Pallecast

Eddopo un mese di assenza che guarda io ci ho provato a prendere a ceffoni Fabio ma da cinquecento chilometri di distanza non è facile, è tornato in onda Outcast Sound Shower, con la prima parte di un doppio episodio dedicato alle palle nei videogiochi. Già. La trovate a questo indirizzo qui.

Domani, invece, se tutto va bene, dovrebbe uscire il nuovo Outcast Magazine.

Annunci

Trailer galore

Oggi c’ho la stanchezza in testa e tanto da lavorare (e, considerando la quantità di boccali che mi passeranno sul tavolo stasera e i lavori in arrivo a breve, dubito domani andrà meglio), quindi non ho la forza di scrivere quel post sulla prima stagione di Angel o magari quello su The Darkness II o magari ancora altri. E allora commentiamo un po’ di trailer che mi sono capitati davanti.

Arbitrage, scritto e diretto da Nicholas Jarecki, all’esordio da regista ma autore della sceneggiatura di un adattamento da Bret Easton Ellis che (strano) non è piaciuto molto. In pratica, Richard Gere fa una gran cazzata perché ragiona col pisello e ci aggiunge poi un’altra serie di gran cazzate figlie del fatto che c’è la crisi, servono i soldi, deve pagarsi la Maserati e altre cose del genere. Purtroppo incontra sulla sua strada Tim Roth, che fa il detective con l’accento strano e, dopo tre stagioni di Lie To Me, ci mette un attimo ad accorgersi che Gere non la conta giusta. Esce in autunno, anche se per il momento IMDB indica pochi luoghi, e chi l’ha visto al Sundance ne parla abbastanza bene.

Frankenweenie, la versione aggiornata al nuovo millennio di una fra le primissime cose fatte da Tim Burton in carriera. Non so, la storia del cagnolino che tira le cuoia, con me, gioca facile, ma io e Tim non parliamo più la stessa lingua da tanto tempo. Però va detto che i film d’animazione che arrivano dalle sue parti tendono a piacermi. Anche se in effetti mi piacciono di più quando non sono diretti da lui rispetto a quando lo sono. Esce in autunno, ma nei paesi brutti tipo Italia e Germania esce a gennaio.

Attenzione, Bill Murray vecchio che non interpreta il ruolo di Bill Murray vecchio. Solo per lo sforzo, la nomination all’Oscar è assicurata. Non so di preciso quale sarà la concorrenza, ma rischia di vincerlo come premio alla simpatia e/o alla carriera. Fra l’altro il film esce negli USA a inizio dicembre e nel resto del mondo a gennaio, e non credo sia un caso: ancora in tempo per i prossimi Oscar, all’ultimo momento per rimanere bello fresco stampato nella capoccia di chi voterà. Comunque, Hyde Park on Hudson.

L’ultimo film con Ethan Hawke che mi ricordo davvero bello era bello grazie a Denzel Washington ed è una roba di oltre dieci anni fa. Sicuramente è colpa mia, che dopo di quello ho visto i film con Ethan Hawke sbagliati. O forse non ho più visto film con Ethan Hawke? Comunque, questo Sinister sembra The Ring, però più brutto. Il curriculum del regista non ispira fiducia estrema (Hellraiser 5, L’esorcismo di Emily Rose, il remake di Ultimatum alla terra), ma insomma, vai a sapere. Va detto che ha scritto la sceneggiatura del remake di Poltergeist e quindi DEVE ANDARE AFFANCULO.

Last Ride, un film australiano di tre anni fa, ma che arriva solo adesso nel resto del mondo perché c’ha le tematiche difficili e quindi incuriosisce a prescindere. E poi c’è Hugo Weaving.

HAhahahahahahaha, mioddio, questo sembra veramente una puttanata colossale. Lo si guarda solo per vedere come muore questa volta Sean Bean, e perché in fondo a Christian Slater e Ving Rhames ci voglio ancora bene. Soldiers of Fortune, ad agosto al noleggio DVD sotto casa (mia, qua in Germania).

Alla fine è venuta fuori una roba lunghissima, facevo prima a scrivere un post normale. Ma mi ci sarei dovuto impegnare con la testa. Torno a giocare a Quantum Conundrum.

