Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club (USA, 2013)
di Jean-Marc Vallée
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner

Il miglior pregio di Dallas Buyers Club sta nella pervicacia con cui Jean-Marc Vallée ha scelto un tono ben preciso per il suo film e ha deciso di portarlo avanti dall’inizio alla fine, tracciando un percorso visivo e narrativo che riesce a mantenere le distanze dai territori in cui, di solito, storie del genere vanno a infilarsi. No, non è vero, il miglior pregio di Dallas Buyers Club sta nelle interpretazioni dei suoi attori, nella perfetta selezione per i vari caratteristi di contorno che più azzeccati di così non potrebbero essere, nella prova trattenuta ed efficacissima di Jennifer Garner e nel lavoro pazzesco di Jared Leto e Matthew McConaughey, fantastici soprattutto perché nel giro di cinque minuti ti fanno dimenticare la mossa della distruzione e trasformazione fisica cui si sono sottoposti e svaniscono dentro i loro personaggi dolorosi, sofferenti, multidimensionali. A quasi tre anni da Killer Joe, possiamo smettere di stupirci e accettare il fatto che Matthew Maccoso s’è nascosto per tanto tempo dietro ai filmacci e ha poi finalmente deciso di svelarsi come uno fra i migliori interpreti della sua generazione: qui è pazzesco, riesce a convogliare con una naturalezza e una credibilità sconvolgenti la sofferenza fisica e mentale, l’umiliazione, la disperazione, ma anche il fascino, la smaccata cazzutaggine, il coraggio e l’indomabile convinzione di un cowboy omofobico a cui, da un giorno all’altro, dicono in faccia che gli restano trenta giorni di vita, non c’è niente da fare e quel poco che ci sarebbe da fare, beh, non si fa.

Il suo percorso è quello di un uomo testardamente aggrappato alla propria vita e che, nel tentativo di prolungarla, scova un sistema per guadagnarci anche un sacco di soldi e muoversi in precario equilibrio morale, rifiutando le cure a chi non può permettersi di partecipare al club, ma di fatto dando sollievo e speranza a tante persone in un momento in cui non c’era altra via di fuga. E certo, è inevitabile, lungo la strada finirà per scoprire qualcosa di nuovo su se stesso, imparerà il rispetto per il diverso cui poco tempo prima avrebbe tirato una stivalata in faccia e farà quelle belle cose scalda cuore che ci si aspetta in questo genere di film, ma che spesso fanno scivolare il tutto nella lezioncina morale stucchevole, ricattatoria e “commovente”. E invece. E invece, dietro alla fragile forza del Rayon di Jared Leto c’è un essere umano ricostruito in maniera meticolosa e delicata, che non si nasconde nel macchiettismo e non punta sulla lacrima facile. E invece, quando guardi il Ron Woodroof di Matthew McConaughey, non vedi un attore che ha perso [inserire a piacere] chili per vincere l’Oscar, ti ritrovi davanti una persona che, lo giureresti, è davvero a un passo dalla morte ed esprime tutto quel che ti può scorrere nelle vene in un momento simile, attraverso una forza genuina, sfaccettata e sobria. Nonostante sia un cowboy esaltato e pieno di sé. C’è tanta forza attoriale, in questo, ma c’è anche – e si torna al punto di partenza – il lavoro di Jean-Marc Vallée nel dirigere il suo cast e soprattutto nel senso della misura che sceglie di applicare al film. Il che, dal regista dello splendido ed esageratissimo C.R.A.Z.Y., magari, non era scontato aspettarselo.

La forza di questo film, alla fine, sta invece anche e soprattutto lì. Vallée gioca sul distacco e sulla semplicità, bandisce quasi completamente ogni forma d’accompagnamento musicale, rimane incollato ai suoi personaggi con stile documentaristico e si rifiuta con tutte le forze di esaltare, santificare, infilarti a forza le lacrime negli occhi e inseguire l’emozione facile. Racconta le vicende di un uomo che diventa attivista umanitario quasi per sbaglio, mettendo in scena il crollo delle sue convinzioni, il terrore per la morte e la devastante voglia di rimanere aggrappati alla vita. Dallas Buyers Club è un film semplice, delicato e poetico, che trascina dentro il punto di vista dei suoi protagonisti e trasmette la loro sofferenza in maniera forte senza mai apparire forzato. Proprio per questo motivo, per la crudele semplicità con cui vengono messi in scena, i suoi momenti più forti colpiscono brutalmente nel segno. Quell’attimo in cui all’improvviso ti ritrovi a pensare a quanto tu possa essere stato coglione a fare quella cosa. Un momento di stordente disperazione e solitudine lungo una strada polverosa. Una morte silenziosa accompagnata da centomila ali che battono. Una crisi che ti trapana la testa e ti trasforma in uno zombi in mezzo a un incrocio. Dallas Buyers Club è un film che ti resta dentro proprio perché mentre lo guardi non si sforza particolarmente di ribaltarti come un calzino. Ah, ed è anche il film drammatico sull’AIDS più divertente di sempre. Come fai a non volergli bene?

Pur con tutto il rispetto per chi ha lavorato sull’edizione italiana, se potete, guardatevelo in lingua originale. Davvero. Fatelo per Maccoso.

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Il ladro di orchidee

Adaptation (USA, 2002)
di Spike Jonze
con Nicolas Cage, Meryl Streep, Chris Cooper

A volte, nelle scelte di adattamento dei titolisti italiani, ci sono dei colpi di genio che neanche capisci se siano volontari o meno. Il ladro di orchidee si intitola così perché va a recuperare il titolo del libro di Susan Orlean a cui è ispirato il film. Ma il titolo originale del film non è The Orchid Thief, perché Charlie Kaufman, nello scriverlo, ha deciso di prendere e svicolare in maniera brutale, raccontando non la storia dell’indagine su John Laroche e della riscoperta spirituale di Susan Orlean, ma la storia di Charlie Kaufman stesso incartatosi nel tentativo di adattare quelle vicende per il cinema. Le vicende del libro diventano quindi un tema secondario, comunque innegabilmente presente, ma anche preso in giro e pasticciato fino a diventare una sorta di squallido thriller, in una parodia del trattamento che spesso Hollywood riserva ai romanzi di cui si appropria (e non parliamo dei remake!). Ed è il titolo della versione italiana del film, in una auto presa per il culo che chiude il cerchio. Fantastico.

