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The Departed – Il bene e il male


The Departed (USA, 2006)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Vera Farmiga, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Ray Winstone, Alec Baldwin

Difficile, forse impossibile, rendermi conto di quanto l’essermi presentato in sala fresco della visione dei tre Infernal Affairs possa aver influenzato il mio giudizio e il mio godimento dell’ultimo film di Scorsese. Da una parte è certamente vero che conoscere già tutti gli snodi principali della trama ha sostanzialmente cancellato buona parte della tensione e della suspence. Ma dall’altra è vero anche che molti aspetti a mio parere negativi lo sono a prescindere da un confronto col film di Lau e Mak. Ma sì, è indubbio, l’insoddisfazione nasce anche dall’inevitabile parallelo e dalla consapevolezza di preferire il modo in cui certe sequenze e certi personaggi sono stati affrontati nelle tre pellicole cinesi.

ATTENZIONE, QUESTO ARTICOLO POTREBBE CONTENERE DETTAGLI RIGUARDANTI LA TRAMA DI THE DEPARTED E DEI TRE INFERNAL AFFAIRS. VEDIAMO DI NON ROMPERE LE PALLE.

Eppure The Departed è un film che funziona, che funziona decentemente anche per chi Infernal Affairs l’ha visto, ma che certo risulta dirompente per chiunque altro. La potenza del soggetto e la cruda, inattesa, assurdità del finale lasciano di stucco e non possono che colpire. Scorsese, poi, compie una scelta per certi versi molto saggia e si distacca parecchio dal modello originale, non tanto nello sviluppo degli eventi – quasi identico – quanto piuttosto nella risoluzione delle piccole cose e nella caratterizzazione dei personaggi. E nel confezionare una pellicola assai più occidentale rispetto a quella che, comunque, per quanto molto hollywoodiana, rimane una trilogia dall’anima estremamente orientale. Il risultato, sulla carta, è un film che presenta svariati motivi d’interesse anche per chi non può certo essere sconvolto dai colpi di scena. Il problema, però, sta nella deprimente sceneggiatura di William Monahan.

A deludere è soprattutto quello che al contrario di norma è fra gli elementi distintivi delle pellicole di Scorsese: la caratterizzazione dei personaggi. Piatta e, nonostante una passata di grigio nel finale, abbastanza manichea, rifugge i caratteri sfumati e ambigui dell’originale cinese e si appoggia su una divisione schematica e monodimensionale. Chi è cattivo è cattivo, magari è simpatico, magari fa un po’ pena, ma cattivo è e cattivo rimane. E lo stesso vale per i personaggi positivi che, pur talvolta ammantati di qualche tinta fosca, non escono dal loro schematismo. Certo, Sullivan alla fin fine vorrebbe uscirne pulito, ma non sfugge mai dalla sua gabbietta di inguaribile bastardo. Certo, Costigan si concede qualche violenta deriva verso una troppo “convinta” interpretazione del ruolo di mafiosetto, ma non va mai oltre il limite. E cosa rimane? Un Nicholson come al solito esagerato, strabordante e molesto, una bella psicologa la cui scomoda posizione (fra le poche intuizioni interessanti di Monahan) non viene sfruttata a dovere e una serie di personaggi minori, macchiette buone giusto per far da tappezzeria.

The Departed è un film efficace, appassionante, splendidamente diretto, dall’incredibile colonna sonora (per la scelta dei pezzi e per l’utilizzo che ne viene fatto), ma cui sfugge quella passionalità e quel senso del dramma che così bene caratterizzano invece Infernal Affairs. Voluta o meno che sia, questa differenza risulta micidiale per chi, come me, il film originale l’ha visto e amato. Dov’è il conflitto, dov’è l’ambiguità morale, dove stanno le difficili scelte, i dubbi e i traumi? Sullivan non è interessato a nulla che non sia il suo squallido tornaconto personale, non offre spiragli di redenzione, vuole solo sfangarla e viene – tutto sommato giustamente – punito. Costigan scivola sempre più verso il lato oscuro, ma non viene mai messo davvero alla prova, e quello che dovrebbe rappresentare il punto di rottura, la prima dimostrazione della sua delicata condizione psicologica, si risolve nel pestaggio di due delinquentelli. Tutto qui?

