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Snowden

Snowden è un film per molti versi complementare al documentario Citizenfour, che ha raccontato le vicende dell’uscita allo scoperto di Edward Snowden da dentro, mostrandoci un po’ il volto e lo spirito del personaggio ma senza andare troppo a fondo sulla sua figura, rispettandone in fondo il desiderio principale espresso nel momento in cui fece scoppiare il bubbone. Non voleva diventare protagonista della conversazione pubblica e giornalistica, non voleva essere messo al centro dell’attenzione, voleva che ci si concentrasse sulle informazioni che aveva coraggiosamente deciso di svelare al pubblico e pretendeva che il dibattito si limitasse al tema principale, alle menzogne del governo americano e alla necessità di informare i cittadini su quel che viene fatto in termini di sorveglianza, giusto o sbagliato che sia il farlo. Tre anni dopo, però, il film di Oliver Stone, comunque scritto e realizzato in collaborazione con Snowden stesso, si propone come opera complementare proprio perché fa ciò che all’epoca Snowden non voleva: parla anche e soprattutto di lui.

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Wall Street

Wall Street (USA, 1987)
di Oliver Stone
con Charlie Sheen, Michael Douglas, Martin Sheen, John C. McGinley, Daryl Hannah

The point is, ladies and gentleman, that greed – for lack of a better word – is good.
Greed is right.
Greed works.
Greed clarifies, cuts through, and captures the essence of the evolutionary spirit.
Greed, in all of its forms – greed for life, for money, for love, knowledge – has marked the upward surge of mankind.

Questo estratto dal monologo che GG, Gordon Gekko, declama di fronte agli azionisti della Teldar Paper è stato il manifesto di almeno un paio di generazioni di broker in divenire, che hanno trasformato un personaggio nato come “villain” nel loro modello di vita. L’avido, insensibile, cinico e onnipotente manipolatore interpretato da Michael Douglas è Wall Street. Gekko domina la scena e la ruba a chiunque gli stia attorno, seppellisce il volenteroso, ma obiettivamente limitato Charlie Sheen e trova solo uno statuario Martin Sheen in grado di tenergli testa.

Sorta di parabolone morale in pieno stile Stone, con tanto di classico lieto fine accomodante solo fino a un certo punto, Wall Street riesce ad essere estremamente attuale ancora oggi. Nonostante i computer con lo schermo verde e i telefonini da portare in giro con la carriola, le pettinature da Bon Jovi e le musiche tremendamente anni Ottanta di Stuart Copeland. Il racconto della fulminante (e fulminata) carriera di Bud Fox, talentuoso pezzo di creta nelle mani dello spietato GG, capace però di alzare la testa quando messo di fronte alla mediocre realtà che è diventata la sua vita, parla di valori e realtà che nella sostanza non sembrano essere cambiati di una virgola.

Stone non punta il dito su chi infrange la legge, ma sulla dubbia moralità di chi all’interno della legge riesce a muoversi, attraverso però un sistema di valori deprecabile e inaccettabile. Un sistema di valori che d’altra parte è seppellito da colate di cemento nelle fondamenta della civiltà occidentale. Gente come Gekko è necessaria, serve a mantenere lo status quo di persone che come lui non si comporterebbero mai, ma che dei frutti del suo operato godono quotidianamente. E allora, vien da chiedersi, non è un po’ ipocrita arrogarsi il diritto di condannarlo?

Talk Radio

Talk Radio (USA, 1988)
di Oliver Stone
con Eric Bogosian, Ellen Greene, Leslie Hope, John C. McGinley, Alec Baldwin

Il 18 giugno 1984 Alan Berg, speaker radiofonico famoso per la sua lingua velenosissima e totalmente priva di peli, viene ucciso con tredici colpi di pistola nel vialetto di casa sua. Tre anni dopo Eric Bogosian e Tad Savinar sfondano con una commedia teatrale parzialmente ispirata alla sua vita. Passa un anno e Oliver Stone porta Talk Radio al cinema, realizzando un film interpretato dallo stesso Eric Bogosian e basato su un mix fra la commedia teatrale, la vera storia di Alan Berg e qualche idea in più.

