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Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

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Deadpool

Il film di Deadpool esiste in primo luogo grazie alla perseveranza di Ryan Reynolds, che oltre dieci anni fa s’è intestardito sul voler interpretare questo personaggio al cinema, non è rimasto particolarmente soddisfatto dall’apparizione nel primo Wolverine (dagli torto) e si è poi impegnato di brutto coi suoi amichetti nel lavorare ai fianchi chi avrebbe dovuto metterci i soldi, fino a convincere la produzione anche grazie al buzz generato su internet dal leak del video di prova. O, comunque, questa è la versione ufficiale delle cose, ma è difficile non gettare nel mucchio delle motivazioni il successo clamoroso, e da molti inatteso, di un film come Guardiani della galassia, basato su fumetti noti solo ai fan e incentrato sul desiderio di scardinare le convenzioni e buttarla sul dissacrante, pur rimanendo in maniera abbastanza diligente all’interno dei confini dettati dal genere. Ecco, Deadpool, nella sostanza, è l’equivalente di quell’operazione nel contesto dei film Fox dedicati agli X-Men, poco importa quanto la cosa sia voluta o consapevole. E, pur con diversi limiti, è anche una bella sorpresa.

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Cloverfield

Cloverfield (USA, 2008)
di Matt Reeves
con Michael Stahl-David, T.J. Miller, Jessica Lucas, Lizzy Caplan, Odette Yustman

Cloverfield illustra la giornata tipo del mostro gigante in visita a Manhattan e dei piccoli inconvenienti che si porta dietro. La racconta, però, non attraverso gli occhi di un eroico, onnisciente, salvatore, Matthew Broderick a caso, ma seguendo lo sguardo degli stronzi qualunque. Le vittime disperate, quelle che non hanno idea di cosa stia loro accadendo, che finiscono spiattellate in un’inquadratura di raccordo, che fuggono in mezzo alla folla mentre il mostro abbatte il ponte e Will Smith guida la carica.

Matt Reeves offre, insomma, uno sguardo particolare e intrigante su del materiale trito e ritrito, mostrando gente che disperata lo è per davvero, che cede al panico e scoppia a piangere, che non sa bene che cosa fare e il cui patetico eroismo difficilmente può portare a qualcosa di buono. Già solo per questo Cloverfield sarebbe un film interessante anche se realizzato in maniera tradizionale. Anzi, magari in quel caso sarebbe pure più efficace, o perlomeno “universalmente” efficace, ma sarebbe un altro film.

E invece Cloverfield sceglie anche di sottolineare la sua scelta narrativa tramite l’obiettivo di una videocamera posta in mano a uno dei protagonisti. E nel fare questo chiede non poco allo spettatore, che deve accettare la prontezza di spirito di persone sempre pronte a riprendere tutto quel che avviene, l’intuito dell’accendere la videocamera ogni volta che sta per accadere qualcosa, la cinematografica gestione dei tempi narrativi, la notevole capacità di “tenere” l’inquadratura mentre si corre inseguiti da un mostro gigante, la (aggiungere a piacere). Il tutto per mano di uno che una videocamera sembra non averla mai usata prima.

Se però si accetta tutto questo, ci si gusta un film appassionante, ritmato, con tanti bei momenti e belle idee. Per esempio la carrozza che vaga solitaria per una deserta piazza metropolitana, tutte quelle meravigliose immagini del mostro che si vede e non si vede, sfuggente fra i palazzi nelle riprese del telegiornale, gli inserti-flashback tratti dal precedente filmato sopra al quale viene registrata la tragedia. Sono queste piccolezze a rendere tanto affascinante Cloverfield. L’effetto speciale de-pornograficizzato e messo in secondo piano, che lo vedi di sfuggita in un angolino e così ti sembra troppo più vero. I momenti di pace e malinconica leggerezza che emergono a tratti da quel nastro parzialmente cancellato. La romantica follia di ragazzi che si fanno trascinare dagli eventi e finiscono in bocca alla morte senza rendersene quasi conto.

E c’è poi l’approccio terra-terra, lo sguardo umano sulle vicende, che racconta di personaggi che non hanno il vantaggio della spiega, del sapere comecosadove, e vagano dispersi nella solitudine alla ricerca di una salvezza impossibile da trovare. Ed è forse il maggior pregio di un film che, proprio per il suo approccio umano a qualcosa che di umano ha ben poco, riesce a coinvolgere e trascinare come un Roland Emmerich non sarà mai in grado di fare. Il bello di Cloverfield è proprio quello: non vuole fare il documentario, anzi, ha molto di surreale e inaccettabile proprio perché quello vuole essere. Un filmone di mostri, con tutti i suoi stereotipi e le sue assurdità (“ma incontrano sempre il mostro, che sfiga!”), raccontato però in una maniera atipica, affascinante, coinvolgente come non mai.