Ed è (s)confortante il pensiero che anche persone cui il film cinese rimane ancora sconosciuto riconoscano a The Departed questi e altri difetti, frutto quindi non solo dell’impietoso confronto, ma della natura stessa di un film ben lungi dall’essere perfetto. E piange il cuore a vedere un soggetto tanto carico di potenziale drammatico e tanto efficace risolversi in maniera così semplice, didascalica, ridotta al genere puro e semplice, per quanto diretto con mano estramente felice.

Un parallelo vero e proprio fra The Departed e Infernal Affairs, d’altra parte, è ingiusto e complicato da mettere in piedi. Se la struttura del film di Scorsese è sostanzialmente quella del primo episodio cinese e quindi con esso andrebbe confrontata, l’affresco narrativo va anche a pescare dagli altri due film, ma comprime circa sei ore di materiale in una pellicola da due ore e mezza. Ovvio quindi che i personaggi della saga di Lau e Mak finiscano per essere meglio tratteggiati e approfonditi. E questo vale non solo per i due “equivalenti” di Costigan e Sullivan, ma anche e soprattutto per i personaggi minori e le relazioni fra di loro.

Eppure i principali motivi di delusione nel film di Scorsese vanno oltre questi limiti e non possono che essere considerati come vere e proprie scelte. Basti pensare al diverso impatto della morte di Anthony Wong/Martin Sheen. Da una parte un personaggio ricco, il cui rapporto paterno con Yan è meravigliosamente tratteggiato senza dover scivolare nel didascalico e la cui morte violenta, improvvisa e devastante lascia di stucco. Dall’altra un vecchietto dalla presenza minore, quasi per nulla approfondita, che Scorsese prova inutilmente e impacciatamente a rendere interessante con quella scena casalinga, e la cui morte è dipinta in maniera più enfatica, “preparata” e, a conti fatti, meno efficace. Per non parlare, poi, di ciò che l’evento implica.

Se nel film di Lau e Mak la morte del sovrintendente toglie ogni speranza a Yan, perché elimina l’unica altra persona al corrente dei fatti, nel remake di Scorsese troviamo il superfluo personaggio interpretato da Mark Wahlberg, che di fatto riduce ancora di più l’impatto di quell’evento. Il Dignam di Wahlberg, peraltro, vive il paradosso di essere personaggio in tutto e per tutto superfluo, posticcio, appiccicato per il solo scopo di poter chiudere il film in quel modo, e allo stesso tempo, a parte l’ovvio – e bravissimo – Di Caprio, unica vera fonte di simpatia del film. Le sue battutacce lasciano il segno e la sua interpretazione è come al solito adorabile. Ma, quando conta, finisce solo per essere dannoso.

Così come dannosa è l’interpretazione di Nicholson, efficace nella prima parte, ma fra le principali fonti di “distacco” emotivo per la sua successiva deriva à la Jack Torrance. C’è chi gradisce queste sue interpretazioni forzate, esagerate, sopra le righe. Forse fra gli estimatori c’è Scorsese, che del resto ci ha regalato un inquietantemente simile Daniel Day Lewis in Gangs of New York. Io non faccio parte del clan. Io rimpiango il sottile, amaro, adorabile Eric Tsang di Infernal Affairs. E con lui rimpiango i suoi colleghi, che però, bisogna dirlo e ripeterlo, erano graziati da personaggi più affascinanti, profondi, ambigui e ricchi delle rispettive controparti occidentali.

Ricchi come l’ispettore Lau, così ben interpretato dal suo omonimo attore e così tragicamente affascinante nella sua disperata ricerca di redenzione. Matt Damon fa il possibile, nel tentativo di dare coerenza e credibilità al suo personaggio, ma lavora con materiale molto più piatto, banale, monodimensionale e deludente. Si torna sempre lì, non c’è ambiguità, non c’è conflitto, non c’è niente di niente.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo cercando questa o quella differenza fra i due film, puntando il dito per esempio su quanto più tesa riesca ad essere la transazione coi thailandesi nell’originale rispetto alla scialba versione occidentale, ma in realtà il discorso è molto semplice. The Departed è un ottimo poliziesco, un discreto film di Scorsese e un mediocre remake.