La cosa (1982)

The Thing (USA, 1982)
di John Carpenter
con Kurt Russel, Brian Keith, Wilford Brimley

La cosa, oltre ad essere uno dei miei film preferiti che metto sempre negli elenchi dei miei preferiti quando un qualche sito o un qualche socialcoso mi chiede di fare l’elenco dei miei film preferiti, è parecchio affascinante da riguardare oggi, con la prospettiva dello spettatore cinematografico d’oggi. Perché è un film come davvero si facevano solo in quegli anni là, a cavallo fra Settanta e Ottanta, e oggi non se ne fanno forse più. Soprattutto, poi, se consideriamo che si tratta di un remake che prova realmente ad essere una reinvenzione filtrata dalla visione forte di un autore a tanti anni di distanza dall’originale (vedi anche alla voce La mosca) e non l’ennesimo pezzo sputato fuori dalla catena produttiva di remake in batteria che fa tendenza oggi. Poi, certo, l’estetica e qualche effetto speciale mostrano gli anni che si portano dietro, la scrittura dei personaggi non va molto oltre lo stereotipo di servizio e magari non è un film immortale come Alien, ma La cosa conserva ancora oggi gran parte del suo bizzarro fascino.

Bizzarro perché sì, certo, è un film dell’orrore che butta fuori budella e carne senza tregua, ma lo fa mettendoci dietro un senso ben preciso, non solo per il gusto del disgusto. La cosa del titolo è una creatura aliena che digerisce e imita qualsiasi essere vivente, e che nel farlo deve trasformarsi, mutare, spezzare ossa, espellere ettolitri di sangue, stracciare carni. Oggi sarebbe magari un veloce, gommoso e lucido effetto al computer. Ieri era un ammasso di delizioso artigianato, che nei suoi momenti migliori regge tranquillamente il colpo degli anni trascorsi e riesce ancora a fare una certa impressione, ma che soprattutto ha un significato e un senso nella natura della mostruosità che prova a ritrarre. Le sue trasformazioni sono lente, faticose, dolorose, al servizio di una messa in scena che, certo, si beava di effetti speciali all’epoca fuori scala, ma era pure coerente con il racconto e serviva a tirare improvvise sferzate di violenza fuori scala nel mezzo di un film dal ritmo posato, di lancinante attesa.

Perché poi il fascino vero del film, soprattutto oggi che quegli effettacci, per quanto comunque degni di nota, fanno anche abbastanza sorridere, sta nel modo in cui si racconta. In quell’atmosfera rarefatta, nel saperti calare all’interno di un ambiente in cui si respira solitudine, noioso attendere, sostanziale spaccarsi i maroni, anche quando sei lì che sai di avere fra le scatole un mostro pronto a uccidere. E nel senso di tremenda paranoia che si crea in fretta fra i protagonisti, nel momento in cui nessuno conosce la vera identità di chi si trova al suo fianco. Compreso lo spettatore, costantemente preso per il culo da quelle dissolvenze in nero che chiudono quasi ogni singola scena senza lasciarti vedere o capire come sia andata a finire. Certo, che Kurt Russell sia l’eroe lo dai per scontato, ma per il resto è tutto un chiedersi chi sarà il prossimo a svelare la sua natura mostruosa e un godersi i momenti più riusciti, come la meravigliosa scena delle analisi del sangue, quella bellissima immagine del finto umano urlante in ginocchio nella neve o lo strepitoso finale.

Mi sono riguardato La cosa, per l’ennesima volta, con – attenzione – l’HD DVD comprato qualche tempo fa. E ogni tanto mi chiedo cosa farò dei miei HD DVD quando l’Xbox 360 sarà pensionato. Non che siano molti, eh, però, ecco, insomma.