La presa in giro del processo creativo che si sviluppa attorno a questi adattamenti è un secondo strato che si arrotola attorno al raccontino di Susan Orlean e che vede Kaufman accanirsi su tutta la catena produttiva dei film basati su opere altrui. Ci sono le chiacchiere sul bugiardo amore per questo o quel libro, le contrattazioni, le sceneggiature scritte a caso, i cliché… non manca nulla. Ma, anche qui, si tratta in fondo di uno strato sotterraneo in un film che Charlie Kaufman e il suo compagno di giochi Spike Jonze utilizzano per costruire un’acida riflessione sullo scombinato e bizzarro funzionamento della mente umana alle prese con la creazione. Oltre che per divertirsi nell’estremizzare ulteriormente il folle mondo posto di traverso fra realtà e finzione che già avevano accennato nel loro precedente film.

Lo stesso Charlie Kaufman, suo fratello e il suo allucinato mondo di genio inconcludente, insicuro e un po’ schizzato, sono i protagonisti di un film allo stesso tempo chiarissimo e contorto come pochi. La narrazione procede spedita e “accogliente”, non è preda delle suggestioni inquietanti di un David Lynch, eppure racconta un’infinità di storie e piani di realtà che s’incontrano e s’incrociano fra di loro, andando a creare un miscuglio da cui è difficile tirar fuori un racconto che abbia senso compiuto. Fra attori che interpretano loro stessi, attori che interpretano personaggi di finzione, attori che interpretano personaggi reali che non sono loro stessi, attori che interpretano attori che interpretano personaggi reali che forse non sono loro stessi e Nicolas Cage che interpreta Charlie Kaufman e il fratello di Charlie Kaufman, il mindfuck è completo e diventa facilissimo lasciarsi andare, perdendosi in un film ricco d’invenzioni, divertentissimo, stralunato.

Adaptation trascorre tutto il suo minutaggio impegnandosi tantissimo a non farti capire se stia raccontando la verità, la finzione, un delirio tossicologico di Charlie Kaufman, una versione romanzata dei fatti, un sogno a base di peperonata, una satira dell’Hollywood moderna o direttamente una presa per il culo dello spettatore. Ma tutto questo casino è comunque assemblato con una gran lucidità, parole taglientissime, la furbizia di giocarsi un atto finale che smarmella tutto quanto giustificandosi col tema della satira e una manciata di attori in stato di grazia. Meryl Streep è Meryl Streep, e vabbé. Chris Cooper è meraviglioso, e OK. Nicolas Cage è semplicemente fantastico e riesce a rendere credibili due fratelli gemelli completamente assurdi, forzatamente sopra le righe, diversissimi fra loro ma allo stesso tempo davvero uguali. E di fondo, Adaptation è un viaggio allucinante nella testa bacata di un uomo che, forse, è il più grande sceneggiatore emerso nello scorso decennio. Hai detto niente.

L’ho visto qualche tempo fa, in DVD e in lingua originale, che ci vuole. Non l’avevo mai visto prima, anche perché era uscito al cinema nel periodo in cui mi s’è chiusa la vena sul collo contro il guardare i film doppiati e quindi me l’ero perso. L’ho recuperato di recente perché me l’ha detto Roger Ebert.

Don Jon

Don Jon (USA, 2013)
di Joseph Gordon-Levitt
con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore

Don Jon è il primo film scritto e diretto da Joseph Gordon-Levitt, un progetto personale che ha messo assieme nel corso di cinque lunghi anni, seguendo dritte, suggerimenti e ammonimenti dei suoi amichetti registi, e che ha poi portato al Sundance per raccogliere lodi sperticate e un tripudio d’amore. Ora, magari, tutti quegli attestati di stima che vengono sparati anche sul poster qua sopra sono un po’ un’esagerazione, ma in effetti c’è parecchio di apprezzabile in Don Jon, nel suo spirito e nelle sue idee, nonostante – o forse anche per – la sua leggerezza e la sua semplicità. Di fondo, è una commedia romantica che cerca di far satira sulle commedie romantiche, prendendone in giro la struttura ma ricalcandola in pieno e diventando quindi essa stessa oggetto della sua presa in giro, filtrata però attraverso una sensibilità tutta maschia. È la versione maschile delle commedie con Kate Hudson, una porn-com, un film vaginale in maniera diversa da quel che di solito s’intende, ma in cui comunque il protagonista compie un viaggio personale che lo porterà a crescere, superare i propri limiti e diventare quindi un partner migliore.

Nel far questo, Don Jon insegue tutti i cliché del genere, filtrandoli però attraverso lo sguardo di un uomo medio, mediamente simpatico, manzo da competizione aggrappato alle proprie passioni (palestra, appartamento, auto, famiglia, chiesa, amici, donne, porno), maschio alfa del suo gruppetto d’amici e conquistatore indefesso. Un giorno incontra una preda che lo mette in difficoltà, s’innamora, da cosa nasce cosa, arriva la crisi, si unisce la terza incomoda nel ruolo della donna “vera” che farà crescere il nostro eroe, quindi tocca alla risoluzione e alla rinascita come uomo nuovo e migliore. Tutto come da copione, comprese le macchiette di contorno, fra il padre “maschio” tale e quale a Jon, la madre che vuole i nipotini, la sorella un po’ strana e sempre zitta che aprirà bocca solo per elargire una perla di saggezza e gli amici scemotti. Il tripudio di stereotipi è totale, tant’è che in giro ho pure trovato una recensione di una persona del New Jersey che boccia il film sbavando dalla rabbia perché troppo infastidita dai cliché e dagli accenti esagerati. Ma sotto la scorza c’è qualcosina in più.

