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The Founder

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La cosa buffa di The Founder è che, a seconda di come lo guardi, può fare tanto da condanna del suo personaggio principale quanto da attestato di stima lungo cento minuti. È un meschino arrivista, certo ammirevole per la pervicacia e l’abilità imprenditoriale, ma comunque fondamentalmente brutta persona che la butta in quel posto a due  fratelli che hanno l’unica colpa di non voler sfruttare in un certo modo quel che hanno creato? Oppure è una grande incarnazione del sogno americano, un uomo che si è fatto da solo e che ha saputo trasformare in impero ciò che due persone di scarse vedute non erano in grado di sfruttare appieno? Se lo chiedete a me, vince la prima interpretazione, con qualche concessione alla seconda, ma alla fin fine è tutta una questione di punti di vista.

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Il caso Spotlight

Spotlight è il nome del team interno al Boston Globe che si occupa di inchieste investigative d’ampia portata, Le quali possono richiedere anche anni di lavoro su un singolo argomento. Si tratta della redazione giornalistica investigativa più antica degli Stati Uniti d’America, perlomeno fra quelle ancora attive, e nel 2003 ha vinto il premio Pulitzer per la serie di articoli nati dall’inchiesta raccontata in questo film. Ora, come da questo si possa essere arrivati ad intitolare il film in Italia Il caso Spotlight, io, onestamente, con tutta la buona volontà, pur sapendo che Il caso [inserire a piacere] è un classico d’impatto, non riesco davvero a capirlo. Ma insomma, facciamocene una ragione e tiriamo avanti, anche perché Spotlight è un gran bel film, ottimamente scritto, diretto e interpretato.

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Cars


Cars (USA, 2006)
di John Lasseter
con le voci di Owen Wilson, Paul Newman, Bonnie Hunt, Michael Keaton

Con Cars torna alla regia John Lasseter, mister Pixar in persona, che dopo aver diretto tre splendidi lungometraggi in quattro anni si era fatto da parte per dare spazio ai suoi colleghi e, addirittura, a un regista “esterno” come Brad Bird. Ed è proprio rispetto a Gli Incredibili, che Cars sembra francamente un grosso passo indietro.

Meno convincente nel tentativo di accontentare tutta la famiglia, Cars è inferiore a Gli Incredibili per ritmo, divertimento, idee… praticamente qualsiasi cosa, e questo rende ancora più insostenibile la solita, pedante e affossante morale attorno alla quale ruota l’intera pellicola. Si stava meglio quando si stava peggio? E ‘sticazzi, ce l’hanno raccontato troppi film e non basta citarli così apertamente e sfacciatamente per farsi perdonare. Tanto più che la voglia di omaggiare un certo cinema rende lo sviluppo della storia mostruosamente prevedibile e il risultato è che ci si trova davanti a una roba né carne né pesce, noiosetta per gli infanti (perlomeno a giudicare dalle reazioni in sala) e banalotta per chiunque altro.

A conti fatti, insomma, Cars è un film privo di mordente, che si trascina più che altro grazie allo stupore per la bellezza delle immagini, alla splendida caratterizzazione visiva dei personaggi e ad alcune idee sicuramente riuscite. Umanizzare le macchine offre spunto per tante gag e il film le sfrutta a fondo, con trovate splendide come l’antifurto della coppietta o i trattori-vacche. Peccato ci pensi un doppiaggio insostenibile a far cadere definitivamente i coglioni: passi la Ferilli, splendido come sempre Barbetti, ma il resto – coi due cronisti a svettare impettiti – è da mani nei capelli.

Bocciatura completa? No, perché alla fine son comunque due ore che van via all’insegna del divertimento, ma siam tornati ai livelli di inizio decennio, quando la Pixar partorì due film che, pur divertendomi, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Solo che la cooperativa di mostri rappresentava un’idea più affascinante e i pesciolini erano personaggi più accattivanti, rispetto a queste macchine con occhioni e sorrisone.