Ne esce fuori una pellicola strana e affascinante, estremamente teatrale nella messa in scena, quasi del tutto incentrata sulla maestosa interpretazione dell’attore protagonista. Bogosian sembra nato per questo ruolo, che del resto si è probabilmente anche un po’ cucito addosso. La sua voce calda e graffiante, la sua affascinante parlata e il suo nervoso, schizoide modo di fare donano al personaggio vita propria. E non è forse un caso che questo sia praticamente l’unico personaggio di peso interpretato da Bogosian sul grande schermo.

Talk Radio mette in scena un monologo che va avanti pressoché ininterrottamente, anche e soprattutto quando vengono mostrate apparenti conversazioni a due. Barry Champlain, il fittizio conduttore del graffiante talk show radiofonico al centro delle vicende, domina la scena seppellendo la pur apprezzabile serie di comprimari che gli ruotano attorno. Regna sull’intero film con la sua verve e le sue battute sferzanti, con il suo atteggiamento autodistruttivo, acido e malinconico.

E Oliver Stone gli appiccica addosso un film claustrofobicamente ossessionato dalla sua figura. Non esce praticamente mai dagli studi radiofonici, se non per una manciata di flashback e per un’apparizione pubblica che inizia come piacevole diversivo e si chiude con l’angosciante e opprimente reazione della gente al protagonista. E il culmine del film è, guardacaso, uno splendido monologo, interpretato da un Bogosian in stato di grazia e messo in scena da Stone con una trovata semplice, ma efficacissima.

E poi, subito dopo una nota di lieta speranza, arriva quel finale così asciutto e triste, malinconico e asfissiante, seguito dalla crudelmente ironica serie di commenti degli ascoltatori. Fatico a considerare Talk Radio un gran film, forse un po’ anche perché non amo la – comunque qui poco ostentata – retorica di Oliver Stone, ma cazzo se ti lascia dentro qualcosa.

[Venezia 2006] Daratt – World Trade Center – Jak-Pae – Fangzhu


Concorso
Daratt (Ciad)
di Mahamat-Saleh Haroun
Premio speciale della giuria
Io francamente certi premi non li capisco proprio. Daratt è un bel film, per carità, ma cos’ha di tanto speciale da meritare il premio apposito della giuria? Certo non il soggetto, su un ragazzo alla ricerca di vendetta, che finirà per affezionarsi alla sua vittima designata e decidere di risparmiarla. Certo non la messa in scena, che è quella tipica della cinematografica africana, fatta sostanzialmente di silenzi e staticità. Ripeto, un bel film, ma tutto qui?

Fuori concorso
World Trade Center (USA)
di Oliver Stone
Inutile negare che buona parte dell’impatto di questo film sia dovuto al suo raccontare una tragedia imponente, recente e, al contrario di altre, schiaffata in faccia a tutti dal circo mediatico. Il film si apre sulla tranquilla routine. Si vedono persone alzarsi, fare una doccia, prepararsi per andare al lavoro, salutare moglie e figli, viaggiare in macchina con sullo sfondo la skyline di New York ancora intatta. Poi appare quella scritta, “11 settembre 2001”, e subito ti si mozza il fiato.

Per una mezz’ora abbondante World Trade Center è un capolavoro. Stai facendo il tuo lavoro, il tuo dovere, e poi all’improvviso un’ombra enorme oscura il cielo. Sei lì che osservi un travestito dall’altra parte della strada e vieni sorpreso da un rumore fortissimo, un’esplosione. La chiamata alla radio, è successo qualcosa, tutti sono agitati, ma non si capisce bene cosa. Sai solo che è qualcosa di davvero molto grave. La squadra entra e con loro osserviamo quella assurda processione di gente che cammina per uscire dal WTC, ascoltiamo le esplosioni e viviamo i momenti di panico del crollo.