Levitt, intanto, non ride dei suoi personaggi. Certo, li taglia con l’accetta, ma li ritrae con affetto, senza ridicolizzarli, e li rende a modo loro universali. In fondo, fra le pieghe di quella banda di italoamericani un po’ assurdi, ci ho rivisto tanto della mia famiglia, delle mie origini, di contesti per me molto lontani ma a cui voglio comunque tanto bene. Ecco, lo sguardo di Jon è quello lì, quello di chi vuole bene ai suoi insopportabili genitori anche se ogni volta che si ritrovano a cena vorrebbe prenderli a spaghettate in faccia. I suoi personaggi hanno tratti fortemente negativi, ma non si limitano a quelli e, pur gravitando attorno allo stereotipo, ci appiccicano sopra elementi, strati, che li rendono qualcosa di più. Attraverso questo sguardo, il film parla della nostra ossessione per l’immagine e per le forme di comunicazione di massa, del modo in cui tutto quel che ci bombarda finisce per pilotare il nostro immaginario di riferimento e le nostre aspettative, tanto per noi stessi quanto per il prossimo, verso direzioni impossibili e fuori da ogni logica. Lo fa partendo dal basso, concentrandosi su sempliciotti che sognano un mondo in cui il sesso è come nei film porno e l’amore è come in quelli romantici, ma in questa semplicità riflette tutto quel che di maggiormente elaborato (o forse no) vi si accumula sopra.

Alla fin fine Don Jon è una specie di La febbre del sabato sera in cui il protagonista, invece che ad andarsene grazie al successo, mira al portarsi a casa la donna esteticamente perfetta e sessualmente volenterosa. Lui, nella sua piccola vita che s’è costruito, ci sta bene, o perlomeno è convinto di starci bene. Finirà comunque per fuggirne, dopo essersi reso conto che in realtà voleva ben altro. Lieto fine, grande lezione morale, vissero tutti felici e contenti, proprio come nelle stupide commedie romantiche che odia tanto. Nel mezzo, ci sono una messa in scena accattivante, tutta incentrata sulla ciclicità delle giornate di Jon e su un ritmo di montaggio musicale, qualche interpretazione azzeccata, seppur molto sopra alle righe, e un bel discorso sulla sessualità, tratteggiato attraverso l’evoluzione nei rapporti del protagonista, che nel tempo raggiungono una semplicità, una dolcezza e un’umanità sorprendenti, visto il punto di partenza. Insomma, Don Jon non è un film perfetto e per la sua natura può risultare facilmente antipatico, ma ha un bel cuore che batte forte.

L’ho visto al cinema qua a Parigi, in lingua originale, a inizio gennaio, perché qua è uscito in ritardo. Capita. Guardarlo in lingua originale è parte del divertimento, perché mezzo cast parla con un accento esageratissimo. Ne ho scritto solo oggi perché, boh, pure questo capita.

The Walking Dead – Stagione 3

The Walking Dead – Season 3 (USA, 2012/2013)
con le mani in pasta di Glen Mazzara, Scott Gimple e Robert Kirkman
con Andrew Lincoln, David Morrissey, Laurie Holden, Norman Reedus, Michael Rooker, Danai Gurira, Scott Wilson, Chandler Riggs, Steven Yeun, Lauren Cohan Melissa McBride

Anche quest’anno (o, meglio, l’anno scorso) mi sono sparato l’ormai tradizionale maratona-flebo-catetere in Blu-ray della stagione “precedente” di The Walking Dead. Perché mi piace guardare le serie “in botta”, mi danno ai nervi i lati negativi del seguirle settimana per settimana, ma in questo (e in quell’altro) caso lo faccio per poterne scrivere e chiacchierare, e quindi poi recupero. Ma anche perché la qualità audiovisiva della trasmissione televisiva non mi soddisfa e allora poi voglio il Blu-ray. E perché poi, alla fine, nel riguardarla in binge watching, il tasso di gradimento mi sale sempre parecchio, e quindi perché no? È bello riguardare una cosa e gradirla ancora di più rispetto alla prima volta, no? In questo caso, fra l’altro, come in quello della prima stagione, sono riuscito a recuperare il cofano Blu-ray in tempo per spararmi la maratona subito prima di attaccare con l’annata successiva, mentre l’anno scorso ero stato costretto a fare la maratona durante la pausa invernale. E invece a ‘sto giro mi sono piazzato lì, attorno al weekend in cui veniva trasmesso il primo episodio della quarta stagione, e mi sono fatto la full immersion. Di cui scrivo solo adesso perché whatever.

E dunque? Beh, e dunque, innanzitutto, la prima sensazione che ho provato era di stupore forte. Perché caspita, se col passare del tempo, delle settimane, degli episodi meno azzeccati, ci si dimentica di quanto siano invece belli quelli più riusciti, di che picchi la serie riesca a toccare. L’avvio della terza stagione di The Walking Dead, ancor di più se guardato a raffica, è splendido. I primi quattro episodi sono tesi, appassionanti, pieni di piccole idee: quell’avvio forte, col prologo silenzioso che riassume senza una singola parola tutto quel che è accaduto dietro le quinte e le regole della lotta per la sopravvivenza, poi la presa della prigione con quella serie di avvenimenti a raffica e quel finale così azzeccato, quindi lo stacco netto e l’introduzione di Woodbury con un Governatore subito fuori di cotenna e infine di nuovo nell’azione con, dopo appena quattro episodi, subito le prime due morti importanti dell’anno. In tre ore succede di tutto.

Da lì in poi, sicuramente, la serie cala e ha i suoi episodi più o meno riusciti, con alti e bassi ma, come al solito, nella visione a trenino guadagna parecchio, per vari motivi. La questione principale sta nel fatto che, almeno a impressione mia, The Walking Dead, perlomeno in questa terza stagione, non è costruito benissimo per una visione spezzettata e ha un incedere molto più da racconto unico che si sviluppa tutto in fila. Certo, i singoli episodi hanno una loro struttura drammatica classica e i classici cliffhanger, ma in quell’ottica mi sembrano comunque costruiti in maniera un po’ impacciata. E la cosa si lega molto anche alla forma del racconto. La visione in botta tende ad essere esperienza meravigliosa per qualsiasi serie, però ce ne sono diverse che comunque funzionano benissimo se viste nell’arco di settimane, mesi, e magari perdono addirittura qualcosa a livello tematico, se “strizzate”. Un Friday Night Lights, in fondo, ruota attorno alla partita settimanale, un X-Files gioca tantissimo sul portare avanti i propri misteri per anni e anni, in maniera volutamente sfiancante, altre serie ancora sono palesemente costruite sulla ripetizione settimanale di un modello che, alla visione scarriolata tuttinfila, emerge in maniera un po’ troppo brutale.