Batman – The movies

In occasione della rinascita cinematografica del pipistrello, e complice il fatto che la Rumi non aveva mai visto i vecchi film, mi sono sparato in sequenza i due Batman di Burton e poi, al cinema, il nuovo Begins. Ho preferito evitare gli inciampi di Shumacher, anche perché ricordo distintamente il sentimento “noia” e quello “tristezza” associati rispettivamente al primo e poi al secondo.


Batman (USA, 1989)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Jack Nicholson, Kim Basinger

Il primo Batman di Tim Burton forma, assieme a Indiana Jones e il tempio maledetto e Il ritorno dello Jedi, la triade maledetta dei film idolatrati da fanciulletto e che, rivisti di recente, mi hanno mostruosamente deluso. D’altra parte, quando andai al cinema per gustarmi l’uomo pipistrello avevo 12 anni e pochi più ne avevo quando, successivamente, lo infilai nel videoregistratore e non lo levai per lungo tempo. Insomma, di tempo ne è passato, e i gusti cambiano.
Comunque, questo Batman è un pasticciaccio e non mi sono certo stupito quando, dopo averlo rivisto, leggendo un articolo su SFX ho scoperto che Tim Burton racconta le riprese di quel film come un incubo, in cui era costantemente frustrato dalle interferenze di produzione, in cui la sceneggiatura veniva scritta e riscritta e in cui spesso hanno girato improvvisando sul set. Già, perché l’impressione, soprattutto nella prima mezz’oretta, è proprio quella di un film improvvisato, sconclusionato, privo di un filo conduttore, con una serie di “coreografie” messe in fila un po’ a casaccio. E andando avanti la situazione non migliora comunque di molto. C’è sicuramente dell’ottimo, per esempio in un Joker gigione e sopra le righe come del resto il personaggio richiede, e in alcune immagini ancora oggi di bell’impatto (meraviglioso proprio Joker che tira fuori il pistolone per abbattere il jet di Batman). Ma non basta e oltretutto le tante pecche di montaggio e sceneggiatura impediscono di passare sopra alla evidente vecchiaia della pellicola. Come tutti i film trendy e modaioli, Batman mostra follemente gli anni che ha e sotto tanti punti di vista, purtroppo, ciò che era tranquillamente accettabile all’epoca sa oggi di pacchiano. Ma non il pacchiano barocco ricercato palesemente da Burton (e a mio parere trovato nel decisamente più compiuto secondo episodio), quanto proprio un corposo senso di ridicolo involontario. Non un film da bocciare, perché, ripeto, c’è molto di salvabile, ma certamente qualcosa di poco riuscito.


Batman Returns (USA, 1992)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Danny DeVito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken

Tutt’altra pasta. Si può non gradire la poetica da quindicenni sfigati di Burton (e in effetti a me ha un po’ rotto le balle), ma questo è comunque un film “vero”, ragionato, ben scritto, riuscito. Come accaduto in tempi recenti con Spider-Man 2 e X2, l’impressione è che i produttori abbiano un po’ mollato la presa, offrendo molta più libertà sulla base del successo del primo episodio e favorendo la nascita di un secondo film molto più personale e, per certi versi, “d’autore”. C’è netta l’impronta di Tim Burton, nella rappresentazione barocca, nel mettere in scena tragedie da quattro soldi di freak più o meno improvvisati, nell’esaltare in qualche modo il valore del diverso. Francamente, sembra la versione riuscita del primo film, perché contiene tutto sommato gli stessi elementi (un Batman quasi farsesco, nel suo atteggiarsi da pomposa icona che si spara le pose, un Bruce Wayne macchiettistico, dei cattivi assolutamente sopra le righe), ma li amalgama in maniera molto più coerente. Anche in questo caso gli anni si vedono, per esempio nelle pettinature, o nell’utilizzo che viene fatto di una colonna sonora comunque davvero ottima (fatico a ricordare un Danny Elfman in seguito altrettanto ispirato), ma va bene così, è inevitabile.