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Batman – The movies

In occasione della rinascita cinematografica del pipistrello, e complice il fatto che la Rumi non aveva mai visto i vecchi film, mi sono sparato in sequenza i due Batman di Burton e poi, al cinema, il nuovo Begins. Ho preferito evitare gli inciampi di Shumacher, anche perché ricordo distintamente il sentimento “noia” e quello “tristezza” associati rispettivamente al primo e poi al secondo.


Batman (USA, 1989)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Jack Nicholson, Kim Basinger

Il primo Batman di Tim Burton forma, assieme a Indiana Jones e il tempio maledetto e Il ritorno dello Jedi, la triade maledetta dei film idolatrati da fanciulletto e che, rivisti di recente, mi hanno mostruosamente deluso. D’altra parte, quando andai al cinema per gustarmi l’uomo pipistrello avevo 12 anni e pochi più ne avevo quando, successivamente, lo infilai nel videoregistratore e non lo levai per lungo tempo. Insomma, di tempo ne è passato, e i gusti cambiano.
Comunque, questo Batman è un pasticciaccio e non mi sono certo stupito quando, dopo averlo rivisto, leggendo un articolo su SFX ho scoperto che Tim Burton racconta le riprese di quel film come un incubo, in cui era costantemente frustrato dalle interferenze di produzione, in cui la sceneggiatura veniva scritta e riscritta e in cui spesso hanno girato improvvisando sul set. Già, perché l’impressione, soprattutto nella prima mezz’oretta, è proprio quella di un film improvvisato, sconclusionato, privo di un filo conduttore, con una serie di “coreografie” messe in fila un po’ a casaccio. E andando avanti la situazione non migliora comunque di molto. C’è sicuramente dell’ottimo, per esempio in un Joker gigione e sopra le righe come del resto il personaggio richiede, e in alcune immagini ancora oggi di bell’impatto (meraviglioso proprio Joker che tira fuori il pistolone per abbattere il jet di Batman). Ma non basta e oltretutto le tante pecche di montaggio e sceneggiatura impediscono di passare sopra alla evidente vecchiaia della pellicola. Come tutti i film trendy e modaioli, Batman mostra follemente gli anni che ha e sotto tanti punti di vista, purtroppo, ciò che era tranquillamente accettabile all’epoca sa oggi di pacchiano. Ma non il pacchiano barocco ricercato palesemente da Burton (e a mio parere trovato nel decisamente più compiuto secondo episodio), quanto proprio un corposo senso di ridicolo involontario. Non un film da bocciare, perché, ripeto, c’è molto di salvabile, ma certamente qualcosa di poco riuscito.


Batman Returns (USA, 1992)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Danny DeVito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken

Tutt’altra pasta. Si può non gradire la poetica da quindicenni sfigati di Burton (e in effetti a me ha un po’ rotto le balle), ma questo è comunque un film “vero”, ragionato, ben scritto, riuscito. Come accaduto in tempi recenti con Spider-Man 2 e X2, l’impressione è che i produttori abbiano un po’ mollato la presa, offrendo molta più libertà sulla base del successo del primo episodio e favorendo la nascita di un secondo film molto più personale e, per certi versi, “d’autore”. C’è netta l’impronta di Tim Burton, nella rappresentazione barocca, nel mettere in scena tragedie da quattro soldi di freak più o meno improvvisati, nell’esaltare in qualche modo il valore del diverso. Francamente, sembra la versione riuscita del primo film, perché contiene tutto sommato gli stessi elementi (un Batman quasi farsesco, nel suo atteggiarsi da pomposa icona che si spara le pose, un Bruce Wayne macchiettistico, dei cattivi assolutamente sopra le righe), ma li amalgama in maniera molto più coerente. Anche in questo caso gli anni si vedono, per esempio nelle pettinature, o nell’utilizzo che viene fatto di una colonna sonora comunque davvero ottima (fatico a ricordare un Danny Elfman in seguito altrettanto ispirato), ma va bene così, è inevitabile.

