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Little Men

Little Men è un piccolo film, semplice, diretto e senza fronzoli, che racconta una storia normale, adulta, filtrandola attraverso il punto di vista dei giovani. Parla di gente qualunque, alle prese con problemi ordinari, ma che diventano tragici per il modo in cui vanno a colpire la vita delle persone. E lo fa senza emettere giudizi o provare a spingerti da una parte o dall’altra: c’è un conflitto, ci sono delle persone messe in situazioni difficili, c’è una faccenda che inevitabilmente ognuno finisce per valutare alla sua maniera, ma nella quale è difficile decidere chi abbia ragione e chi abbia torto. E nel mezzo ci sono due ragazzini che stanno crescendo e devono iniziare a decidere cosa fare della propria vita, mentre la vedono sballottata dalle decisioni degli adulti senza aver alcun potere al riguardo.

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Spider-Man – La trilogia

Spider-Man (USA, 2001)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, Kirsten Dunst, James Franco

Rivedendo il primo Spider-Man a sei anni di distanza, ho trovato conferma per le impressioni contrastanti che ricordavo. Da una parte il piacere di poter osservare una versione in “carne e ossa”, fedele all’originale nei tratti caratteristici e frutto di un evidente amore per il personaggio da parte di Sam Raimi. Dall’altra una pellicola debole, farraginosa, per certi sfilacciata. Un film d’azione con un antagonista incapace di andare oltre il suo pur divertente macchiettismo, una serie di personaggi poco più che abbozzati e uno script che paga la presunta necessità di raccontare sempre le origini nel film d’esordio.

E allora ci si deve sorbire una genesi lunga due ore, ben ritmata e, soprattutto, graziata dalla presenza dietro alla macchina da presa di una persona che gira le scene d’azione come davvero pochissimi altri, ma che dà l’impressione di non riuscire ad andare oltre il compitino svolto diligentemente. L’incredibile somiglianza di un po’ tutti gli attori al modello originale (un Jameson migliore non si poteva proprio trovare), la voglia di rielaborare in chiave moderna i personaggi senza tradirne lo spirito e in generale la capacità di rendere così bene su pellicola l’impatto visivo dei fumetti rendono questo Spider-Man – perlomeno ai tempi dell’uscita – l’adattamento fumettistico meglio realizzato di sempre. E ancora oggi, nonostante degli effetti speciali poi surclassati dai seguiti, il film si conserva abbastanza bene. Certo, vien da chiedersi se fra una decina d’anni sarà invecchiato male come l’ormai decrepito primo Batman di Tim Burton…

Spider-Man 2 (USA, 2004)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten dunst, Alfred Molina, James Franco

Così come accaduto anche per altre serie tratte da fumetti, il secondo episodio si rivela decisamente più compiuto, maggiormente vicino alla sensibilità di un autore forse anche più libero di lavorare fuori da costrizioni di produzione. Ma i pregi di Spider-Man 2 stanno innanzitutto in una sceneggiatura estremamente solida, che non va certo oltre l’ordinarietà di un manicheo conflitto fra super esseri, ma regala personaggi un po’ più ricchi e mostra una maggiore capacità di dosare ritmi e tempi. Raimi, poi, abbraccia con più convinzione lo spirito spensierato e goliardico dell’Uomo Ragno che piace a lui, mostrandoci un personaggio carico di autoironia e scegliendo di affrontare eventi dal forte peso drammatico con un forte taglio umoristico e la consapevolezza di non poter prendere più di tanto sul serio queste storielline d’amore e questi iperbolici drammoni adolescenziali.

In Spider-Man 2, poi, c’è l’unico villain davvero ben caratterizzato (e interpretato) di tutta la serie, affidato a un Alfred Molina capace di spazzare via in un attimo le mossette e i sorrisini di Willem DaFoe. E regia ed effetti speciali raggiungono un livello strepitoso, capace di rendere su pellicola come forse non si pensava fosse possibile la spettacolare complessità dell’azione fumettistica. Tutta la sequenza del combattimento sul treno, per esempio, è incredibile per ritmo, intensità e capacità di riprodurre le dinamiche e le tematiche del fumetto di supereroi.

E non manca il gusto per l’ammiccamento, l’attenzione al fan che può riconoscere la storyline palesemente ripresa nell’intreccio, o le tante citazioni grafiche costruite su schermo come tavole del fumetto, fra le quali spicca senza dubbio lo Spider-Man No More citato a parole da Tobey Maguire e per immagini da Sam Raimi. Insomma, Spider-Man 2, nella sua semplicità di blockbusterone estivo, è forse il perfetto film dell’Uomo Ragno. Meglio di così era davvero difficile fare.