Buffy l’ammazzavampiri – Stagione 4


Buffy the Vampire Slayer – Season 4 (1999/2000)
creato da Joss Whedon
con Sarah Michelle Gellar, Nicholas Brendon, Alyson Hannigan, Marc Blucas, Anthony Head, James Marsters, Emma Caulfield, Seth Green, Amber Benson, 
George Hertzberg 

La quarta stagione di Buffy è quella della maturità, sotto un po’ qualsiasi punto di vista, anche “esterno” alla serie stessa. Maturità di realizzazione, per esempio, col passaggio ai 16:9 che era la novità di tendenza di quegli anni e un budget probabilmente più corposo e figlio del successo, evidente nella ricchezza di alcune scene in esterni e nel continuo pasticciare con la sigla d’apertura. Ai tempi della prima stagione, Whedon rosicò perché non poteva permettersi di realizzare due versioni diverse della sigla e prendere quindi maggiormente in giro gli spettatori con la prima morte improvvisa. Qua si sfoga, cambia protagonisti ogni due minuti, ed è evidente la libertà ormai totale di cui lui e il suo staff godono nel permettersi di eliminare così, all’improvviso, questo o quel personaggio, nell’affrontare tematiche anche scomode, nel partire per la tangente con episodi sperimentali e nel dare definitivamente vita a quella serialità “ininterrotta” che racconta un’unica grande storia, dal primo all’ultimo episodio, concedendosi pure il lusso di fare talvolta anche a meno del mostro della settimana. E continuando a infilare qua e là pezzetti casuali di cose lontanissime da venire: accenni ai misteri dell’anno successivo, ma anche cose che si manifestano fin dalla seconda stagione e che solo nella settima e conclusiva arriveranno ad esplodere.

La maturità è poi anche nei personaggi che, pur rimanendo i protagonisti di un serial dedicato a un pubblico adolescente, sono sopravvissuti all’apocalittica chiusura degli anni del liceo e si barcamenano ora fra università e lavoro (oltre che scopicchiando a destra e a manca), con i genitori e le figure paterne del caso spinti sempre più in disparte. E ci sono poi le tematiche se vogliamo pure rischiose, visto il target, con una serie scemotta sui supereroi che si tirano le pizze in faccia con demoni e vampiri che si permette di parlare d’omosessualità. E di farlo in una maniera così sensibile, elegante, delicata, nel bel mezzo del triangolo fra Tara, Willow e Oz che forse rappresenta il punto più alto di tutto l’anno, in quel suo rincorrersi avanti e indietro tanto capace di tirare fortissimi cazzotti nello stomaco ed emozionare per davvero.

Sul fronte dei singoli episodi, delle trovate del momento, ci sono momenti dalla bellezza incredibile. Dopo tre puntate iniziali poco convincenti, per esempio, arriva Fear Itself, l’annuale dedica ad Halloween, e improvvisamente la stagione diventa grande, con un episodio inquietante, carico d’inventiva e che non rinuncia a qualche sferzata comica davvero esilarante. E se le puntate mal riuscite continuano a saltare fuori fino alla fine, la serie qui decolla, e raggiunge vette notevoli in tutto il blocco centrale, con i due cross-over con Angel (anche se entrambi danno forse il meglio nelle metà ambientate “dall’altra parte”), con quel sempre adorabile gusto per il dramma improvviso o la svolta pazzesca di continuity infilati a sorpresa nelle puntate più demenziali, bizzarre e apparentemente autoconclusive. E poi ancora la finalmente ininterrotta ed esilarante presenza di Spike e l’apice dell’estro creativo nella folle Superstar e nella meravigliosa Hush, fantastico esperimento musicale dai toni fiabeschi.

In tutto questo, ciò che lascia a desiderare è decisamente la storia di fondo, con questa specie di mega impasto governativo-militaresco che pure avrebbe i suoi bei momenti e le sue idee interessanti, ma nel complesso manca di mordente, ha dalla sua forse il cattivo meno carismatico su sette anni di Buffy e, magari per sopraggiunta auto consapevolezza, viene chiuso all’improvviso, un po’ di fretta, senza dare gran soddisfazione. Decisamente Whedon ha fatto di meglio recuperando le stesse idee nel recente Quella casa nel bosco. Ma la serie si redime e mostra definitivamente di cosa sia capace con quel meraviglioso episodio conclusivo, che dimostra come ormai qua si faccia un po’ quel che si vuole senza farsi tanti problemi, mentre zitti zitti si tracciano le linee guida per tanta della televisione che verrà poi. Dopo aver chiuso tutte le faccende  triviali nella puntata precedente, Restless si permette di concludere l’anno su una nota intimista, con un viaggio bellissimo, surreale, anche impegnativo e coraggioso nella regia (almeno per gli standard televisivi dell’epoca) nella psiche dei suoi protagonisti, raccontandone sogni, dubbi e speranze e buttando sul piatto indizi e suggerimenti sul futuro. Splendido.