Nel complesso, Burton e compari prendono in mano poco più che un marchio e il mito che gli sta attaccato, rielaborandolo e utilizzandolo a proprio uso e consumo. Totalmente disinteressato alla realizzazione di un adattamento in senso stretto (giusto qualche citazione per solleticare il fan), Burton crea il suo Batman, un personaggio che francamente mi sembra gli interessi poco, e lo riduce a poco più che una macchietta, un pupazzo che vive di luce riflessa, quella dei suoi antagonisti. Svanisce qualsiasi tipo di caratterizzazione umana, a parte l’inevitabile interesse sentimentale, abbastanza buttato lì nel primo film e solo leggermente più sfruttato nel secondo, se non altro per puntare sulla tensione sessuale fra il pipistrello e la gatta, davvero irrinunciabile. Ben più importante, del resto, concentrarsi sui cattivi, molto ben tratteggiati – perlomeno nell’ottica della favoletta Burtoniana – e azzeccatissimi nella scelta degli attori (fra l’altro, ascoltata in originale, la voce di Michelle Pfeiffer in versione porcona è mostruosamente attizzante). Caratteristica, quella dei villain “protagonisti” e molto in parte, che ricordo rimanere anche nei due film di Shumacher, per i quali, almeno da un punto di vista estetico, i quattro cattivi proposti “ci stavano” tranquillamente.
Tutt’altro discorso quello di Batman Begins che, del resto, non a caso apre esplicitamente una nuova saga, che taglia del tutto i ponti col passato.


Batman Begins (USA, 2005)
di
Christopher Nolan
con
Christian Bale, Liam Neeson, Cillian Murphy, Katie Holmes, Michael Caine, Gary Oldman, Rutger Hauer, Ken Watanabe, Tom Wilkinson