Nel complesso, Burton e compari prendono in mano poco più che un marchio e il mito che gli sta attaccato, rielaborandolo e utilizzandolo a proprio uso e consumo. Totalmente disinteressato alla realizzazione di un adattamento in senso stretto (giusto qualche citazione per solleticare il fan), Burton crea il suo Batman, un personaggio che francamente mi sembra gli interessi poco, e lo riduce a poco più che una macchietta, un pupazzo che vive di luce riflessa, quella dei suoi antagonisti. Svanisce qualsiasi tipo di caratterizzazione umana, a parte l’inevitabile interesse sentimentale, abbastanza buttato lì nel primo film e solo leggermente più sfruttato nel secondo, se non altro per puntare sulla tensione sessuale fra il pipistrello e la gatta, davvero irrinunciabile. Ben più importante, del resto, concentrarsi sui cattivi, molto ben tratteggiati – perlomeno nell’ottica della favoletta Burtoniana – e azzeccatissimi nella scelta degli attori (fra l’altro, ascoltata in originale, la voce di Michelle Pfeiffer in versione porcona è mostruosamente attizzante). Caratteristica, quella dei villain “protagonisti” e molto in parte, che ricordo rimanere anche nei due film di Shumacher, per i quali, almeno da un punto di vista estetico, i quattro cattivi proposti “ci stavano” tranquillamente.
Tutt’altro discorso quello di Batman Begins che, del resto, non a caso apre esplicitamente una nuova saga, che taglia del tutto i ponti col passato.


Batman Begins (USA, 2005)
di
Christopher Nolan
con
Christian Bale, Liam Neeson, Cillian Murphy, Katie Holmes, Michael Caine, Gary Oldman, Rutger Hauer, Ken Watanabe, Tom Wilkinson