Oliver Stone per certi versi sceglie una strada simile a quella intrapresa da Paul Greengrass con United 93, mostrando gli avvenimenti da un punto di vista “terreno” ed evitando per buona parte del film di dare una visione più ampia sulle cose. I protagonisti vanno allo sbaraglio, cercando di fare il loro dovere e aiutare, ma non hanno idea di cosa stia succedendo. Forse la seconda torre ha preso fuoco per l’esplosione nella prima, figuriamoci mai se può essersi schiantato un secondo aereo. Addirittura, quando i due protagonisti, nel finale, vengono tirati fuori dalle macerie, uno chiede a chi gli sta intorno che fine abbiano fatto le torri. Nonostante tutto il rumore, il casino, le macerie, è troppo impensabile che gli siano crollate entrambe in testa.

Tutta la prima parte e tutte le scene ambientate sotto le macerie, coi due poliziotti sepolti che cercano in qualche modo di sopravvivere e vengono poi salvati, sono splendide. Trascinanti, commoventi, disturbanti e, credo, non solo perché si tratta di eventi veri e ancora vividi nel ricordo. È l’Oliver Stone che amo e apprezzo, un grande regista. Il problema è che c’è anche l’altro Oliver Stone, quello retorico e pomposo, quello che deve inquadrare dal basso, un po’ di sbieco, l’ottimo Frank Whaley mentre esclama “I’m a paramedic”, o che deve dare a Dave Karnes inappropriati toni biblici con sparate iperdrammatiche, o usare a sproposito l’immagine di Cristo (due volte appare, la seconda ha un senso ben preciso, ma la prima sembra davvero buttata lì e fuori posto).

Per fortuna, però, forse anche per rispetto, per timore di strafare, è anche uno Stone molto più controllato che in altre occasioni, capace di limitare la deriva a pochi singoli episodi e di raccontare per esempio la preoccupazione e il dolore dei familiari in maniera toccante e credibile, quasi mai sopra le righe. Il risultato è un buon disaster movie, incentrato sui sentimenti e sulle persone, che rifugge la contestualizzazione storica e politica. Una scelta, questa, che non mi infastidisce, ma che rende del tutto pacchiani e fuoriluogo quei brevi e isolati riferimenti che fanno capolino in alcuni punti del film (“Those bastards”). Ma, ancora, trovo inutile dare loro più importanza di quella che hanno. World Trade Center è un buon film, che funziona nonostante i suoi difetti. Poteva essere molto peggio.

Fuori concorso
Jak-Pae – The City of Violence (Corea del Sud)
di Ryoo Seung-Wan

Divertente e adorabile pastiche, che mescola commedia, poliziesco e arti marziali, condendo il tutto con atmosfere e musiche anni Settanta. Quasi tutto quello che si vede su schermo è di qualche derivazione e alla lunga il giochetto può stancare, ma il regista è bravo, dosa i tempi nel modo giusto e dirige bene l’azione. Jak-Pae racconta di amicizie infrante e vendette d’onore, usando i classici toni melodrammatici da cinema sudcoreano e una buona cura per l’immagine. Per Ryoo Seung-Wan, di cui a Cannes 2005 ho visto il precedente Crying Fist, un netto passo avanti nell’acquisire il dono della sintesi che tanto manca a certi suoi compatrioti. Il gusto per l’autoironia e il divertimento a tratti demenziale, invece, è rimasto lo stesso di un anno fa. Se piace il genere – e a me piace – è un film molto divertente.

Concorso
Fangzhu – Exiled (Hong Kong, Cina)
di Johnnie To
Altro giro, altra storia di amicizia virile e vendette ultraviolente. Qui invece che i calci volano le pallottole e lo fanno con una ricerca estetica portata all’eccesso. To cerca di girare un western moderno, punta tutto sulla bellezza delle immagini e sulla simpatia dei personaggi, ma dà troppo per scontato e non perde tempo a caratterizzare i suoi protagonisti. Il risultato è che il potenziale drammatico del racconto si limita appunto ad essere potenziale. Rimane così solo una lunga serie di belle immagini, virtuosismi registici e trovate divertenti. Può bastare, ma lascia anche l’amaro in bocca per quel che una sceneggiatura più ricca avrebbe potuto dare a questo film.