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Molly’s Game

Per il suo esordio alla regia, Aaron Sorkin non cambia particolarmente musica rispetto alla propria carriera recente, continuando a cercare soluzioni creative per raccontare, ma soprattutto plasmare a proprio uso e consumo, la vita di figure pubbliche della storia (nord)americana più o meno recente. Nel caso di Molly’s Game, prende i tempi delle vicende di Molly Bloom e li dilata e restringe per fare in modo che la voce narrante di Jessica Chastain possa raccontare e commentare eventi che, nel momento in cui la sentiamo parlare, non dovrebbe avere ancora vissuto. Alla fin fine è un cambiamento da poco e, tutto sommato, nelle versioni cinematografiche “romanzate” delle storie reali, si sono visti ben altri stravolgimenti, ma è una trovata significativa, che permette a Sorkin di commentare in maniera più approfondita ciò che racconta. E poi glì dà l’occasione per dipingersi come una sorta di dio in grado di correggere gli errori della realtà e concedersi pure una pacca sulla spalla quando fa meta-commentare la cosa a un suo personaggio.

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LEGO Batman – Il film

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LEGO Batman – Il film esiste, o quantomeno esiste in questa forma, probabilmente solo grazie al successo riscosso da The LEGO Movie un paio d’anni fa, senza il quale il Batman a mattoncini avrebbe continuato a frequentare i lidi direct to video in cui le produzioni animate targate LEGO vivono da anni. E non ci sarebbe stato nulla di male. Invece, fiutato l’affare, si è deciso di alzare il tiro e, a meno di improbabili flop, siamo forse all’inizio di una nuova invasione delle sale. Il problema è che questo LEGO Batman non è un film all’altezza di quello targato dalla coppia Lord/Miller. Ma non è neanche una sottoproduzione da home video buona solo per tenere calmi i bambini un sabato pomeriggio, eh! È una via di mezzo, il classico filmetto d’animazione di seconda fascia che non s’inventa molto, fa il suo dovere (tenere calmi i bambini per novanta minuti), strappa qualche sana risata e butta lì ammiccamenti a sufficienza per non far addormentare i genitori in maniera troppo brutale. È Minions. E va bene, eh. Però è anche un po’ un peccato.

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Superbad

Superbad (USA, 2007)
di Greg Mottola
con Jonah Hill, Michael Cera, Christopher Mintz-Plasse

Inizialmente volevano sottotitolarlo “Maiali dietro ai banchi”. Poi, forse perché non era abbastanza geniale, si è deciso di optare per “Tre menti sopra il pelo”. Gioia e tripudio. Cazzo, io quelli che fanno questo lavoro, di inventare titoli orrendi, volgari, fastidiosi, da appiccicare ai film, un po’ li invidio. Che bello dev’essere ritrovarsi tutti assieme a sparar cazzate, a divertirsi a botte di “oh, ascolta, perché non lo chiamiamo così?”. Per non parlare poi di quando si decide che sei film scollegati fra di loro in Italia debbano chiamarsi tutti La casa (e il sesto si chiama La casa 7, perché il 6 porta sfiga). O trasformare in una femmina l’ape Magà, inventare parentele fra Mila e Mimì… no, davvero, è una figata. Da grande voglio fare quello che si inventa cazzate per far tirare di più la roba.

Superbad, comunque, è un altro film della premiata ditta Apatow & co., che in realtà da Apatow è solo prodotto, ma tanto ormai tutto quel che tocca diventa oro, quindi va bene così. Va bene anche magari sopravvalutare un po’ quel che esce dal suo circoletto di amici, perché in fondo si finisce bene o male per sopravvalutare cose comunque ottime, quindi non ci si può lamentare troppo e anzi, avercene.

Perché Superbad non è magari quel film geniale per cui alcuni provano a spacciarlo, ma è una commedia davvero azzeccata, che applica la formula di Molto incinta al film porcello-adolescenziale. Volendo si potrebbe dire che abbiamo trovato un erede per Animal House, Porky’s e (sigh) American Pie, che probabilmente riesce tanto bene quanto quei tre film a rispecchiare i giovani stronzi del decennio di cui parla (non che io conosca bene la vita sessuale degli adolescenti degli anni settanta e ottanta, ma mi piaceva l’idea di scrivere ‘sta cosa).

Più o meno autobiografico, scritto a quattro mani da Seth Rogen ed Evan Goldberg con due protagonisti che si chiamano – toh! – Evan e Seth, Superbad è una classica storiella di fine adolescenza. Si ride, tanto, di fronte a situazioni assurde e demenziali, ma tutto sommato (abbastanza) credibili e (quasi) realistiche. Ma si trovano anche personaggi solidi, credibili, ragazzi in difficoltà nell’affrontare la fine di un periodo importante della loro vita e alla ricerca di una direzione da seguire. E pure dei begli interpreti, con l’adorabile Michael Cera che svetta su tutti.