Film di alti e bassi, che segue il trend recente di partire dall’inizio, raccontandoci la genesi dell’eroe e approfondendo il personaggio in tutte le sue sfaccettature. Volendo azzardare un paragone coi film di Tim Burton, mi sembra che questo risulti per certi versi loro speculare: dove lì c’era una favoletta che dava ampi spazi al soprannaturale e poneva la messa in scena (e i lunghi intermezzi pirotecnici) sopra a qualsiasi pretesa di credibilità (senza perdere, va detto, una sua certa coerenza interna), questo punta tutto sul realismo e sullo “spiegare” i perché e i percome. Dove nei vecchi film Batman era inesistente e i cattivi rubavano la scena, qua il pipistrellone (col suo alter ego) è il vero e sommo protagonista, mentre gli antagonisti sono poco più che abbozzati. La linea, appunto, è quella di X-Men, di proporre un contesto realistico per una storia tutto sommato poco credibile. Oltretutto, in questo caso, essendo il protagonista privo di super poteri, il giochetto funziona ancora meglio. Bello e molto meno pacchiano di quanto temessi il prologo sulle nevi, con fra l’altro un efficace alternarsi dei due momenti formativi di Bruce Wayne e del crociato incappucciato, ottima e ben approfondita la caratterizzazione del protagonista, splendide ed evocative le immagini col pipistrellone che domina Gotham, davvero potente come non mai. Discutibile la realizzazione delle sequenze d’azione, in cui talvolta si fatica a capire cosa succede. L’idea mi sembra sia di rendere la confusione e il senso di smarrimento che si impadronisce dei criminali quando vengono assaliti da Batman e tutto sommato funziona bene, anche se capisco che possa non piacere. Resto però perplesso per la decisione di girare allo stesso modo il combattimento finale, in cui l’antagonista è tutt’altro che smarrito, anzi, risponde di gusto alle pacchere. Francamente indifendibile l’inseguimento sulla batmobile, neanche tanto per motivi di sceneggiatura, ma perché davvero realizzato male, piatto e privo del pathos che invece quel momento dovrebbe avere, vista la situazione che racconta.
Ottimo [quasi] tutto il cast, con un Bale molto in parte e una banda di gigioneggianti caratteristi impegnati a sbarcare il lunario dando corpo e anima a personaggi un po’ tagliati con l’accetta ma, forse, proprio per questo davvero adorabili. Semplicemente devastanti Gary Oldman e Michael Caine, perfetti, soprattutto in originale. Impresentabile la Holmes, una povera sciacquetta circondata da grandi attori e capace solo di fare smorfie (oltretutto doppiata nella versione italiana dalla sorella scema di Memole).
Nel complesso, un gran bel blockbusterone, che pur con i suoi difetti funziona e mi sembra quantomeno pari, ma probabilmente superiore, al secondo di Burton.
Volendo, anche in questo caso, farne una questione di adattamento, non c’è confronto. Batman Begins è il primo vero tentativo di portare i fumetti di Batman al cinema. E’ un clamoroso minestrone di varie saghe, c’è molto Year One, moltissimo di Long Halloween e Dark Victory e tanti piccoli spunti che sembrano presi da altro. Di fronte all’evasione di massa da Arkham e a un Batman sconfitto nella sua stessa casa, per esempio, è difficile non pensare all’inizio di Knightfall, così come la Gotham isolata e la distruzione di villa Wayne portano alla memoria No man’s land.
C’è tutto, dal personaggio di secondo piano che può riconoscere solo chi “sa” (per esempio Zasz), alla riproposizione papale papale di brani interi di alcune saghe. Peccato per la maledetta Holmes, che sostanzialmente ruba il posto ad Harvey Dent.
Nel film di Nolan, inoltre, la voglia di approfondire la psicologia del protagonista porta alla luce fondamentali tratti caratterizzanti del Batman fumettistico che nei precedenti film erano trascurati, se non addirittura traditi. Per esempio il suo rifiuto assoluto per la soluzione estrema dell’omicidio nel combattere il crimine, la ricerca di giustizia, più che di vendetta, il fondamentale e profondo rapporto di amicizia e stima con Gordon.
E ancora, mentre in Burton i cattivi esistono per i fatti loro, al di là delle solite menate “due facce della stessa medaglia”, qui viene perlomeno accennato un classico tema del fumetto di supereroi: il fatto che, spesso, è la stessa esistenza dell’eroe a ispirare e generare il supercriminale. Per non parlare dell’idea che il pipistrello debba essere un simbolo, un simbolo di terrore. Batman i criminali li fa spaventare a morte e questa cosa era solo accennata nei primi minuti del Batman Burtoniano, mentre qui diventa tema portante, perno attorno a cui ruota tutto il lavoro di Bruce Wayne.
Ottimo Crane: bella la maschera, molto adatto l’attore, con quell’aria un po’ da sfigatello crudele, davvero azzeccata la maniera con cui vengono rappresentate le illusioni. Un po’ “sprecato” Ras Al Ghul, più che altro se si pensa alla ricchezza del personaggio fumettistico, ma in ogni caso trasformato in un personaggio con una sua dignità. Anche carino il modo in cui viene reinterpretata l’immortalità del personaggio, che, se presa in senso letterale, avrebbe forse un po’ stonato col tono realistico del film.
A margine, una stupidina considerazione su Cristian Bale, davvero perfetto per il ruolo. Gran figo, clamorosa faccia da Wayne, splendido mento che emerge dalla maschera, fisicaccio. Io sono sempre stato un supporter di Michael Keaton come Batman, fra l’altro perfetto per *quel* Batman, ma in certi passaggi, soprattutto del primo film, non si può davvero guardare ‘sto nanetto mingherlino in costume che pretende di terrorizzare i criminali.

Infine, le ancor più stupidine considerazioni da fan. Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare. Batman Begins ha una marea di questi momenti, dal doccione allo svolazzare. Al di là di tutte le menate, questo film a tratti mi ha fatto ridiventare il dodicenne che si esaltava per il bat wing e il quindicenne che ancora un po’ sveniva, fra le moine di Catwoman e il deltaplano fuoriuscito dal mantello di Batman. Va bene così, avanti il prossimo.