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Ghost in the Shell

Ghost in the Shell è il blockbuster americano recente dal taglio visivo più fresco, particolare e affascinante che si sia visto negli ultimi anni. Sì, anche più di Doctor Strange, che limitava il suo delirio estetico a determinate sequenze ma per il resto si inseriva placido nel solito immaginario Marvel. La cosa buffa, anche se in fondo c’è poco da sorprendersi, sta nel fatto che questo risultato arriva senza inventarsi nulla di particolare, perché di fatto Rupert Sanders e compagni si sono limitati a recuperare un certo tipo di estetica da film d’animazione, a mescolarla con suggestioni prese in giro dal cinema di fantascienza occidentale e a utilizzare il risultato come filtro visivo mentre si lavorava di fotocopiatrice su svariate scene prese in prestito dai diversi Ghost in the Shell passati. Quel che ne è venuto fuori è patinatuccio, ovviamente già visto e per ampi tratti privo della carica espressiva e dinamica che magari altri registi avrebbero (e hanno) saputo dare al cinema di fantascienza, ma allo stesso tempo ha un sapore fresco, bizzarramente nuovo e diverso dal solito.

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Ave, Cesare!

Ave, Cesare segna il ritorno dei fratelli Coen alla commedia flippatissima, completamente fuori di cozza, surreale, sopra le righe, fondamentalmente scema. E, per quanto ci siano lampi improvvisi di quell’approccio anche in A Serious Man A proposito di Davis, era da Burn After Reading, quindi da quasi un decennio, che non la buttavano così brutalmente sul ridere. È anche un film che, per la sua stessa natura tutta bizzarra e che si fa gli affari suoi, è forse destinato a dividere tanto quanto un po’ tutto quello che i due fratelli hanno diretto dopo il trionfo di Non è un paese per vecchi, perché, non è che ci si possa girare attorno, un’opera con questa personalità così assurda la puoi apprezzare solo se per qualche strano motivo ti ci trovi fortemente in sintonia, mentre chi la odia ti accuserà di essere un fan acritico. Insomma, è la solita storia.

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Scoop

Scoop (UK/USA, 2006)
di Woody Allen
con Scarlett Johansson, Woody Allen, Hugh Jackman

Madonna, ma che palle, si ricomincia? Siccome hai centrato Match Point adesso riattacchi a scagazzare fuori filmetti insipidi per un decennio buono? Che è, ‘sta roba? A che serve? Che me ne dovrei fare? Ancora a travestire attori da te stesso, stai? Per di più in un film nel quale reciti anche tu? Ma non ti rendi conto di quanto scassi i coglioni vederci doppio per un’ora e mezza? Senza ridere. Senza che ci sia un qualsiasi intreccio. Non dico un intreccio giallo, eh, mi basterebbe un intreccio.

Un vecchio stronzo e una cretina lanciati allo sbaraglio contro un serial killer. Forse. O forse no. Nel dubbio, novanta minuti di gag insulse, a raccontare di questi due poveretti che inseguono l’occasione della vita su consiglio di un fantasma. Avvenimenti telefonati mezz’ora prima, tormentoni che si trascinano stancamente, personaggi piatti e monodimensionali… l’unica ragione di vita per questo film sta nella scena della piscina, con Hugh Jackman e Scarlett Johansson in costume da bagno. Oltretutto lei indossa il costume intero. E neanche mi piace. Fastidio.

Match Point


Match Point (USA, 2005)
di Woody Allen
con Jonathan Rhys Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox

Io odio il doppiaggio.
Odio il doppiaggio perché mi impedisce di scoprire che Nola è americana sentendola parlare, come del resto fa Chris, e mi costringe a sentirlo dire da lui. Odio il doppiaggio perché mi obbliga ad ascoltare l’insopportabile voce e la mediocre recitazione di Ilaria Stagni, privandomi nel frattempo dell’adorabile bofonchiare di Brian Cox. Odio il doppiaggio perché attutisce e smorza l’audio ambientale, il rumore di fondo, e in un film così basato sul dialogo produce un effetto esageratamente teatrale, con gente che parla mentre il mondo sembra fuori da una finestra chiusa. Odio il doppiaggio perché mi spinge a fare queste tirate inutili e snob, perdite di tempo evitavili, specie se c’è da parlare di un gran film come è Match Point.

Roba di questo livello Woody Allen non ne faceva da… boh… dieci… quindici anni, anche. Un film di un rigore incredibile, diretto in maniera eccellente, con un fantastico studio per la costruzione di ogni singola immagine e una grande attenzione per il montaggio. Uno sputo in faccia a chi ritiene Allen poco più che un mesteriante della macchina da presa, buono solo per scrivere grandi sceneggiature. Cosa che, oltretutto, in questo caso fa per davvero, con una lunga sequenza di dialoghi semplicemente perfetti e una costruzione dell’intreccio magistrale. E perfetta è la scelta dell’attore protagonista, un Jonathan Rhys Meyers splendido e che meriterebbe maggior fortuna.

Un film a tema, che racconta le squallide brutture dell’alta borghesia, iniziando come “romance” leggero e scivolando poi nel cinico noir. Lento e lancinante, coinvolge lo spettatore e se lo trascina dietro senza un attimo di stanca. La conferma del fatto che, nonostante qualche passo falso, Woody Allen può tranquillamente guardare con spocchia tanti altri vecchi (stronzi) del cinema ormai ridotti al livello di amebe rincoglionite.