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Il padrino – La trilogia

Il padrino
The Godfather (USA, 1972)
di Francis Ford Coppola
con Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton

Guardi Il padrino per la prima volta da chissà quanto tempo, o forse anche per la prima volta punto e basta, visto quel che ti dice la memoria, e ti aspetti che il protagonista sia Don Vito Corleone. Troppo forte, iconica, stampata nella mente, l’immagine della faccia di Marlon Brando, per attendersi qualcosa di diverso. E invece, sebbene la strabordante presenza di questo stanco e adorabile padrino anziano rubi la scena per buona parte del film, il vero protagonista delle vicende narrate è il figlio Michael Corleone. Lui è il padrino del titolo, la cui “nascita” viene raccontata in maniera magistrale, sottile, lucida.

Da ingenua, onesta, e pura mosca bianca in una famiglia di criminali incalliti a splendido e perfetto capomafia, che nel tempo – come racconterà poi il secondo film – è destinato a diventare il più crudele, freddo e insensibile di tutti. Coppola racconta del passaggio di consegne fra padre e figlio e delle difficoltà insite nell’intraprendere una “carriera” tanto particolare. Proprio nel descrivere le vicende come quanto di più normale e famigliare possa esserci sta però il colpo di genio. Il padrino non parla di fuorilegge squallidi, violenti e odiosi, ma di amici e parenti che si supportano e si amano a vicenda.

Il regista indugia tanto sugli improvvisi scoppi di violenza criminale quanto sulle piccole cose, sui momenti intimi, su Clemenza che fa il sugo e Don Vito che gioca col nipote. Racconta di persone adorabili dallo stile di vita deprecabile, non eccede nel beatificarli e nel dare loro un tono eroico, ma anzi ce ne mostra gli insostenibili lati oscuri. E nonostante questo riesce incredibilmente bene a farcene innamorare e a renderci partecipi dei loro drammi e delle loro gioie, perché a conti fatti li dipinge tutti come uomini d’onore, amorevoli e rispettabili, impegnati a combattere loschi traditori e fetidi poliziotti corrotti.

Ma oltre ad essere una storia tremendamente ben scritta ed orchestrata, Il padrino è anche, soprattutto, una gioia per gli occhi. Quasi tre ore di splendido cinema, una lunga e ininterrotta serie di immagini e sequenze meravigliose, messe in fila una dietro l’altra. Tutta l’apertura sul matrimonio, la visita a Don Vito in ospedale, la parte in cui Michael, seduto sul divano, prende coscienza dei suoi doveri e mostra per la prima volta la sua anima oscura, il doppio omicidio al ristorante, il soggiorno in Sicilia, la sparatoria al passaggio a livello, quella meravigliosa immagine di Brando che gioca nel giardino col nipotino… non c’è fine all’elenco di fantastici ricordi che Il padrino regala alla memoria.

Un film perfetto, in cui gli incredibili virtuosismi di Coppola si mettono al servizio di una storia potente ed emozionante e si cibano di tanti interpreti meravigliosi, splendidi sia nel tenere la scena da protagonisti, sia nel caratterizzare il film rimanendo sullo sfondo. Meglio di così, davvero, è difficile fare.

Il padrino parte seconda
The Godfather Part II (USA, 1974)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton, Rober De Niro, John Cazale, Talia Shire

E infatti meglio di così lo stesso Coppola non fa col secondo episodio, la cui idolatrazione popolare nei termini di “unico seguito superiore all’originale” davvero mi lascia perplesso. Il padrino parte seconda è un gran bel film, ma fatico a comprendere in cosa possa essere considerato superiore al precedente. Certo non nella sceneggiatura, che fatica a mantenersi altrettanto coesa e appassionante, anche per colpa dei flashback, spesso inseriti in maniera francamente discutibile. Se da una parte il parallelo fra le vite e le azioni di padre e figlio risulta senza dubbio affascinante, dall’altro l’inserimento delle – belle, ma anche poco approfondite e, a conti fatti, quasi superflue – sequenze dedicate al giovane Don Vito appare posticcio, faticoso, impacciato. Spezzano tremendamente il ritmo e l’intensità della storia principale e, per assurdo, anche di ciò che loro stesse raccontano. E sono ben lontane, per esempio, dalla spettacolare efficacia dei flashback di C’era una volta in America.