Film di alti e bassi, che segue il trend recente di partire dall’inizio, raccontandoci la genesi dell’eroe e approfondendo il personaggio in tutte le sue sfaccettature. Volendo azzardare un paragone coi film di Tim Burton, mi sembra che questo risulti per certi versi loro speculare: dove lì c’era una favoletta che dava ampi spazi al soprannaturale e poneva la messa in scena (e i lunghi intermezzi pirotecnici) sopra a qualsiasi pretesa di credibilità (senza perdere, va detto, una sua certa coerenza interna), questo punta tutto sul realismo e sullo “spiegare” i perché e i percome. Dove nei vecchi film Batman era inesistente e i cattivi rubavano la scena, qua il pipistrellone (col suo alter ego) è il vero e sommo protagonista, mentre gli antagonisti sono poco più che abbozzati. La linea, appunto, è quella di X-Men, di proporre un contesto realistico per una storia tutto sommato poco credibile. Oltretutto, in questo caso, essendo il protagonista privo di super poteri, il giochetto funziona ancora meglio. Bello e molto meno pacchiano di quanto temessi il prologo sulle nevi, con fra l’altro un efficace alternarsi dei due momenti formativi di Bruce Wayne e del crociato incappucciato, ottima e ben approfondita la caratterizzazione del protagonista, splendide ed evocative le immagini col pipistrellone che domina Gotham, davvero potente come non mai. Discutibile la realizzazione delle sequenze d’azione, in cui talvolta si fatica a capire cosa succede. L’idea mi sembra sia di rendere la confusione e il senso di smarrimento che si impadronisce dei criminali quando vengono assaliti da Batman e tutto sommato funziona bene, anche se capisco che possa non piacere. Resto però perplesso per la decisione di girare allo stesso modo il combattimento finale, in cui l’antagonista è tutt’altro che smarrito, anzi, risponde di gusto alle pacchere. Francamente indifendibile l’inseguimento sulla batmobile, neanche tanto per motivi di sceneggiatura, ma perché davvero realizzato male, piatto e privo del pathos che invece quel momento dovrebbe avere, vista la situazione che racconta.
Ottimo [quasi] tutto il cast, con un Bale molto in parte e una banda di gigioneggianti caratteristi impegnati a sbarcare il lunario dando corpo e anima a personaggi un po’ tagliati con l’accetta ma, forse, proprio per questo davvero adorabili. Semplicemente devastanti Gary Oldman e Michael Caine, perfetti, soprattutto in originale. Impresentabile la Holmes, una povera sciacquetta circondata da grandi attori e capace solo di fare smorfie (oltretutto doppiata nella versione italiana dalla sorella scema di Memole).
Nel complesso, un gran bel blockbusterone, che pur con i suoi difetti funziona e mi sembra quantomeno pari, ma probabilmente superiore, al secondo di Burton.
Volendo, anche in questo caso, farne una questione di adattamento, non c’è confronto. Batman Begins è il primo vero tentativo di portare i fumetti di Batman al cinema. E’ un clamoroso minestrone di varie saghe, c’è molto Year One, moltissimo di Long Halloween e Dark Victory e tanti piccoli spunti che sembrano presi da altro. Di fronte all’evasione di massa da Arkham e a un Batman sconfitto nella sua stessa casa, per esempio, è difficile non pensare all’inizio di Knightfall, così come la Gotham isolata e la distruzione di villa Wayne portano alla memoria No man’s land.
C’è tutto, dal personaggio di secondo piano che può riconoscere solo chi “sa” (per esempio Zasz), alla riproposizione papale papale di brani interi di alcune saghe. Peccato per la maledetta Holmes, che sostanzialmente ruba il posto ad Harvey Dent.
Nel film di Nolan, inoltre, la voglia di approfondire la psicologia del protagonista porta alla luce fondamentali tratti caratterizzanti del Batman fumettistico che nei precedenti film erano trascurati, se non addirittura traditi. Per esempio il suo rifiuto assoluto per la soluzione estrema dell’omicidio nel combattere il crimine, la ricerca di giustizia, più che di vendetta, il fondamentale e profondo rapporto di amicizia e stima con Gordon.
E ancora, mentre in Burton i cattivi esistono per i fatti loro, al di là delle solite menate “due facce della stessa medaglia”, qui viene perlomeno accennato un classico tema del fumetto di supereroi: il fatto che, spesso, è la stessa esistenza dell’eroe a ispirare e generare il supercriminale. Per non parlare dell’idea che il pipistrello debba essere un simbolo, un simbolo di terrore. Batman i criminali li fa spaventare a morte e questa cosa era solo accennata nei primi minuti del Batman Burtoniano, mentre qui diventa tema portante, perno attorno a cui ruota tutto il lavoro di Bruce Wayne.
Ottimo Crane: bella la maschera, molto adatto l’attore, con quell’aria un po’ da sfigatello crudele, davvero azzeccata la maniera con cui vengono rappresentate le illusioni. Un po’ “sprecato” Ras Al Ghul, più che altro se si pensa alla ricchezza del personaggio fumettistico, ma in ogni caso trasformato in un personaggio con una sua dignità. Anche carino il modo in cui viene reinterpretata l’immortalità del personaggio, che, se presa in senso letterale, avrebbe forse un po’ stonato col tono realistico del film.
A margine, una stupidina considerazione su Cristian Bale, davvero perfetto per il ruolo. Gran figo, clamorosa faccia da Wayne, splendido mento che emerge dalla maschera, fisicaccio. Io sono sempre stato un supporter di Michael Keaton come Batman, fra l’altro perfetto per *quel* Batman, ma in certi passaggi, soprattutto del primo film, non si può davvero guardare ‘sto nanetto mingherlino in costume che pretende di terrorizzare i criminali.

Infine, le ancor più stupidine considerazioni da fan. Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare. Batman Begins ha una marea di questi momenti, dal doccione allo svolazzare. Al di là di tutte le menate, questo film a tratti mi ha fatto ridiventare il dodicenne che si esaltava per il bat wing e il quindicenne che ancora un po’ sveniva, fra le moine di Catwoman e il deltaplano fuoriuscito dal mantello di Batman. Va bene così, avanti il prossimo.