A guardare in botta la terza stagione di The Walking Dead, invece, c’è solo da guadagnarci. Improvvisamente, ti rendi molto più conto del fatto che un racconto che era sembrato trascinarsi stancamente per mesi si sviluppa in realtà nel giro di appena qualche giorno ed ecco che tanti aspetti risultano magicamente molto più sensati ed equilibrati. La struttura si fa più organica, l’episodio che visto in mezzo a due settimane di attesa risultava palloso e superfluo riempitivo si trasforma in pezzetto di racconto ben contestualizzato, l’evoluzione del Governatore sembra molto meno trascinata e ben più coerente, perché tratteggia un personaggio già fuori di cotenna in partenza e che sbrocca all’improvviso di fronte alla perdita istantanea di potere e controllo. Di più: la messa in scena di certi momenti action m’è parsa meno pezzente, magari perché, nelle ore di visione senza infilarci in mezzo film multimilionari al cinema, resto immerso nel taglio visivo comunque coerente della serie. O magari perché il Blu-ray fa quest’effetto, per carità. E ancora, spicca molto meno la gestione pasticciata di certe morti minori, perché il peso dei personaggi, anche secondari, appare meglio equilibrato. Il processo di rincretinimento e redenzione di Rick appare, anch’esso, meno tirato per le lunghe, più sensato in relazione agli eventi… migliora perfino Andrea!

 
Certo, il suo rimane un personaggio un po’ idiota, ma nel seguire in breve tempo eventi che si svolgono in pochi giorni, alla fin fine, vedi una donna presa nel mezzo, trascinata in tutte le direzioni, preda di contaballe da campionato e della difficoltà del provare a far funzionare le cose senza rompere nulla. Fa girare molto meno le scatole, insomma, anche se non riesce a uscire dallo stereotipo del personaggio femminile insopportabile che non può mancare in qualsiasi serie TV americana. E se arriva perfino a farmi rivalutare almeno in parte lo sviluppo del personaggio di Andrea, beh, vuol dire proprio che ho fatto bene, a riguardarmela tutta in fila, ‘sta stagione.

Ho finito di recuperare i film dei festival, adesso sto recuperando qualche bozza che m’ero lasciato indietro a cavallo della fine dell’anno. Non mi va di lasciare troppo sporco in giro.

Prossima fermata Fruitvale Station

Fruitvale Station (USA, 2013)
di Ryan Coogler
con Michael B. Jordan, Melonie Diaz, Octavia Spencer, Kevin Durand

La BART (Bay Area Rapid Transit) è la linea di metropolitana che taglia in due San Francisco, collegandola da un lato all’aeroporto internazionale e dall’altro alle varie città della Bay Area. Dire che la conosco bene sarebbe un’esagerazione, però di certo ci sono salito parecchie volte, ovviamente per il collegamento con l’aeroporto, ma anche per raggiungere il palazzetto dello sport in quel di Oakland e assistere a qualche partita dei Golden State Warriors. E mentre viaggi in quella direzione, dall’alto della sopraelevata, osservi zone non proprio nelle migliori delle condizioni, aree in cui di fondo ringrazi di non esserti ritrovato a vivere, spesso protagoniste di quei bei film allegri sulla condizione umana di chi invece ci si è ritrovato eccome, a vivere ai margini della ricchezza americana. Ebbene, nelle prime ore del 2009, alla stazione di Fruitvale, che sta più o meno alla stessa altezza di quella a cui sono sceso per le partite, solo andando verso sud invece che verso nord, il (quasi) ventitreenne Oscar Grant III, di ritorno con i suoi amici dai festeggiamenti di fine anno in città, viene coinvolto in un tafferuglio sul treno, fermato dalla polizia e ucciso. La sentenza del processo andrà poi a dire che l’agente Johannes Mehserle (che di Grant e dei suoi precedenti non sapeva nulla, stava solo “maneggiando” una persona fermata per strada) ha commesso omicidio involontario, nella confusione pensava di aver estratto il taser e non la pistola. E insomma. Fruitvale Station, il film, si apre con una breve conversazione fra Grant e la sua ragazza e passa poi a mostrare un (vero) filmato registrato da uno dei passeggeri del treno, uno di quelli utilizzati come prove durante il processo, quindi ripuliti e processati per rendere l’immagine più chiara, e resi successivamente pubblici dal tribunale di Los Angeles. Questo qua sotto.

Dopodiché il film di Ryan Coogler torna indietro e racconta l’ultima giornata di Oscar Grant III, dal risveglio fino al fattaccio, ricostruendola sulla base dei racconti di chi l’ha incontrato (tanto i parenti e gli amici quanto un paio di sconosciuti beccati in giro) e dell’attività telefonica, riprodotta anche utilizzando gli SMS come elementi grafici a schermo, ma ovviamente anche un po’ romanzando e immaginando, giocando pure con un flashback per mostrare brevemente il suo passato. Il rischio, in questi casi, è sempre quello di sfociare nell’agiografia, di mostrare una specie di mezzo santo incompreso, ma Grant ne esce invece come una persona normale, uno qualunque che sta pagando i suoi errori e le sue mancanze, che fatica a scrollarsi di dosso i problemi avuti con la legge, che cerca di arrabattarsi per non ricascare nelle fesserie mentre prova a tenere assieme la sua famiglia. Non è un santo, non è un malvagio, è una persona come tante, con qualche problema di temperamento. Ci mette un attimo a farsi chiudere la vena sul collo dalla rabbia ed è un discreto irresponsabile, ma anche premuroso nei confronti degli amici, della famiglia, perfino di qualche sconosciuto e, per non farci mancare nulla, pure di un cane.