Mi sono riguardato la quarta stagione di Buffy nelle scorse settimane, tramite i soliti cofanetti DVD comprati all’epoca. Ribadisco, non posso farne a meno, che questa serie è inadattabile e va vista in originale a prescindere dal lavoro di adattamento comunque abbastanza discutibile svolto a suo tempo. Senza contare che qua, poi, si entra in quel meraviglioso reame del “ma che, scherziamo, mica possiamo far vedere ai nostri ragazzini italiani un telefilm in cui parlano di omosessualità, taglia, taglia tutto, cesoia, vaivaivai!!!”

Governatore is in da house!

Giusto perché magari poi uno si dimentica che stanno girando la terza stagione, ecco la prima foto ufficiale di David Morrissey nei panni del Governatore in The Walking Dead. O almeno la prima che vedo io. A seguire, la nostra amica Michonne e un Rick sempre più psicolabile armato di silenziatore.

I morti viventi tornano in onda a ottobre 2012, con una terza stagione da sedici episodi.

Dredd Is Coming

Dunque, in questi giorni sono indaffaratissimo, fra la chilometrica recensione di Lollipop Chainsaw, un lavoro che devo consegnare domani (ma ho quasi finito, dai), mille altre robe legate ad Outcast e via via via. Per questo, dopo un lieto momento in cui avevo ripreso a pubblicare roba quotidianamente, mi sono di nuovo arrestato. Oggi gestiamo segnalando l’uscita del primo trailer di Dredd.

Quel tono un po’ fighetto in apertura e in chiusura mi spaventa abbastanza, ma per il resto è abbastanza il trailer che vorrei vedere per un film basato su Judge Dredd. Judge Anderson è gnocca nel modo giusto e cazzuta, Lena Headey potrebbe essere una cattiva valida e Dredd fa quel che deve fare Dredd. È grosso, ha una mascella che fa provincia, parla per monosillabi, ha la raucedine e non si leva mai il casco. Il messaggio nel trailer è proprio palese, ci sono diverse scene in cui è l’unico stronzo con addosso un casco. Probabilmente non lo leva neanche quando fa la doccia. Bene così.

Chiudiamo ricordando gli errori del passato.

Roger Ebert ha dato tre stelle a Brave, dipingendolo sostanzialmente come una delusione molto bella, e pure al film di Tamarro Lincoln contro i vampiri, dicendo che tutto sommato l’ha sorpreso. Così, segnalo.

Mister Waynnne-ahh

Altro giro, altro trailer per The Darkn Knight Rises e/o Il cavaliere oscuro – Il ritorno.

Cose che esplodono, cazzotti, Tom Hardy con l’occhio spiritato, inseguimenti, Joseph Gordon-Levitt che fa la faccia intensa, Bane che ha la voce molto più cazzuta di Batman, ponti che crollano, cose che cadono, bordello per le strade, “Mister Waynnne-ahhh”, Batman che prende i calci in faccia da Bane, bordello totale per le strade e per i cieli, Morgan Freeman fa la battutina e Christian Bale raccoglie il power up, Batwing, bordello random, Catwoman, mantello in cima al palazzo, calci volanti, altre cose che volano e sparano ed esplodono, pizze violente in faccia, musica braaaaaammm. Gag finale.

Voglia.

Fine luglio, preciso per quando torno dall’Italia.

Vorrei far notare che su IMDB Tom Hardy sta più in alto di Christian Bale. Giusto così.

Alien: La clonazione


Alien Resurrection (USA, 1997)
di Jean-Pierre Jeunet
con Sigourney Weaver, Winona Ryder, Ron Perlman

Ricordo che nel 1997 conoscevo persone che si lamentavano del fatto che in Alien Resurrection i personaggi erano un po’ tutti le solite insopportabili macchiette di Jeunet. Affermazione che, presa di suo, ci potrebbe pure stare ma, con i quattro film della serie belli chiari in testa dopo averli riguardati uno dietro l’altro, mi fa un po’ ridere se viene dalla voce di gente che tiene Aliens e le sue macchiette in cima a un piedistallo. Ricordo anche che nel 1997 il film di Jeunet mi piacque abbastanza e mi sembrava tutto sommato un’aggiunta interessante alla serie, un altro Alien reinterpretato dalla sensibilità di un regista diverso, un horror d’azione divertente, con una scena molto riuscita (quella in acqua, al di là dei polmoni fuori scala dei protagonisti), una scena un po’ patetica (il barbecue dei cloni) e un finale un po’ rovinato dall’alieno ibrido con gli occhi da Bambi, che magari funzionava pure bene nel farti sentire allo stesso tempo disgustato e dispiaciuto, ma era proprio bruttarello da vedere.

