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Guida galattica per autostoppisti

The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (USA, 2005)
di Garth Jennings
con Martin Freeman, Mos Def, Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Warwick Davis e le voci di Stephen Fry e Alan Rickman

Quella della Guida galattica per autostoppisti è una serie di libri semplicemente meravigliosa, che conosco di fama fin da piccolo grazie all’avventura grafica Infocom, ma su cui ho posato gli occhi solo a fine anni novanta, grazie a una vecchia edizione Mondadori del primo libro. Mi piacque tanto da giustificare lo sbattimento di recuperare gli episodi successivi tramite gli arretrati Urania, con tanto di inevitabili bollettini postali. Altro che play.com.

Il meraviglioso humor brit di Douglas Adams, il carosello di personaggi completamente assurdi, quel taglio a metà fra il demenziale e il malinconico… fu amore immediato e insopprimibile, che mi fece divorare ogni singolo libretto. Sono però passati appunto un bel po’ di anni e il ricordo della saga, per quanto positivo, è ormai flebile. Difficilmente, insomma, nel guardare il film di Garth Jennings, posso essere rimasto deluso da una scarsa fedeltà allo spirito o agli eventi raccontati nei libri. Insomma, la sega mentale sull’aderenza al testo originale, che già di suo non mi affascina particolarmente, in questo caso mi viene proprio difficile. Non saprei neanche dire se sia un bene, perché non ricordo se all’uscita nei cinema i FANN si scagliarono contro il film, ma ovviamente do per scontato che sia accaduto.

Io mi limito a dire che al suo esordio sul grande schermo Jennings ha avuto intanto le palle di affrontare materiale difficile per mille motivi ed è riuscito comunque a trarne un film scemotto e simpatico. Non è esilarante, ma del resto non mi pare lo fossero più di tanto neanche i libri, e certo ogni tanto sembra cercare disperatamente di farti ridere con gag che non sono poi così divertenti. Però ha un bello spirito giullaresco, ha Sam Rockwell, che mi sta sulle balle ma funziona quasi sempre bene, e ha l’impressionantemente adorabile faccia di Zooey Deschanel.

Solo che gli manca qualcosa. Non so bene cosa, ma qualcosa gli manca di sicuro. Gli manca la carica, forse, un po’ di cinismo, per renderlo adatto al palato fino di chi si è ormai abituato a commedie tutte sangue e merda. Ma a onor del vero non mi pare di ricordare molto sangue (e men che meno merda a pacchi) nei libri di Adams. O magari gli manca la capacità di essere coeso oltre il minestrone di sketch messi in fila l’uno all’altro, perché in effetti in questo il film fa un po’ fatica. O magari non gli manca nulla, e manca a me la capacità di apprezzare un certo tipo di umorismo quando raccontato per immagini, invece che nero su bianco. Però per qualche motivo mi aspettavo una merdata pazzesca e invece ho trovato un film gradevole, anche se non entusiasmante.

Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm

Be Kind Rewind (USA, 2008)
di Michel Gondry
con Mos Def, Jack Black, Danny Glover, Melonie Diaz, Mia Farrow

Be Kind Rewind non sembra un film di Gondry tanto quanto A History of Violence non sembra un film di Cronenberg. Non lo sembra nello sguardo fettoprosciuttato di chi vuole vedere un autore ripetersi all’infinito, tirando fuori ogni volta le stesse cose, che son quelle per cui lo si ama e sono quelle che quindi ci si aspetta (comprensibilmente) e si pretende (scioccamente) di vedere e rivedere ogni volta. Per questa gente che non sa accettare la voglia di cambiare e reinventarsi c’è Tim Burton, che da quasi trent’anni prosegue con la sua poetica darkettona per adolescenti sfigati e diversi ma tanto belli dentro (e io dico così perché mi ha rotto le palle, altrimenti sarei in prima fila a godermi il suo riciclo).

Per chi invece apprezza la voglia di mettersi in gioco c’è Michel Gondry, che con Be Kind Rewind prova a infilare il suo talento visivo allucinato in una struttura narrativa classica e decisamente più “regolare” del solito. Ne viene fuori una commedia sciocchina e deliziosa, che riesce ad essere cinefila senza chiudersi a riccio e diverte di gusto dall’inizio alla fine, reinventando e stupendo all’interno dei meccanismi del genere. Non c’è spocchia, non c’è senso di superiorità, non c’è voglia di essere superiori. Al contrario, c’è un regista che si mette al servizio del film e lo fa funzionare a meraviglia.

Gondry sceglie di fare il bravo e limita gli “svolazzi” a intuizioni felici come la testa di Jerry che quasi smagnetizza la pellicola dello stesso Be Kind Rewind e quel meraviglioso e allucinato viaggio di traverso nella storia del cinema popolare che ci si gode verso metà racconto. E il risultato è un film che – appunto – magari non ha il fascino visivo dei suoi due precedenti, ma conferma comunque il talento del regista francese. Uno capace di farmi sopportare Jack Black, oltre che di intenerirmi con un finale sdolcinato, buonista, ma sincero e sentito. E di farmi rimpiangere di non aver visto Rush Hour 2. Che, insomma, non lo guardo lo stesso, però, eh, intanto un po’ m’è dispiaciuto!

Solo due ore


16 Blocks (USA, 2006)
di Richard Donner
con Bruce Willis, Mos Def, David Morse

Otto anni dopo l’ultimo Arma Letale, Richard Donner torna sul terreno che forse conosce meglio, con un film che racchiude praticamente qualsiasi stereotipo del poliziesco “light”: un luogo da raggiungere/compito da portare a termine entro un certo limite di tempo, una banda di poliziotti corrotti, una spalla comica di colore che non sta mai zitta, Bruce Willis ridotto ai minimi termini entro la fine del film…

Solo due ore, pur non dicendo nulla di nuovo e non portando in dote particolari sorprese, è comunque un film ben confezionato. Diverte e scorre via liscio, pur non appassionando esageratamente, forse per l’eccessiva prevedibilità dell’intreccio. Ottimi gli attori, con un Bruce Willis trasandato più che mai e un David Morse perfetto figlio di buona donna.

Capitolo a parte per Mos Def, la cui interpretazione viene definita sorprendente e assai brillante da chiunque abbia visto il film in originale. La versione italiana, purtroppo, ci regala un doppiaggio da ritardato mentale, che biascica in maniera insopportabile dall’inizio alla fine. E, forse, il vero motivo per cui il film non appassiona consiste nel fastidio causato proprio dall’interpretazione completamente sballata di Simone Mori.