È un ritratto troppo buono? Può essere, e certamente si dà più peso alla voglia di riscatto che ai difetti, alle mancanze, agli errori da cui questa nasce, ma del resto non è neanche semplice raccontare con equilibrio qualcosa del genere a così breve distanza. E, soprattutto, una volta tanto, era forse importante raccontare una singola persona normale schiacciata dall’ingiustizia, mettendo bene in chiaro che si tratta di un singolo, uno dei tanti “chiunque” a cui potrebbe capitare, non un simbolo, uno stereotipo che debba rappresentare un’intera classe. E allora poco importa se il ritratto è magari troppo accomodante. L’impressione che ne viene fuori è appunto quella di una persona normale, raccontata in maniera asciutta ed equilibrata, con magari solo un paio di momenti in cui Coogler si lascia un po’ andare a uno stucchevole rallentatore, ma che in fondo si possono anche capire. Conta soprattutto che nel film non traspaia rabbia, voglia di trascinare mostrandoti le reazioni della gente, il processo, le conseguenze, ma un semplice, pacato, concentrarsi su una persona (e infatti il trailer sembra il trailer di un altro film, anche se, OK, capisco che lo devi vendere).

Il primo pregio di Fruitvale Station sta proprio in questo approccio a modo suo realista a un film che non vuole scardinare misteri o svelare segreti, ma semplicemente raccontare una persona normale finita incontro alla morte, mettendo in scena (e anche qui è bravissimo Coogler) una Oakland che vive e respira, diventa quasi personaggio protagonista. Poi, certo, a far funzionare il film c’è anche il fatto di guardarlo già sapendo quel che accadrà, cosa che lo rende magari più “facile”: ti è stato scaricato in faccia nei minuti iniziali e tutto quel che vedi appare filtrato da quel pensiero, in un costante e sbalestrato crescendo di tensione. Osservi i gesti, le piccole cose, una semplice cena di fine anno in famiglia, e vivi tutto con addosso una consapevolezza totalmente diversa da quella delle persone coinvolte. Senti una madre che suggerisce al figlio di non andare in città in macchina, di prendere la metropolitana, perché sicuramente a capodanno qualche birra ci scappa, e ti si gela il sangue. Chiaramente poi tutto esplode nella scena conclusiva, che riproduce – mostrando, di nuovo, la bravura di un altro ottimo regista esordiente – quel che s’intravede in quel filmato là sopra. Ed è splendidamente agghiacciante. Poi si chiude il film, con i classici appunti sulle conseguenze degli eventi, sul processo, e tu rimani lì di sasso nel buio della sala, anche se sapevi già tutto.

Se poi le cose funzionano tanto bene è anche merito delle facce. Bravissimi gli attori di contorno, ma soprattutto fuori parametro Michael B. Jordan, come del resto sa bene chi l’ha seguito in The Wire e Friday Night Lights (e magari qualcuno l’ha visto in Chronicle). Prende un ruolo non semplice, vuoi per la delicatezza dell’argomento, vuoi per una sceneggiatura che a tratti sembra farlo andare in tutte le direzioni possibili, e gli dà un equilibrio, una forza, un’intensità e una naturalezza pazzesche. Lui, da solo, terrebbe in piedi il film anche se non ci fossero altri meriti. In un anno meno “carico” per il cinema americano, o magari anche solo se il film fosse uscito a dicembre invece che a luglio, perlomeno una nomination per i premi più importanti non glie l’avrebbe levata nessuno. Di sicuro ne arriveranno altre in futuro, lo dico convinto, anche al di là dei soliti “il nuovo [inserire a piacere]” che si sprecano e che oggi lo vedono additato da tutti come “il Denzel della sua generazione”. È un grande attore e Fruitvale Station è il film per cui merita di zompare nella stratosfera. Speriamo, dai.

L’ho visto in lingua originale – occhio, merita, ma l’ascolto non è banale per chi ha l’orecchio poco allenato a quelle parlate là – al cinema qua a Parigi. Purtroppo, un po’ per l’argomento forse poco esportabile, un po’ per la scelta di non realizzare il “filmone” strappalacrime, un po’ anche perché non ci sarà il traino che avrebbero potuto dare Oscar e Golden Globe, fatico a immaginarmelo distribuito al cinema in Italia. Poi magari sbaglio. Vedo comunque che sta pian piano uscendo anche in altri paesi, quindi vai a sapere. Alla peggio, si trova già in DVD e Blu-ray.

Lo spam della domenica mattina: Febbre

Ha un che di poetico, se vogliamo, il fatto che questa settimana mi sia venuta la febbre dopo aver recensito su IGN Dr. Luigi. O forse no. Boh. Su Outcast, invece, ho scritto un episodio di Librodrome dedicato a The History of Sonic The Hedgehog e l’episodio di Old! dedicato al gennaio del 2004. Sul fronte dei podcast, si sono manifestati il primo The Walking Podcast del 2014, un episodio extra dedicato a Dodici, e il primo Podcast del Tentacolo Viola del 2014, in cui ho chiacchierato di ben tre videogiochi e quattro film, anvedi. Ah, e pure un Videopep con qualche regalino.

Torno a letto.

La robbaccia del sabato mattina: Febbre

 
Da un paio di giorni sono febbricitante e vago per casa modello zombi, tenendomi le mani sulla schiena e lamentandomi senza tregua per i dolori che l’attanagliano. Cose che capitano. In realtà avevo già “rischiato” la febbre appena rientrato da Milano, ma ero riuscito ad abortirla a botte di medicinali. questa volta no. Cose che capitano. Eventuali frasi deliranti contenute in questo post sono quindi figlie della febbre. Ad ogni modo, cominciamo con le nerdate della settimana, segnalando che Gal Gadot è stata messa sotto contratto come Wonder Woman per tre film: Batman Vs. Superman e, boh, quello sulla Justice League e uno dedicato a lei? Chi lo sa? Avranno il coraggio di fare questa mossa incredibilmente moderna, in grado di rompere le barriere, del realizzare un film di supereroi con una protagonista donna? Intanto, per sicurezza, per prepararsi, il film con il pipistrello e lo scemo che si tirano le pizze è stato rinviato al 6 maggio 2016. Dai, almeno non fanno le cose di fretta. Fra l’altro è la data d’uscita di un film Marvel. Ormai si trollano.