E se è pur vero che questo secondo film non fa altro che proseguire nell’adattamento del libro di Mario Puzo, è vero anche che si fa fatica a non farsi colpire da una certa sensazione di superfluo. Tanto era perfetto e compiuto il primo episodio, quanto appare per certi versi inutile questo secondo, fra l’altro molto meno convincente anche per una certa logorrea narrativa e per una regia meno virtuosa e affascinante. Prolisso e farraginoso, decolla coi ritmi di un diesel ingolfato, ma quando finalmente ci riesce, bisogna dirlo, regala ancora una lunga serie di grandi momenti.

La seconda parte del film, incidentalmente quasi priva di flashback, torna alla grandezza del primo episodio e presenta tanti momenti memorabili. Il racconto del definitivo crollo verso l’oscurità di Michael Corleone è potente ed efficace, splendido nel mettere in scena il suo alienarsi da tutto ciò che gli sta attorno, le menzogne, la fredda crudeltà con cui tratta gli affari di famiglia, il drammatico rapporto con la moglie e la sempre più lucida consapevolezza di non saper e voler mantenere il vuoto proposito di tirarsi fuori dall’attività criminale.

Lo sguardo di Michael che litiga con la moglie e viene a sapere dell’aborto, la splendida e sottile interpretazione di Al Pacino, la bella e intensa sequenza finale, che richiama alla memoria il battesimo in chiusura del primo film… di enormi pregi questo Padrino parte seconda è indubbiamente pieno, ma è la somma delle parti a lasciar perplessi e, tutto sommato, un po’ delusi.

Il padrino parte terza
The Godfather Part III (USA, 1990)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Andy Garcia, Eli Wallach, Sofia Coppola, Talia Shire, Diane Keaton, Joe Mantegna

Il padrino parte terza mi ha ricordato sotto più di un aspetto il disastroso pasticcio partorito da George Lucas con la sua nuova trilogia di Guerre Stellari. Film disfunzionali e male orchestrati, che riecheggiano il passato ricalcando le orme di ciò che li ha preceduti e che in sostanza funzionano meglio di quanto dovrebbero grazie all’eredità su cui si appoggiano. Così come Lucas fa percorrere ai personaggi delle sue due trilogie un cammino quasi identico, ricalcando trovate, avvenimenti, immagini, perfino intere sequenze, altrettanto fa Coppola, costruendo un intreccio che scorre parallelo a quello dei precedenti episodi, che sceglie soluzioni narrative molto simili e che ripropone immagini quasi identiche, dal massacro sulle note della Cavalleria Rusticana al destino di Michael, consumato in un vuoto e malinconico giardino.

Il problema è che sembra di guardare una versione distorta, appannata, tirata via e malriuscita dei primi due film. La storia di Michael Corleone giunge al capolinea raccontando di un uomo stanco e sfibrato, finalmente convinto e deciso a ridare dignità e onestà alla sua famiglia, ma destinato a scontrarsi nel peggiore dei modi con una realtà drammatica e crudele. Non c’è modo di uscirne, non è possibile lavarsi l’anima e sfuggire alla propria natura. E altrettanto stanche, sfibrate, prive di nerbo, appaiono la scrittura e la regia di Coppola.

Una considerazione a parte merita Sofia Coppola, che, poveretta, fa quel che può, ma deve combattere con la presenza scenica di un parafango e una voce che in qualche modo ricorda il poetico risciacquo di un water intasato. I dialoghi in campo-controcampo fra lei e Andy Garcia sono impietosi in quel loro mostrare da una parte un attore che davvero buca lo schermo con la sua sola presenza e dall’altra una poveretta scartata dal casting di Un posto al sole.

