La truffa dei Logan

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Steven Soderbergh disse di volersi ritirare. Magari ci credeva anche, ma sappiamo com’è andata a finire. In quei giorni bui, gli capitò fra le mani la sceneggiatura di La truffa dei Logan. «Oh, mica puoi consigliarci un regista adatto?», gli dissero. Lui si lesse la sceneggiatura, si divertì come un matto, si rese conto che era un film molto nelle sue corde e, oltretutto, parecchio adatto a quell’idea di produzione e distribuzione cinematografica completamente indipendente nella quale voleva lanciarsi. Rispose «Mi sa che lo faccio io.» Oltre alle ragioni di opportunità, ad attirarlo fu anche il fatto che La truffa dei Logan era (o poteva da lui essere trasformato in) una sorta di Ocean’s Eleven del discount. Non solo perché richiedeva valori di produzione ben inferiori, ma anche e soprattutto per una questione tematica.

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Una serata con Deckard

L’altro giorno sono diventato un Blade Runner. Ho preso il mio bel trenino per Londra, sono arrivato in albergo, mi sono fatto la doccia, ho indossato abiti che per altri sono normali ma per me sono da fantascienza, mi sono diretto assieme a signora e amici verso un punto d’incontro e bam, ero nella Los Angeles di Ridley Scott. O quasi. Tre anni dopo la mia prima volta, sono tornato a gustarmi il Secret Cinema e, oggi come allora, mi sento di dire che è un’esperienza bizzarra, magari non per tutti, ma davvero divertente e gradevole. E anche questa volta, dai, merita. Quindi, se vi intriga, avete modo di andare e potete permettervelo, fate un salto qua e spendete ‘sti soldi per passare una serata nel mondo di Blade Runner e riguardarvi poi il Final Cut sul grande schermo, che buttalo, il tutto in una situazione surreale in cui attori riproducono scene del film sotto, a lato, attorno allo schermo. La cosa doveva finire a metà giugno, è stata prolungata fino a inizio luglio. Regolatevi di conseguenza.

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Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

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A Beautiful Day

A Beautiful Day, in reltà, si intitola You Were Never Really Here. O forse no. Ho smesso di provare a capirci qualcosa, con questa faccenda dei titoli originali, titoli internazionali, titoli in inglese usati in Italia quando avrebbe troppo più senso tradurli, varie e derivati. Facciamo che si può scegliere a piacere, oppure anche non usare nessuno di quei titoli, tanto che ce ne frega, è un film talmente storto che in Italia uscirà in quattro sale, non andrà a vederlo nessuno e faremo tutti finta di niente. E sarà un peccato, perché è un gran bel film, ma lo capisco anche, perché è un film stortissimo, lento, difficile, e che fai, vuoi davvero intitolarlo, boh, Io vi stempierò, così poi la gente si aspetta Liam Neeson che pesta tutti grazie al montaggio e si ritrova con Joaquin Phoenix molliccio che pesta tutti fuori campo? Perché alla fin fine Lynne Ramsay ha fatto un po’ quella cosa lì: il Taken da festival con l’appeal del film russo sottotitolato in cecoslovacco. Oppure un Man on Fire con il PTSD al posto della tamarraggine. Ed è bellissimo, ma come fai a venderlo?

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