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Justified – Stagione 6

Come fai a realizzare la sesta stagione di Justified, una fra le serie più belle degli ultimi anni, arrivando dopo quattro annate più o meno della madonna e una quinta che al contrario era di uno sgonfio allucinante? Come fai a chiudere tutto nella maniera migliore, tirando fuori tredici episodi che risolvano ogni faccenda come si deve, trattino nella maniera giusta i personaggi che contano davvero, si prendano il lusso di salutare chiunque vada salutato, mettere tutto quel che va messo, non rinunciare a nulla, tirar di gomito, strizzare l’occhio, divertire, caricare la tensione, far salire la commozione e, insomma, salutare come si deve l’uomo col cappello?

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Il viaggio di Arlo

The Good Dinosaur (USA, 2015)
di Peter Sohn
con le voci di Raymond Ochoa, Jack Bright, Jeffrey Wright, Steve Zahn, Anna Paquin, Sam Elliott

Nell’anno che ha visto (quasi) tutti reinnamorarsi della Pixar grazie a Inside Out, lo studio disneyano tira fuori una splendida doppietta, con due film legati da quel filo conduttore tematico “famigliare” che unisce tutte le opere figlie di Luxo Jr. ma allo stesso tempo molto lontani per ambizione strutturale e complessità narrativa. Il viaggio di Arlo, in realtà, è il film Pixar mancato dell’anno scorso, ma all’epoca ha dato buca a causa di traversie produttive forse inedite per lo studio a questo livello, con un cambio di regista e produttore, una riscrittura totale della storia e, appunto, un rinvio di un anno.  Il fatto che ne sia venuto comunque fuori un film così bello testimonia, forse, la forza ormai inattaccabile della macchina realizzativa Pixar.

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Hulk

The Hulk (USA, 2003)
di Ang Lee
con Eric Bana, Jennifer Connelly, Nick Nolte, Sam Elliott, Josh Lucas

Nel panorama sempre più sconfinato dei film ispirati a fumetti Marvel, l’Hulk di Ang Lee spicca, nel bene e nel male, in tutta la sua particolarità. A colpire, fin dall’inizio, è la ricerca visiva, che in un certo senso ripesca i colori iper saturi e l’aria cartoonesca utilizzati a suo tempo da Warren Beatty per Dick Tracy e col senno di poi pare quasi essere un primo passo verso la totale aderenza alla fonte di Sin City.

Ang Lee non osa tanto quanto la coppia Rodriguez/Miller, ma prova comunque a mettere su schermo una specie di tavola a fumetti in movimento, dividendo l’immagine in mille sezioni che comunicano fra di loro raccontandosi in maniera disordinata e affascinante. Non si limita a un banale utilizzo dello schermo diviso, ma va oltre, scombinando a tratti la scansione temporale del racconto, cercando soluzioni visive ricercate e affrontando il film-fumetto da un’angolazione particolare, unica.

Ma a distinguere il suo Hulk da tutto il resto c’è anche la scelta dei toni, di uno stile del racconto che non si discosta dalle abitudini del regista di origini cinesi, puntando tutto sul melò e sulle suggestioni drammatiche. Il Bruce Banner raccontato da Lee è quello più cerebrale e riflessivo, che richiama alla memoria i periodi introspettivi e “psicanalitici” della serie a fumetti Marvel.

Hulk non parla di supercriminali interessati alla conquista del mondo, ma si sofferma invece sulle personalità e le difficili storie personali dei due protagonisti Bruce e Betty, ben interpretati da quel frolloccone di Eric Bana e da quel bellissimo sorriso di Jennifer Connelly. Il difficile rapporto di entrambi coi rispettivi padri, la loro romantica e condannata storia d’amore, le difficoltà nello scendere a patti col passato che li tormenta, questi sono i temi del film e ciò su cui si sofferma un racconto fatto di silenzi e sguardi, più che di zompi e cazzottoni (che pure nella seconda parte non mancano).