Questo qua sopra è il trailerino per la ripresa di The Walking Dead, fissata per il 9 di febbraio. Non mi sembra dica molto, quindi io non dico nulla. Dico però che quella gran cavalla di Jaimie Alexander apparirà in un episodio di Agents of S.H.I.E.L.D., per la gioia di grandi e piccini, assieme ad altra gentaglia della mitologia di Thor. E hanno confermato quel che ipotizzavo dopo aver visto l’undicesimo episodio. E anche il fatto che da adesso useranno personaggi Marvel a valanga. Bene. Ah, a proposito di roba Marvel, qua ci sono delle immagini di The Amazing Spider-Man 2 e Mark Ruffalo sostiene che Avengers: Age of Ultron sarà un film molto più cupo e deprimente rispetto al primo episodio. Passando al fronte Star Wars, invece, segnaliamo che la sceneggiatura di Episodio VII è pronta e che J.J. Abrams ha confermato di aver incontrato Jesse Plemons per un ruolo nel film. Calcerà i field goal grazie all’uso della forza? A margine, si dice che a Lawrence Kasdan stiano talmente sulle palle i film della seconda trilogia che avrebbe proposto uno spin-off dedicato a Boba-Fett in cui il vero Boba verrebbe fatto fuori e ci sarebbe un’altra persona sotto il casco, in modo da non avere cloni di Temuera Morrison fra le palle. Chiudiamo con una rassegna di video.


Nuovo trailer di The Raid 2, che al Sundance è stato accolto più o meno come il miglior film degli ultimi centododici anni. Fotta.

Una raccolta di tutte le schermate del titolo dei giochi NES. Tutte. La gente stanno male.

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Un finto – e meraviglioso – trailer di Her con la voce di Philip Seymour Hoffman, presa facendo taglia e cuci dai suoi vari film, messa al posto di quella di Scarlett Johansson.

Uno sguardo a Tattoo Assassins, la mai pubblicata presa per il culo di Mortal Kombat con tanto di Nudalities. Se interessa, potete comprarlo su eBay per qualche migliaio di dollari.

Mi rimetto a letto.

Wolf Creek 2

Wolf Creek 2 (Australia, 2013)
di Greg McLean
con John Jarratt e un po’ di vittime

La crescita umana, professionale e spirituale dell’australiano Greg McLean lo vede imparare l’arte della pittura negli anni della giovinezza, quindi diplomarsi in regia all’istituto nazionale d’arte drammatica e fare la sua bella gavetta a teatro, lavorando fra gli altri con Baz Luhrmann nella principale compagnia d’opera australiana. Con delle basi di questo spessore, dopo aver esordito con un paio di cortometraggi apprezzati e premiati, la sua carriera d’autore impegnato era già scritta. Più o meno. Al primo film, McLean ci regala Wolf Creek, una bella, cruda, agghiacciante rivisitazione in chiave australiana del modello Non aprite quella porta, passata pure da Cannes nel 2005. Quindi, due anni dopo, arriva Rogue, su un coccodrillo gigante. E infine, sette anni dopo, è il turno di Wolf Creek 2. Tutto regolare, per un autore la cui firma distintiva pare essere l’idea che i turisti stranieri, in Australia, siano destinati a fare una gran brutta fine.

Ora, da persona che aveva apprezzato parecchio il primo Wolf Creek, non sapevo bene cosa aspettarmi. Una replica tale e quale sarebbe stata forse la mossa più facile, ma in fondo anche banale e deludente. Meglio allora cambiare brutalmente la formula, pur riproponendo sulla carta lo stesso soggetto. E deve averla pensata così anche McLean, che con Wolf Creek 2 realizza un seguito in pieno stile anni Ottanta, di quelli che prendono l’icona forte del primo episodio e provano a trasformarla in un giullare onnipotente attorno a cui costruire, botteghino permettendo, una lunga serie di successi. Wolf Creek 2 prende tutto ciò che il primo episodio si proponeva di fare, da un punto di vista stilistico, di costruzione della tensione, di caratterizzazione dell’assassino, e, dopo aver fatto rapida manovra, si mette a spingere fortissimo nell’altra direzione. Il risultato è un po’ spiazzante, se ti presenti in sala con ancora in testa il ricordo di quel primo film dimesso, dal taglio a tratti quasi documentaristico, con un cattivo davvero inquietante nel suo realismo e con un trattamento senza compromessi o spettacolarizzazioni per le sue vittime.

Qua invece Mick Taylor, sempre interpretato da quel cicci di John Jarratt, torna in scena con tutt’altra carica. Sette anni fa era il babau nascosto nell’ombra, che usciva dal nulla, si mangiava il film con due battute e quattro sguardi e poi scatenava il massacro, ma non era mai vero protagonista, irrompeva in scena nel film delle sue vittime e andava a distruggerlo. Oggi parte subito schiacciando fortissimo l’acceleratore e si presenta come una sorta di Freddy Krueger col marsupio, non onnipotente o sovrannaturale, ma smargiasso, costantemente impegnato a far battutine ed esprimere la sua australo-burinaggine da leghista fra i koala che non vuole saperne degli stranieri. Dall’alto del suo scassato furgoncino, cecchina poliziotti come se stesse vincendo orsacchiotti alla fiera di paese e se la ride bello tranquillo, magari sorseggiando una birra. Insomma, è diventato personaggione e nel farlo, intendiamoci, funziona anche bene, soprattutto perché comunque il film, pur poggiandosi su una struttura abbastanza classica negli sviluppi e inevitabile nelle conclusioni, si gioca tutto sul piano delle idee e dei ribaltoni improvvisi, finendo per diventare un bel carosello divertente.

Proprio perché questa volta non si tratta di un film con dei protagonisti che vengono fatti a pezzi da un pazzo di passaggio, ma del film in cui quel pazzo s’è conquistato il ruolo da protagonista, le vittime designate calano d’importanza. Rimane la voglia di caratterizzarle come esseri umani tollerabili, e non i soliti cretini a cui non chiedi altro che di morire, ma il loro ruolo passa in secondo piano, al punto che McLean si concede anche il lusso del giocare con le aspettative sui protagonisti. Parte con i classici turisti – questa volta tedeschi – che commettono l’errore di andarsene in campeggio dove sarebbe meglio di no, ma poi piazza il ribaltone, coinvolge altra gente e alza continuamente la posta, tirando fuori almeno un paio di idee molto azzeccate, mostrando un Mick sempre più pieno di risorse e sull’orlo del diventare barzelletta di se stesso, ma tutto sommato riuscendo a centrare l’equilibrio giusto. E poi si gioca il jolly con un confronto finale bizzarro, divertentissimo, inatteso per come si era messo il film e che da solo merita la visione. Insomma, Wolf Creek 2 è un altro film, che c’entra proprio poco col primo, ma si potevano fare altri film ben peggiori.

