infilare il mio blog nella lista di quelli interessanti per cose del genere. Non so bene cosa significhi. Sono diventato importante? Piaccio? Qualcuno mi considera un opinion leader? Dio, che brutta espressione, “opinion leader”. Probabilmente sarà un caso isolato, magari un glitch nel sistema, anche tenendo conto del fatto che il libro me l’han mandato a luglio e io ne scrivo a settembre. Ma, ehi, i libri non hanno data di scadenza! In tutto questo, per altro, si potrebbe riflettere sul fatto che il 90% (stima sparata completamente a caso) dei post pubblicati su questo blog parla di cinema eppure non mi arriva mai mezzo invito a un’anteprima, una proiezione, un qualcosa. Però posso raccontarmi che va così perché sanno tutti che vivo all’estero e che mi invitano a fare. In più, ci sarebbe anche da dire che se nel post su La quinta onda pubblicato con due mesi di ritardo trascorro oltre duemila caratteri parlando dei fatti miei, beh, mica posso stupirmi se poi la gente non mi invita alle cose e non mi manda le robe. Al di là del fatto che mi leggono in quattro. Uhm.

Beh, OK, dopo aver vinto il campionato mondiale di divagazioni sparate a caso perché non so come iniziare il post, parliamo di La quinta onda. Trattasi di romanzo young adult, e già qui la gente scappa urlando in preda al panico. Le parole “young” e “adult” sono fra i principali babau del geek che non deve chiedere mai. Al confronto, le parole “rom” e “com” vengono liquidate con un sorrisino d’indifferenza. Il problema è che i romanzi e i film young adult commettono il crimine più grosso che si possa compiere nei confronti della cultura geek: la rendono popolare e lo fanno senza rivolgersi ai maschietti adolescenti come target principale. Son bravi tutti (si fa per dire) a portare i supereroi Marvel al cinema senza far incazzare nessuno (si fa per dire), ma trasformare l’horror, l’azione, la fantascienza e [aggiungere a piacere] in cose pensate per le ragazzine beh, è tutt’altra faccenda. Ed è un crimine contro il popolo geek tanto quanto, che so, creare una console Nintendo che punta alle nonne, alle zie e alle donne delle pulizie. Ma, mannaggia, sto divagando ancora. Provo il reset.

Google mi propone questa immagine.

Dunque, La quinta onda racconta di un futuro post-apocalittico in cui l’umanità è stata fatta a pezzetti da un’invasione aliena, che ha attaccato seguendo vie subdole e infamissime, organizzate secondo quelle che i sopravvissuti hanno definito onde. E siamo appunto nel bel mezzo della quinta onda. Non sto a raccontare nello specifico come siano strutturate le onde, perché parte del fascino del libro sta nel modo in cui vengono svelate tramite i flashback della protagonista, ma diciamo che l’idea funziona abbastanza, nonostante il geek scafato non possa che ritenere telefonata la maggior parte dei colpi di scena. Diciamo che, una volta capito come funzionano le cose, gli sviluppi sono abbastanza nella norma. Ma insomma, il racconto rimane comunque scorrevole, piacevolissimo e a modo suo appassionante. Chiaramente, visto il filone d’appartenenza, il ruolo di protagonista tocca a una ragazza adolescente che, ora della fine, si ritrova coinvolta in un triangolo i cui altri due estremi appartengono a “famiglie” opposte, come nella miglior tradizione Montecchi/Capuleti.

Insomma, La quinta onda non fa nulla di particolarmente nuovo o fuori dagli schemi, ma quel che fa lo fa in maniera gradevole e la lettura scorre via che è un piacere. Il modello è sempre quello lì, quello della narrativa che tipicamente si rivolge ai maschietti, filtrata però attraverso uno sguardo di femminuccia, e con protagonisti dei ragazzini che prendono in mano la situazione in un mondo in cui gli adulti variano dall’inutile al dannoso, proponendosi come pericolosi cattivi, buoni incapaci e più che altro morti ammazzati. Il risultato dà colpi a cerchio, botte e pure moglie ubriaca, ma di certo non annoia, non sporca, non fa casino e non disturba. Voglio dire, Il codice Da Vinci ho fatto una fatica bestiale a finirlo, questo qua mi si è praticamente letto da solo. Qualcosa vorrà pur dire. Forse che nel profondo del mio cuore nascondo una ragazzina che non chiede altro che fissare i pettorali di un giovane attore hollywoodiano in 3D e su schermo gigante. Ehm.

Comunque, fondamentalmente La quinta onda è una specie di La strada con gli alieni in versione easy e ha certo il potenziale per dar vita all’ennesima trilogia  cinematografica di successo, per la quale fra l’altro si sono assicurati la nostra amica Hit-Girl. E non si può mica dire di no alla Chloe, dai: andremo a guardarci anche quello. Anzi, quelli. Ah, a proposito, sì, ovviamente questo è il primo volume di una trilogia, e infatti la storia si chiude per modo di dire. Poi, certo, per quanto il tutto sia gradevole, non è che sia esattamente rimasto qui con la bava alla bocca in attesa del secondo romanzo, ma insomma, immagino quello dipenda anche dal mio essere fuori target. Quindi no, non sono una ragazzina che bla bla bla. Credo. Ad ogni modo, il secondo volume, The Infinite Sea, è uscito da qualche giorno negli iuessei. Mh, quasi quasi me lo piglio su Kindle. No, dai. Sì. Non lo so. Comunque non so quando arriverà in versione Italiana. Abbiate pazienza.

L’ho letto a inizio luglio, mentre me ne stavo sdraiato fra le fresche frasche liguri. Nella lettura della versione italiana non m’è parso di notare molto di particolarmente fuori posto, mi sembra una traduzione ben fatta. Al di là del fatto che, quando sei abituato a leggere in inglese, poi noti sempre questa o quella espressione tradotta un po’ come veniva perché non c’era altro modo. Va anche detto che sono passati due mesi, non ricordo nulla e magari invece mentre lo leggevo mi sembrava una traduzione fatta coi piedi. O forse no. Non ricordo. Uffa.