Nonostante tutto, però, Il padrino parte terza ha i suoi pregi. Ad esempio nel raccontare, per quanto non benissimo, della disperata e struggente lotta di Michael Corleone contro un destino ineluttabile e nel tratteggiare, invece molto bene, la triste relazione fra il Padrino e la sua ex moglie Kay. Insomma, così come non condivido gli osanna generali per il secondo episodio, mi distacco dal feroce odio che si percepisce per il terzo. Che comunque, va detto, si trova proprio in una galassia distante anni luce dai precedenti due. Lontana lontana, quasi.

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Superman – La trilogia


Superman (USA, 1978)
di Richard Donner
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Marlon Brando, Ned Beatty, Valerie Perrine, Jackie Cooper

Se il Superman del 1978 ha un singolo pregio, è quello di essere a modo suo ancora credibile, convincente e appassionante dopo quasi trent’anni. Nonostante quegli effetti speciali oggi quasi infantili. Nonostante quel costume così “calzamaglia”, quelle pettinature tanto lontane, quel look allucinato. Nonostante quell’atmosfera così ingenua e vecchio stile. O, forse, anche e soprattutto grazie a tutte queste cose.

Di sicuro alla pellicola di Richard Donner non manca la capacità di far volare lo spettatore sulle ali della fantasia. Quella splendida apertura sul pianeta Krypton mantiene ancora tutta la sua dirompente forza, aiutata da una colonna sonora fra le più azzeccate ed evocative di sempre. Ma è tutto il film a colpire per il grande senso di meraviglia che riesce a regalare. Il ritrovamento del bimbo piovuto dal cielo, la crescita e la scoperta dei poteri, il passaggio all’età adulta e l’abbandono delle proprie radici, tutto viene dipento con toni epici, ma allo stesso tempo intimi, toccanti e famigliari.

Ma Superman funziona così bene anche e soprattutto perché non esagera nel prendersi sul serio e, anzi, riesce ad ironizzare benissimo su se stesso, sugli stereotipi che mette in scena e sui suoi personaggi. Dalla gag della cabina telefonica alla sgangherata banda di criminali capitanata da Lex Luthor, fino al meravigliosamente impacciato Clark Kent, sono davvero tanti i momenti caratterizzati da una forte voglia di sdrammatizzare.

La ciliegina sulla torta è poi rappresentata da un cast incredibilmente azzeccato. Su tutti l’allora sconosciuto Christopher Reeve, perfetto tanto come goffo e balbettante reporter, quanto come baldo, sicuro e vigoroso eroe alieno. Talmente bravo nell’interpretare entrambi i ruoli, nel caratterizzare i due personaggi con le piccole cose, i gesti, la postura, il modo di parlare, da rendere quasi credibile un’identità segreta nascosta da un ciuffo e un paio d’occhiali.

E con lui un Gene Hackman adorabilmente gigione nella parte del genio del crimine Lex Luthor e una serie di attori molto ben calati in ruoli così famosi e noti praticamente a chiunque da renderli per nulla semplici da dipingere in maniera credibile. Tutto contribuisce a dare vita a un film non perfetto, su cui forse pesa qualche lungaggine di troppo, ma che regge allo scorrere del tempo molto meglio, per esempio, del primo Batman di Tim Burton, che pure è venuto oltre dieci anni dopo.


Superman II (USA, 1980)
di Richard Lester
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Terence Stamp, Valerie Perrine

Richard Lester con il secondo episodio mantiene grande coerenza stilistica e narrativa, riallacciandosi al primo sia negli avvenimenti (i cattivi della situazione si erano intravisti in apertura del film di Donner), sia nelle atmosfere epiche e nell’utilizzo di musiche ed effetti speciali. Sono passati due anni e si vede un film estremamente simile sotto tanti punti di vista, vero e proprio seguito.

Differenze però ce ne sono, e non da poco. Lester approfondisce il lato più “umano” del personaggio, il suo amore per Lois Lane, la sua anima divisa in due fra la nostalgia per un mondo d’origine e dei genitori mai conosciuti e il suo impossibile desiderio di integrarsi nell’umanità che l’ha adottato e sentirsi uno dei tanti. A questo il regista di Philadelphia unisce una carica umoristica ancora più forte, riempiendo di gag qualsiasi momento del film e caratterizzando di toni abbastanza ridicoli un membro e mezzo almeno del gruppo di antagonisti.