E ricordate: il vostro non è un coltello, questo è un coltello.

Al momento il film è passato solo in qualche festival (anche a Venezia!). Per quanto riguarda la distribuzione ufficiale, IMDB elenca solo due nazioni, entrambe con data fissata per il 20 febbraio: l’Australia, ci mancherebbe, e l’Italia, anvedi. Beh, bene. Ah, sono in arrivo pure due romanzi dedicati al Mick, alla faccia delle manie di grandezza.

The Wicker Man – Final Cut

The Wicker Man – Final Cut (GB, 1973/2013)
di Robin Hardy
con Edward Woodward, Britt Ekland, Diane Cilento, Ingrid Pitt, Christopher Lee 

Quanta gente sa (o crede di sapere) perfettamente cosa sia The Wicker Man anche se non l’ha mai visto? Io, per dire, fino a un paio di mesi fa, ero esattamente in quella situazione. Del resto, la storia è nota e a portata di Wikipedia, il film di Robin Hardy ha subito tutte le sfighe di questo mondo e di quell’altro, è stato stagliuzzato dalla censura, proiettato poco e male, schivato come la peste in diversi paesi, compresa l’Italia, vuoi per i contenuti sessuali assai espliciti (ben più per l’epoca che per gli standard odierni), vuoi per il modo in cui prende di petto il tema religioso. Ma fosse solo questo… c’è pure il fatto che non si è mai riusciti e mai si riuscirà a mettere assieme un montaggio davvero corrispondente a quel che il regista voleva in origine, dato che i negativi sono finiti al macero per sbaglio, e i vari “cut” emersi negli anni sono stati assemblati mettendo assieme la copia che era stata inviata a Roger Corman, quell’altra finita negli archivi di Harvard e così via. Insomma, un guazzabuglio di sfighe, appunto, che ovviamente ha contribuito allo status di cult assoluto, per un film che comunque, oh, Christopher Lee ritiene il migliore della sua carriera e i britannici considerano fra le cose migliori mai partorite dalla loro industria cinematografica.

Ebbene, l’anno scorso, per celebrare il quarantesimo anniversario del film, è stato distribuito al cinema e nel mercato dell’home video The Wicker Man – Final Cut, un montaggio un po’ più lungo di quello uscito al cinema negli anni Settanta, un po più breve di quello che Robin Hardy avrebbe voluto. In Italia, sia chiaro, non c’è comunque arrivato, ma insomma, meglio che niente. E io oggi provo a parlarne, o comunque a tirar fuori qualche pensiero vagamente coerente al riguardo, perché nell’ultima giornata di Paris International Fantastic Film Festival me l’hanno proiettato e, per la prima volta, mi sono visto, oltretutto nello splendore del grande schermo, questo bizzarro, affascinante, seducente, inquietante film. Sigla.

Come descrivere The Wicker Man? Bella domanda. Un commento letto gironzolando su YouTube mi ha fatto sorridere non poco: “Creepier version of Moonrise Kingdom“. E in effetti, in un certo senso, se pigli e metti i deliri allucinati di Wes Anderson in un mondo più o meno reale di quarant’anni fa, è probabile che il risultato sia qualcosa di angosciante e dal non troppo lieto fine come The Wicker Man. Ma partiamo dalle basi: il film racconta di Neil Howie, un sergente di polizia che si reca sull’isola scozzese di Summerisle, isolata dal mondo e raggiungibile più o meno comodamente solo a bordo di un piccolo aereo, per investigare sulla scomparsa di una ragazzina. Howie si trova a dover combatte l’ostracismo della comunità locale, all’apparenza assolutamente gentile e disponibile ma decisa a non svelare i propri segreti, e a veder cozzare le proprie convinzioni contro le credenze locali. Howie è infatti un cristiano devoto, che – precisazione, vi garantisco, non accessoria – rifiuta il sesso fuori dal matrimonio e ha qualche problema ad accettare i riti pagani praticati in quel di Summerisle, fra pratiche sessuali assortite in luoghi pubblici, idoli fallici adorati dai bambini della scuola locale e strane tecniche mediche legate ad utilizzi bizzarri (ma non sessuali, eh!) degli animali.

Da queste premesse già sufficientemente stralunate, si sviluppa un film in continuo movimento fra un genere e l’altro, che parte come vero e proprio giallo investigativo ma pian piano sfocia sempre più verso il delirio horror, subdolo e inquietante, capace davvero di trasformarsi, immergendo il protagonista e lo spettatore, mano nella mano, in un tunnel senza uscita. E in più, ogni tanto, l’investigazione si mette in pausa e scatta il musical, surreale, evocativo e fondamentale nel costruire quell’atmosfera di disagio progressivo e di scivolamento verso il disastro. Ma il bello di questo incremento graduale sta anche nel modo in cui si scombinano le prospettive. Nei minuti iniziali del film si è incuriositi dalle vicende e si capisce subito che i locali, per quanto amichevoli, nascondono qualcosa, ma il primo istinto, abbastanza inevitabile, è di fastidio per il poliziotto un po’ bigotto e presuntuoso. Mano a mano che il film avanza, però, grazie soprattutto alla grande interpretazione di Edward Woodward e, in generale, al suo non essere tratteggiato in maniera caricaturale, alla forza realistica del personaggio, si scivola nei suoi panni e ci si immedesima nella lotta disperata di un uomo che vuole fare la cosa giusta e si trova a lottare per le proprie convinzioni. Intanto, la comunità di pacifici abitanti locali, che in fondo fa simpatia anche per quell’approccio così naturale al sesso, diventa sempre più inquietante e oppressiva.