C’è una bella amarezza di fondo che percorre tutto il film, anche nei suoi momenti più assurdi, e lascia sempre in bocca un retrogusto amarognolo. C’è una scrittura solida e intelligente, che sfugge alle volgarità più ovvie e banali e riesce invece a divertire giocando col basso senza dare mai l’impressione di sfruttarlo in maniera truce o scorretta.

C’è insomma un bel film, che riesce ad essere delicato e a modo suo toccante pur parlando di adolescenti ingrifati che pensano solo a far sesso almeno una volta prima dell’università. E ovviamente c’è da parte mia il timore per una versione italiana che chissà mai quali disastri contiene. Ma in fondo chissenefrega, anche: io ve lo dico, guardatelo in lingua originale.

Juno

Juno (USA, 2007)
di Jason Reitman
con Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, J.K. Simmons

Io a Jason Reitman ci voglio bene. Ci voglio bene perché insomma, al figlio di suo padre come faccio a non volerci bene? Che ok, Ivan ha diretto un discreto quantitativo di colossali stronzate, ma è anche il regista di Ghostbusters, mica cazzi. E già solo per questo la simpatia sale. Poi penso a quella cosetta bella di Thank You For Smoking, e, beh, allora magari il Jason la stima se la merita davvero. Poi vado a vedere Juno e comincio a chiedermi come faccia costui ad esercitare un tale ascendente su di me.

Che voglio dire, Juno è il prototipo del film che dovrebbe schifarmi e infastidirmi. Tutto carino e tenerino, con quei genitorini tanto bravi e adorabili, quella protagonista da prendere a schiaffi, quell’estetica un po’ Sundance e fighetto-modaiola, quel modo di essere tanto intelligente, graffiante e divertente, ma diverso e ricercato. E allora come caspita ha fatto a piacermi tanto?

Forse perché il Jason è uno che si sceglie sceneggiature leggere ma tutto sommato anche intelligenti, capaci di cogliere nel segno senza mai risultare pedanti e, anzi, giocando su piccoli dettagli, trovate azzeccatissime, brandelli di poesia spicciola (quasi) mai stucchevole. E in più è anche uno che sa quello che fa con la macchina da presa, che costruisce inquadrature curate e di gusto, che riesce a farmi piacere la trovata stupidina e tanto scema, riesce a farmela diventare simpatica per davvero.

O magari è perché la ventenne Ellen Page si conferma davvero brava che non ci si crede. Già m’aveva stupito in Hard Candy, ma qui va pure oltre e mi fa venire una gran voglia di rivedere Juno nella lingua sua. Senza contare che il Jason sembra riuscire a far diventare credibile qualsiasi pezzo di attricetta, dalle smorfiette di Katie Holmes alle orecchie di Jennifer Garner.

Poi, capiamoci, non mi pare di aver visto quel capolavoro di rottura per cui sembra che lo si voglia far passare, ma incredibilmente questo non basta a farmelo diventare una merda. Sarà anche una questione di aspettative, del fatto che l’avevo preso in simpatia da tempo, ma la verità, semplice e tragica, è che una volta tanto un film che sembra delizioso a tutti tranne che a quelli che dicono che è la solita merdata furbetta e leziosetta e fintoalternativa di plastica, oh, cazzo, l’ho trovato delizioso per davvero pure io.

Una favoletta semplice semplice, dove tutti sono quelli che sembrano e in cui non ci sono personalità sfumate e affascinanti. No, è tutto prevedibilmente e tristemente semplice, banale, quasi vero. Ci sono battute azzeccatissime, gag divertenti e che ti danno di gomito, caratterizzazioni che in fondo non sono poi assurde come sembrano e, anzi, paiono tanto più credibili di molte altre, pur in questo racconto tanto folle e sopra le righe. Insomma, che bello bello bello.

Oh, comunque, casomai qualcuno si stesse preoccupando, ricordo a tutti che Amelie mi fa cacare (però che bella colonna sonora!), Me and You and Everyone We Know si limita a non farmi innervosire, I ♥ Huckabees mi ha infastidito a randa, Elizabethtown mi fa venire lo scorbuto e Little Miss Sunshine non è che mi sia piaciuto poi tanto.

Insomma, è solo che Juno, il film, mi sta simpatico. Juno, lei, mi sta un po’ sulle palle, in tutta sincerità. Anche se si scopa i nerd, che è un tratto caratteriale che mi sento di apprezzare con una buona dose di sincerità. Però Juno, il film, mi piace assai. Hai detto niente.