Dove non arrivano le intenzioni, purtroppo, si fanno un po’ strada gli anni che passano, con un look che rende il generale Zod e i suoi sgherri un po’ stupidotti, ben lontani dall’immagine di “cattivissimi spaventosi” che mi portavo dietro da bambino. Tanti anni son passati dall’ultima volta che ho visto Superman II e, purtroppo, si vedono tutti. Una volta fatto l’occhio, però, si trova un film appassionante, divertente, lungo, ma non tirato per le lunghe e graziato da un Gene Hackman e un Christopher Reeve ancora più bravi ed efficaci che nel primo episodio.


Superman Returns (USA, 2006)
di Bryan Singer
con Brandon Routh, Kevin Spacey, Kate Bosworth, James Marsden, Parker Posey, Frank Langella, Sam Huntington, Marlon Brando

Con Superman Returns Bryan Singer disconosce il terzo e il quarto episodio degli anni Ottanta e chiude un’ideale trilogia legata ai primi due. Tantissimi sono i punti di contatto sul piano narrativo, in un film che si riallaccia pesantemente agli avvenimenti dell’episodio diretto da Richard Lester, riprendendolo in più punti e, in sostanza, dandogli un vero e proprio seguito, che continua ad approfondire i “desideri di umanità” del personaggio e pone basi potenzialmente interessanti per l’ovviamente già previsto seguito.

Ma anche da un punto di vista stilistico Singer non inventa molto e anzi quasi si limita a mettere in scena una pellicola che sembra soprattutto un enorme omaggio a due film che adora. La colonna sonora, riarrangiata sulla base dei temi scritti da John Williams, rimane sostanzialmente quella, utilizzata allo stesso modo. L’apertura dei film, ancora una volta, si sofferma su Krypton ed esplode con quegli stessi titoli di testa. La storia ricalca sotto molti aspetti (il piano di Luthor, il volo di Superman e Lois Lane, Parker Posey a sostituire Valerie Perrine… ) quella del primo film e il gran finale è sempre lo stesso, con Superman in volo attorno al pianeta e con quella musica.

Gli stessi attori cercano palesemente di far sentire il meno possibile la differenza con chi li ha preceduti. Brandon Routh, pur convincendo meno, offre una discreta ed efficace imitazione di Cristopher Reeve e altrettanto fa un gigione e simpatico Kevin Spacey, che pure prova a dare un taglio più diabolico e moderno al suo Lex Luthor. Aiuta il fatto che entrambi gli attori abbiano tratti somatici molto simili a quelli dei loro predecessori, mentre convince meno Kate Bosworth, ottima donzella in pericolo, priva però della vitalità che caratterizzava il personaggio di Margot Kidder.

Ma al di là dei paragoni e del senso di compiaciuto deja-vu che il film per forza di cose genera in chi ha visto i precedenti, Superman Returns funziona abbastanza, offrendo momenti emozionanti e di sano divertimento. Singer appone comunque la sua firma di esteta e regala inquadrature molto evocative, omaggiando apertamente la cover del primo numero di Action Comics e regalando qualche brivido quando uno stanco Superman si erge al di sopra delle nuvole per farsi investire dai raggi solari e ricaricare la batteria.

E gli effetti speciali, finalmente all’altezza di ciò che devono rappresentare, funzionano a meraviglia e fanno ben sperare nel caso il prossimo film decida di seguire il percorso segnato dai primi due e mettere in scena antagonisti in grado di restituire i ceffoni a Kal-El. Certo, sarebbe interessante pure se ci raccontassero qualcosa di nuovo, cosa che tutto sommato penso sia possibile fare, nonostante i settant’anni di carriera del personaggio.

P.S.
Ho poi rivisto Superman Returns e ne ho riscritto a questo indirizzo qua.