Hulk, insomma, è un film che va ben oltre la semplicità di buona parte della Marvel cinematografica, sia sul piano della ricerca formale, sia su quello dei temi affrontati. Si interroga sulla reale natura dei personaggi che racconta e degli interessanti conflitti alla base del personaggio fumettistico. Non si limita a raccontare la storiella di un mostro in guerra col mondo, ma la sfrutta come pretesto per (provare a) parlar d’altro.

Disprezzato dai più, amato da pochi, Hulk vive il dramma di rivolgersi a un pubblico non interessato a ciò che racconta e deludere chi invece a lui si rivolge per trovare qualcos’altro. Le stesse scene d’azione che si vedono nella seconda parte, pure ben realizzate e coinvolgenti, sfuggono alla logica dello scontro epico e raggiungono l’apice in un combattimento finale talmente poco “combattuto” da lasciare quasi delusi (un po’ come il sollevamento pesi di Superman Returns, altro film “barboso” e poco adatto al target adolescenziale che il genere ricerca). Ne viene così fuori un film interessante e e coraggioso, magari non perfettamente riuscito, ma che quantomeno si distingue dalla massa dei suoi simili. Peccato solo che si sia distinto tanto da spingere a un colossale dietrofront e al mediocre “non seguito” di Louis Leterrier.

Ghost Rider – Extended Cut

Ghost Rider – Extended Cut (USA, 2007)
di Mark Steven Johnson
con Nicolas Cage, Eva Mendes, Peter Fonda, Wes Bentley, Sam Elliott

Mark Steven Johnson è un tamarro, un truzzo, uno zarro, un burino. Un grezzo colossale, la cui principale cifra stilistica sta nel riprendere il protagonista in posa plastica mentre gli fa recitare battute banali e prevedibili, zuccherose e patetiche. L’uomo perfetto, insomma, per dirigere il film dedicato a Ghost Rider.

Sul fatto che dall’adattamento cinematografico del curioso personaggio Marvel non potesse venir fuori qualcosa di accostabile all’intrigante e cupo Ghost Rider fumettistico degli anni Novanta, quello morbosamente dark e dallo stile pittorico di Mark Texeira, beh, ci avevo messo una pietra sopra fin dall’inizio. Un po’ perché, insomma, non è facile immaginarsi un modo per non rendere ridicolo su pellicola uno scheletro motociclista fiammeggiante. Un po’, ovviamente, proprio per il coinvolgimento del signor Johnson.

Quello che non mi aspettavo, però, era di ritrovarmi a guardare un film talmente stupidino e scemotto, talmente bravo a non prendersi sul serio, talmente pupazzoso e divertito da finire per piacermi. Una minchiatona, ma una minchiatona consapevole, che si spara le pose dall’inizio alla fine in una maniera tanto esagerata da non poter esserne convinta, che fa cavalcare nella notte le versioni demoniache di Sam Elliott e Nic Cage sulle note della quasi omonima canzone country (non che ci volesse molto, però, insomma, intanto lo fa), che va via leggera e futile senza pretendere di prendersi sul serio come il precedente Daredevil – gigioneggiate di Colin Farrell a parte – purtroppo faceva.

Insomma, poteva andare molto peggio e, tutto sommato, non so quanto si potesse fare di realmente meglio con questo materiale. Così com’è, Ghost Rider è un filmetto idiota, ma coi suoi bei momenti, oltre che un Blu-Ray di qualità impressionante. Sulle aggiunte della Extended Cut, però, non so che dire, dato che al cinema non ci sono andato a vederlo (anche perché, insomma, a che serve guardare un film con Sam Elliott, se devi perderti la sua meravigliosa voce?).

La bussola d’oro

The Golden Compass (USA/UK, 2007)
di Chris Weitz
con Dakota Blue Richards, Ben Walker, Nicole Kidman, Daniel Craig, Eva Green, Sam Elliott
con le voci di Ian McKellen, Kristin Scott Thomas, Kathy Bates

La bussola d’oro è l’ennesimo primo capitolo di una trilogia fantasy, che va ad arricchire un filone ben lungi dall’esaurirsi. Anche questo tratto dal primo di tre libri, anche questo privo di un finale e con tantissimi discorsi lasciati in sospeso, anche questo – sigh – con una bimba predestinata a salvare l’universo da una minaccia terrificante. Gli effetti (i danni?) generati dal successo di Harry Potter e Il signore degli anelli, che vanno di pari passo con quanto causato da Spider-Man e X-Men, insomma, non accennano a fermarsi.