Spider-Man 3 (USA, 2007)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard

Il terzo episodio della serie paga un po’ il desiderio di inserire sempre di più, senza tregua e senza ritegno, cercando di accontentare in tutti modi i fan e di accumulare scene d’azione a raffica. Ne viene fuori una sceneggiatura sfilacciata, senza particolari buchi o passi falsi, ma che fatica a tenere insieme l’abbondanza di temi e personaggi e finisce per trascurarne in buona parte l’approfondimento. E così ci ritroviamo per esempio con un Venom piuttosto sprecato e una Gwen Stacy messa lì tanto per far numero.

Eppure, nonostante questo e nonostante un Tobey Maguire inguardabile, che sembra in procinto di trasformarsi in un Tom Hanks del tutto privo di carisma, Spider-Man 3 funziona, grazie soprattutto alla bravura di Raimi, uno che, tocca ripeterlo, gira come quasi nessuno. La scena della gru, da sola, vale il film, ma in generale, di momenti registici in grado di giustificare la visione e rendere marginale qualsiasi difetto la pellicola possa avere, Spider-Man 3 è davvero pieno.

Inoltre Raimi riabbraccia in pieno lo spirito autoironico e irriverente del secondo episodio, mostrandoci per esempio un Peter Parker che, grazie all’influenza “potenziante” del costume alieno, non diventa uomo di successo ma si limita a convincersene, rimanendo però il solito ingenuotto. Per non parlare dell’ennesimo cameo di Bruce Campbell, brillantissimo come sempre. Comicità per lo più di grana grossa, forse anche mirata a un pubblico infantile, ma che in fondo rende ancor più palese l’intento di mantenere un’atmosfera sognante, fiabesca, fumettosa, tutto sommato anche molto riuscita.

Spider-Man 3 è un degno capitolo finale per una trilogia omogenea e riuscita, ma che aveva decisamente bisogno di concludersi. Chiude i fili lasciati in sospeso, mostrando qualche ruga di troppo, ma rimanendo nella sostanza sui livelli dei precedenti film. Ora bisogna passare ad altro, come del resto sembra dire lo stesso Raimi, chiudendo per la prima volta non sull’Uomo Ragno in volo fra i palazzi, ma su Peter e Mary Jane uniti in borghese.

A margine, devo ancora una volta sottolineare la mia ormai totale insofferenza nei confronti dei film doppiati. Zia May, che nei primi due episodi appena rivisti in originale mi era parsa un’adorabile vecchietta interpretata da un’attrice davvero brava, in italiano diventa una lancinante e insopportabile lagna. Gwen Stacy, la cui versione cinematografica già in partenza non è il più ricco e profondo dei personaggi, ottiene in regalo una cadenza da Valeria Marini sotto effetto di sostanze stupefacenti. Tobey Maguire viene graziato da una voce certo degna della faccia da frolloccone che si ritrova, ma davvero insopportabile. E via così, senza fine, e senza neanche stare a discutere di gioiellini come “silicone” (chi deve capire capisca) e altre perle del genere. Non ce la faccio più.

Il codice Da Vinci


The Da Vinci Code (USA, 2006)
di
Ron Howard
con
Tom Hanks, Audrey Tatou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jurgen Prochnow

Se prendi un sacco per la pattumiera, lo riempi di frutta marcia, latte scaduto e cibo avariato, lo chiudi non troppo bene e lo appoggi sul balcone esposto al sole, dopo un po’ di giorni è molto probabile che puzzi parecchio e sia pieno di vermi. Se a quel punto lo apri, togli un po’ di scatolette e barattoli vuoti per far posto e prima di richiuderlo ci caghi dentro, beh, difficilmente smetterà di puzzare. Ed è probabile che i vermi non si infastidiscano troppo per la merda.

Il codice Da Vinci cinematografico è un ottimo adattamento del mediocre libro da cui è tratto. La sceneggiatura di Akiva Goldsman tralascia (soprattutto nella prima parte) qualche episodio e ne modifica (soprattutto nella seconda parte) qualcun altro, ma nel complesso riassume molto bene il “quid” del libro.

E infatti i difetti sono gli stessi, a partire dal colossale turbine di cazzate su cui si fonda l’intreccio, proseguendo con una scrittura piatta, didascalica, logorroica e prevedibile e giungendo infine alla massacrante assenza di ritmo della seconda metà di film. Ron Howard ci prova anche, a metterci del suo, ma il materiale è indifendibile e non concede scampo.

Di buono nel film c’è che si è scelto di sorvolare su alcune fra le fesserie più impresentabili del libro e che anche per questo la sua struttura ripetitiva e monocorde emerge meno. Di non altrettanto buono c’è un’impressione di tirato via nell’adattamento delle sequenze iniziali e una pesantezza se possibile ancora più marcata del segmento centrale, quello più “divulgativo”. Di pessimo c’è il fatto di dover vedere un attore delizioso come Ian McKellen sprecato in roba del genere.

Dan Brown, devi bruciare all’inferno, e con te tutti gli stronzi – me compreso – che ti hanno dato dei soldi per questa merdata.