E a riguardarlo oggi, in sequenza dopo gli altri tre? Beh, mi sembra un quarto episodio degno dei due precedenti. Vale a dire un filmetto di mostri che non vale un’unghia del primo Alien, che si porta stampate in fronte le personalità del suo regista e del suo sceneggiatore, seppur agitate e non mescolate abbastanza a cazzo di cane, che è assai figlio dei suoi tempi nell’approccio decisamente più schifiltoso agli sbudellamenti e alle mostruosità. Non ricordavo assolutamente la carica splatter che ho trovato riguardandolo, probabilmente perché all’epoca non mi sembrò assolutamente strana. Del resto era lo stesso anno di Starship Troopers, e si percorrevano le orme di un certo genere d’horror che nel corso dei vent’anni precedenti aveva subito una determinata evoluzione. Ma a guardare tutti e quattro gli Alien in fila, beh, lo stacco è netto: Alien Resurrection non sarà magari strettamente splatter, ma a farti schifo ci si mette d’impegno.

Al di là di quello, il fascino nel film sta quasi tutto in Ripley e nell’interpretazione di una Sigourney Weaver che si muove, ciondola e borbotta provando a immaginare come sarebbe essere mezzi umani e mezzi alieni, nella scena del barbecue che quindici anni dopo m’è parsa meno patetica e, anzi, forte e proprio riuscita, in quell’ibrido alieno finale che ho trovato meno ridicolo di quanto ricordassi. C’è tanto Joss Whedon nella protagonista supereroina che guida i suoi compari contro i mostri e nel turbinio di battute sarcastiche (sarà un caso che Buffy l’ammazzavampiri ha inizio proprio nel 1997?), anche se a chiedergli di quel suo script si ottengono risposte non troppo diverse da quelle di Fincher su Alien³. Non c’è in compenso poi tantissimo di Jeunet, al di là del solito Dominique Pinon e di qualche personaggio di contorno (gli scienziati e il militarissimo su tutti), e l’impressione è che glie ne fregasse davvero poco di tutto quanto, volesse solo fare il suo filmetto su commissione infilandoci due o tre minchiate a caso cui teneva particolarmente e morta lì. 

Di sicuro vengono in mente ben poche immagini capaci di restare impresse nella capoccia e, forse, anche a riguardarlo, l’unico momento che spicca è proprio quella nuotata subacquea. O forse no, ché la computer grafica invecchia male. Brutto, comunque? No. Anzi, gradevole, con un paio di momenti azzeccati, una Winona Ryder dal potenziale sotto sfruttato, il solito adorabile Ron Perlman e qualche buona idea sparsa in giro, oltre a dialoghi spesso divertenti. Certo, vedere anche gli stessi alieni ridotti a macchiette è un po’ triste, ma è in fondo anche l’inevitabile evoluzione della serie (e il wrestling di Alien vs Predator ne è conseguenza diretta). Deludente per essere il nuovo episodio di una roba cominciata con il capolavoro di Ridley Scott? Sì, ma insomma, non è esattamente il primo della saga per cui si possa dire la stessa cosa.

Ho guardato l’edizione estesa in Blu-ray, che aggiunge veramente due minchiatine in apertura e in chiusura. Del resto, nell’introduzione, Jeunet sostiene che il film uscito al cinema era bene o male il suo director’s cut, quindi bene così. Fra l’altro, la scena finale aggiunta, che mostra un pianeta Terra ridotto ai minimi termini, è anche un po’ assurda: se è ridotto in quelle condizioni, perché andare tanto in sbattimento all’idea che gli alieni ci finiscano sopra?