In questo caso, però, va detto che i risultati non sono totalmente disprezzabili, perché il film di Chris Weitz propone un immaginario affascinante e ricco di idee, che affronta tematiche adulte e profonde (anche se si sono schivati gli argomenti religiosi del libro mettendo in scena dei cattivi nazistoidi) e regala non pochi momenti di grande e sontuoso impatto visivo. C’è insomma dell’ottimo, dietro alla patina di balocco natalizio pieno d’animalini teneri modello Trudi, e ci sono anche dei buoni attori, che fanno sempre la loro figura (anche se i bambini pagano il solito doppiaggio “romaneggiante”).

Certo, l’impressione è che si sia lavorato un po’ troppo di cesoie e riassuntini (vai a sapere se in fase di scrittura o in sala di montaggio) e tutta la prima parte di film appare mostruosamente affrettata, con personaggi e concetti poco più che abbozzati, sequenze risolte in velocità e messe in fila una dopo l’altra solo perché “ci devono stare”. E se la cosa appare evidentissima a me, che il libro non l’ho mai avuto fra le mani, posso solo immaginare che impressione faccia a chi magari ha affrontato la lettura da poco.

Di sicuro il film ne esce impoverito e indebolito e non a caso si risolleva soprattutto nei momenti dal forte impatto visivo, nelle belle scene d’azione, nel mettere in mostra scenografie spettacolari ed effetti speciali di buon livello. Un’esperienza strana e un po’ monca, insomma, ma che può comunque meritarsi una chance, seppur con la consapevolezza che, visto lo scarso successo riscosso in patria, il secondo e il terzo capitolo potrebbero non vedere mai la luce.

Thank You For Smoking


Thank You For Smoking (USA, 2005)
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Cameron Bright, Sam Elliott, William H.Macy, Robert Duvall, Maria Bello, David Koechner, Rob Lowe

Thank You For Smoking è l’ottimo esordio cinematografico del figlio d’arte Jason Reitman, che confeziona una divertente, intelligente e graffiante commedia nera, in grado di far riflettere su un tema tutto sommato abbastanza trito. Per giocare con l’industria del tabacco, Reitman non sceglie l’abusata via del docufilm, ma preferisce realizzare vero cinema, ben scritto, ben interpretato e misurato al punto giusto.

Aaron Eckhart torna in un ruolo a lui estremamente congeniale, quello dello smargiasso “corporate” con cui si era fatto notare quasi un decennio fa nell’esordio registico di Neil LaBute. Ma rispetto a quell’insopportabile Chad, Nick Naylor è un personaggio decisamente più accattivante, simpatico, amorevole nei confronti del figlio e impossibile da non apprezzare per il modo sincero in cui affronta il suo lavoro.

Reitman dirige con grande senso del ritmo e punta il dito più che sull’industria del tabacco, sulla necessità di pensare con la propria testa, di riflettere sulle proprie azioni e cercare sempre di informarsi, documentarsi, senza dare per scontato ciò che ci viene passato come verità assoluta. Non mostra mai, per tutto il film, una sigaretta accesa, non mette in scena facile pietismo, mantiene sempre toni leggeri e divertenti. E, volontariamente o meno, infila nel racconto anche un figlio d’arte come lui, che glorifica il padre e ne ripercorre le tracce di abile oratore maneggione.

La figura di Joey, interpretato dal sempre ottimo Cameron Bright, fa da collante fra le varie gag e trasforma quella che poteva essere una semplice serie di divertenti sketch messi in fila in un bel film. Gli unici dubbi stanno forse nel voler presentare praticamente chiunque come una simpatica macchietta. Ok, non esistono i buoni e i cattivi, siamo tutti sfumature di grigio, ma forse così sembra tutto un po’ troppo leggero e poco incisivo.