Non so ovviamente come potesse essere nel 1973 e posso solo provare a immagine che razza di effetto facesse per uno spettatore di quegli anni, ma anche a guardarlo oggi, The Wicker Man conserva un fascino e una potenza fuori scala. Certo, a tratti è un po’ sconclusionato, e per ogni grandissima prova degli attori principali c’è un interprete di secondo piano che pare pescato per strada. Britt Ekland è una bomba sexy dalla fisicità bestiale, quindi perfetta per il personaggio, ma quando parla non si può ascoltare. In più, le scene aggiunte della Final Cut, per quanto intriganti e in almeno in un paio di casi molto efficaci nel contribuire al crescendo di delirio, hanno il classico problema di operazioni del genere: si integrano male, spiccano lontano un miglio e tirano un po’ fuori dal film (tant’è che le ho riconosciute tutte pur non avendolo mai visto prima). Ma alla fine, come tanti altri splendidi film, The Wicker Man funziona nonostante, anzi, proprio anche grazie a questa sua natura contorta e imperfetta, oltre che per la forza con cui mette in scena la sua critica brutale alle forme di controllo religioso (che poi è probabilmente fra i motivi che ne hanno impedito la distribuzione italiana). Magari non riesci a immergertici dal primo istante, ma pian piano, senza accorgertene, ti ritrovi rapito, condotto per mano in un mondo assurdo e al tempo stesso credibile, vicino e tragicamente possibile, preda dei pugni nello stomaco che arrivano implacabili e di quel finale così forte.

L’edizione per il quarantennale di The Wicker Man è disponibile sia su DVD, in quattro dischi, sia su Blu-ray, in tre dischi. In entrambi casi sono contenute la versione originale del film e questo Final Cut, oltre ovviamente a tutta una serie di extra. Un’edizione italiana, a occhio, ce la possiamo scordare. Oh, poi, vai a sapere.

Christine – La macchina infernale

Christine (USA, 1983)
di John Carpenter
con Keith Gordon, John Stockwell, Alexandra Paul 

La notte Stephen King di cui sto chiacchierando ormai da qualche giorno ha concluso il suo crescendo nel migliore dei modi, con un film che, poche ore dopo aver assistito allo sbaglio di Satana, ti riconcilia con te stesso e con la voglia di vivere, ti ricorda che il cinema, quello vero, è questo e non quell’altro. Perché sì, per carità, Christine, progetto totalmente su commissione, figlio dell’apice della carriera di Stephen King al punto d’esser messo in produzione prima ancora che il romanzo venisse completato, non è certo il miglior film tratto dallo scrittore del Maine, così come è inevitabilmente ben lungi dall’essere la miglior opera – o comunque fra le più personali – di John Carpenter, ma cacchio se gioca in un altro campionato rispetto al nuovo Carrie. Anzi, si tratta proprio di un altro sport.

Che sia un progetto non molto personale lo si capisce anche dal fatto che è il primo film di Carpenter basato su una sceneggiatura scritta da altri, per la precisione dal quasi esordiente, e non proprio destinato a una carrierona, Bill Phillips, ma Carpenter riesce comunque ad appropriarsi del film, tirando fuori un racconto e una forza visiva che esprimono la sua personalità in maniera fortissima. Del resto, il caro John è all’apice della forma e arriva da un avvio di carriera che l’ha visto sparar fuori in sequenza, così, come se niente fosse, Dark Star, Distretto 13, Halloween, The Fog, 1997: Fuga da New York e La cosa. E qui è d’uopo una pausa drammatica per permettere di leggere quest’elenco svariate volte di seguito e riflettere con attenzione, esprimendosi all’insegna dell’allafacciadel.

Per riprendervi dallo shock: Alexandra Paul di fronte al suo profilo IMDB recapitatole dal futuro.

Christine, come da tradizione di Stephen King, trasforma il quotidiano in orrore e gioca sul fare a pezzi e rendere terrificanti i momenti della vita di tutti i giorni. Nel romanzo, la macchina protagonista è posseduta dallo spirito del suo precedente proprietario, ma nel film le cose cambiano fin dal prologo, in cui la vediamo far vittime già in catena di montaggio. La macchina è viva, è – scopriremo poi – più o meno femmina e c’ha l’incazzatura facile. Non è una modifica di poco conto, perché va ad amplificare uno dei temi attorno a cui ruota il film e che rendono Christine assai carpenteriano, nel suo raccontare e trasformare in orrore l’ossessione tutta americana (ma non solo, via) per l’automobile, per la propria macchina ancor più che per il consumismo in senso ampio, il rapporto morboso che si viene a creare fra un uomo e la propria vettura.

Questo spunto Carpenter lo sfrutta poi per giocare come al solito con i cliché e gli stereotipi, così che ci si ritrova con il classico bravo ragazzo assai sfigato e cuore d’oro che viene brutalmente corrotto dal materialismo e ne esce trasformato, diventando nemesi di sé stesso, infame pezzo di fetente dall’improvviso successo ma che se ne frega di tutto e tutti e si libera senza problemi di chiunque provi a mettergli il bastone fra le ruote. Al suo fianco, l’atletico manzo americano John Stockwell, tra l’altro futuro regista di scemenze come Cat Run, stereotipo dello sportivo conquista femmine e non proprio genio della situazione, che poi diventerà lui eroe dal cuore puro. Nel mezzo, una splendida futura bagnina di Baywatch, che non fa mai male.

Perché, a rivederlo oggi, fra l’altro nello splendore del grande schermo, Christine, con tutti i suoi limiti, è comunque bellissimo? Beh, intanto perché l’ha diretto Carpenter e si vede lontano un miglio. Ha un’atmosfera, una personalità, una forza unica nella messa in scena, una pazzesca capacità di tenerti sull’attenti con due note di quelle fantastiche musiche, un grandissimo equilibrio nell’alternare suggestioni e dubbi ad esplosioni di spettacolo e splendidi effetti speciali, che reggono incredibilmente bene ancora oggi. Insomma, è una gioia per occhi e orecchi. E in più è uno di quegli horror lì, quelli di quel periodo là, realizzati da quella gente lì, che finiscono in vacca, non consolano, puniscono senza pietà chi dovrebbe essere buono ma si è lasciato devastare dalla società di merda in cui vive e ti lasciano addosso un bel senso di disagio e fastidio. Avercene.

Fra l’altro Christine è uno dei pochissimi romanzi di King di quel periodo che non ho letto. Merita?