Safe

Safe (USA, 2012)
di Boaz Yakin
con Jason Statham, Catherine Chan

Lo spunto di partenza di Safe è una roba che anche a ripensarci giorni e giorni dopo averlo guardato ancora non ci credi. Jason Statham fa il lottatore di MMA, ammazza per sbaglio uno che aveva accettato di far perdere, fa così incazzare la mafia russa e scopre che a capo della stessa c’è la versione ossessivo compulsiva di Keyser Soze. Uno che non solo ammazza tutti i tuoi amici, parenti, conoscenti, colleghi, debitori, creditori, ma ti lascia anche in vita, ti fa pedinare per sempre e si premura di far fuori tutte le persone che hanno la sfiga di rivolgerti la parola per più di qualche secondo. Ma tipo anche gente a cui fai la carità o firmi un autografo, chiunque. Sorvolando sull’incredibile spreco di risorse e soldi che questo evidentemente comporta, diciamo che l’idea sarebbe di farlo soffrire come un cane per il resto dei suoi giorni e, possibilmente, condurlo al suicidio.

A questo aggiungiamo che Stath, proprio quando sta per cedere, incontra una bambina cinese genio in pericolo, ovviamente inseguita dagli stessi mafiosi russi (ma, per sicurezza, anche dalla mafia cinese, dalla polizia – corrotta – e probabilmente pure da qualcun altro) e decide di aiutarla. Verrebbe da dire che gli avvenimenti successivi sono facilmente intuibili, ma il bello è che lo sono solo in parte, perché, in mezzo alla lunga serie di inseguimenti, sparatorie e persone che commettono l’errore di provare a fermare Giasone bello, arrivano anche due o tre spiegoni che riescono a giustificare buona parte delle assurdità accadute nella prima metà di film, incollandoci sopra una serie di altre svolte da applausi. L’accumulo di insensatezze è tale che i casi sono due: o scappi in frettissima dalla sala o ti arrendi subito, prendi per buono tutto quello che arriva e ti godi un film divertente, ben fatto e con uno Statham furiosa macchina da guerra come suo solito.

A rendere Safe un film un po’ strano ci pensa la regia di Boaz Yakin, un evidente squilibrato mentale. Quattordici anni fa ha diretto Il gioco dei rubini (discreto e barbosetto film con Renée Zellweger sulle difficoltà nello sposare un ebreo praticante devoto) e poi, siccome aveva paura di sembrare un regista impegnato, ha firmato un film con Denzel Washington che fa l’allenatore e una roba con Brittany Murphy e Dakota Fanning di cui non voglio sapere nulla. Ma ha pure una carriera di sceneggiatore che levati: il Punisher con Dolph Lundgren, La recluta (quello con Clint Eastwood e Charlie Sheen), Dal tramonto all’alba 2, Dirty Dancing 2 e Prince of Persia. Insomma, è uno che scrive e dirige i minchiatoni, ma ogni tanto ha il guizzo di quello convinto di poter fare l’arte. Con Safe, che s’è scritto da solo, secondo me si è un po’ convinto di poter unire i due mondi e alla fine il risultato non è affatto male.

L’inizio è orchestrato in maniera affascinante, al punto che regia, montaggio e sceneggiatura riescono a rendere coinvolgenti, se non credibili, le premesse senza senso di cui sopra, e questo nonostante per una buona mezz’ora non accada sostanzialmente una fava. Le scene d’azione sono brutali e divertenti, anche se il personaggio di Jason Statham ha un po’ la sindrome del god mode e alla fin fine l’unica cosa che potrebbe metterlo in difficoltà (la bambina, per altro meno insopportabile di quanto si potesse temere) non viene molto sfruttata. E Yakin, pur non riscoprendosi nuovo Kubrick del film d’azione, butta nel mucchio qualche idea e ti piazza lì un finale addirittura sorprendente per il modo in cui gestisce la risoluzione dopo tutto quell’accumulo di fotta. Anche se immagino qualcuno possa rimanerci male, perché in effetti, oh, arrivati lì, t’aspetteresti (e forse spereresti) in qualcosa di diverso. Comunque m’è piaciuto.

L’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale, un paio di settimane fa, e m’è venuta voglia di scriverne oggi. IMDB non ha idea di quando uscirà in Italia. Credo non cambi molto fra il guardarlo in lingua originale, in italiano o in qualsiasi altra lingua. Certo, ti perdi l’accento di Giasone.