Post doveroso, fortemente sentito, un po’ criptico ma dalla in fondo non poi così difficile interpretazione

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24: Redemption

24: Redemption (USA, 2008)
di Jon Cassar
con Kiefer Sutherland, Robert Carlyle, Hakeem Kae-Kazim, Gil Bellows

24: Redemption è uno dei tanti prodotti venuti fuori un po’ come capitava dallo sciopero degli sceneggiatori del 2007. Con appena otto episodi della settima stagione girati prima che si fermasse tutto e lo sciopero che andava per le lunghe, la produzione decise di rinviare direttamente la trasmissione della nuova annata al 2009 e a posto così, ma riuscì comunque a tirar fuori questo episodio speciale da un’ora e mezza o giù di lì, trasmesso a novembre del 2008, che in linea teorica avrebbe dovuto far da ponte fra la moscia sesta stagione e l’auspicabile ritorno in vita della settima. Peccato che a conti fatti finisca per ridursi a un montaggio alternato fra un lungo trailer della settima stagione (la parte ambientata a Washington) e un affascinante campionario di barbosa e stucchevole inutilità (la parte ambientata in Africa), in cui si salva giusto l’unica scena d’azione vera e propria, nella quale il Bauer si palleggia circa centododici uomini della milizia locale col suo solito savoir-faire.

Sulla carta, la cosa aveva del bel potenziale, tanto sul piano degli sviluppi narrativi quanto su quello strutturale. Una volta tanto si poteva vedere Bauer in azione in una località esotica, pesce totalmente fuor d’acqua, perché il racconto era racchiuso nel suo microcosmo e non ci saremmo ritrovati a doverlo piazzare in aereo per otto puntate mentre se ne tornava negli iuessei. Peccato che la cosa serva solo a raccontare una storia di un prevedibile pazzesco, tempestata di personaggi che quando va bene sono incolori (Carlyle), quando va male sono insostenibili (i bambini) e quando va malissimo sono delle macchiette talmente esagerate da risultare fuori contesto perfino in un telefilm non esattamente sottile e misurato come 24 (l’osservatore neutrale delle Nazioni Unite e lo spaccamaroni dell’ambasciata, veramente uno meglio dell’altro).

Ma il vero paradosso è un altro: se 24 ha un limite, sta nel fatto che la serie fa spesso una gran fatica a non mostrare la corda nello stiracchiare i suoi racconti lungo stagioni da ventiquattro episodi. Tolto il mezzo miracolo della quinta stagione, tutte le altre, qualcuna di più, qualcuna di meno, qualcuna è la sesta, hanno i loro momenti di ristagno totale, in cui s’incagliano e arrancano come possono. Ebbene, uno s’aspetterebbe che in un racconto lungo sostanzialmente come due puntate si riescano ad evitare i tempi morti e ci sia un bel tripudio di azione e tensione senza freni. Credici. 24: Redemption comprime una stagione di 24 in un’ora e mezza (due, se contiamo le interruzioni pubblicitarie) e lo fa senza scrollarsi di dosso le parti pallose, le svolte insensate, le perdite di tempo e i momenti di tedio. A modo suo, è un risultato quasi ammirevole. No, bravi, davvero.

Però, oh, mi dicono che poi la settima stagione è buona. Dai, crediamoci.

E invece Cannes a Milano si fa!

L’altra settimana segnalavo la morte della rassegna Cannes e dintorni, che da quasi vent’anni permetteva di seguire in giro per i cinema di Milano una selezione di film del Festival di Cannes. Oggi segnalo invece che, almeno per quest’anno, si farà, perché un “misterioso benefattore cinefilo” ha deciso di scucire quarantamila euro di tasca sua per coprire i costi di organizzazione. E quindi, insomma, è una bella cosa, ancora una volta siamo riusciti a risolvere un gravissimo problema da primo mondo e io ho pure un post facile da mettere qua sul blog in un lunedì mattina complicato.

Segnalo inoltre che Short Term 12 è un film bellissimo.

Lo spam della domenica mattina: Buh!

Ieri, su IGN, ho uscito l’anteprima di un gioco di quelli che fanno paura. Si intitola Grave, la raccolta fondi su Kickstarter si conclude in queste ore, apposto. Ma questa settimana ho scritto anche una logorroica anteprima su Watch Dogs, una logorroica intervista al direttore delle animazioni di Watch Dogs, una logorroica intervista a Dave Gilbert di Wadjet Eye Games e la recensione del bellissimo Blackwell Epiphany. Su Outcast, invece, la solita routine: un Videopep sulla robbaccia del sacchetto di Watch Dogs e l’Old! sull’aprile del 2004.

Fun Fact: qua il nuovo film dell’ummeragno esce una settimana dopo.

La robbaccia del sabato mattina: Nerdammucchiate

Partiamo subito in quinta con le nerdate, menzionando che tale Ray Fisher è stato ingaggiato per il ruolo di Cyborg in Batman Vs. Superman, un film che continua ad assomigliare sempre più a un’ammucchiata a cazzo di cane. Certo che tutta quest’ansia di fare i film corali per inseguire la Marvel, per quanto comprensibile, è un po’ preoccupante. Secondo me si rischia di fare danni e basta. Boh. Ad ogni modo, rimanendo sul fronte degli annunci che non promettono nulla di buono, leggo che è stata messa in produzione una serie televisiva ispirata a Venerdì 13, nella quale verrà raccontata la storia delle varie generazioni della famiglia Voorhees. Dio santo.

Il trailer di Jersey Boys, il nuovo film di Clint Eastwood, alla sua prima volta con un musical, ma non alla sua prima volta con una storia di gente che fa musica. Secondo me sarà bellissimo. Sempre secondo me, invece, farà abbastanza cacare Sin City – Una donna per cui uccidere, al punto che mentre scrivevo queste parole m’è pure passata la voglia di piazzarne qua sotto il nuovo trailerino. E quindi non ce lo piazzo, mi limito a segnalare una serie di – come al solito ottimi – poster Mondo dedicati a X-Men: Giorni di un futuro passato e a piazzare qua sotto il trailer per il Giappone di Godzilla, in cui lo si vede giustamente in piedi nella classica posa da Godzilla giapponese e, soprattutto, che si chiude su una nippo-voce che dice “Gojira” facendomi venire i brividi.


Ieri sera sono andato a vedere uno di quei film che in Italia chissà, boh, vai a sapere. Fra l’altro non ho ancora capito come si intitoli veramente. Si intitola Short Term 12, ma qua in Francia l’han chiamato States of Grace. Comunque, ho scritto questo post ieri pomeriggio, prima di andare a vederlo, quindi non so come sia.

24 – Stagione 6

24 – Day 6 (USA, 2007)
creato da Joel Surnow e Robert Cochran 
con Kiefer Sutherland, Mary Lynn Rajskub, D.B. Woodside, James Morrison, Peter MacNicol, Powers Booth, James Cromwell

Succede praticamente sempre ed è forse quasi inevitabile: arriva l’anno in cui una serie TV raggiunge l’apice della forma, ogni cosa va al suo posto e la padronanza di autori, cast, produzione è talmente totale da dar vita alla stagione perfetta… e l’anno dopo scatta la risacca. Tipicamente, poi, il problema è che non solo non riesci – comprensibilmente – a replicare la perfezione, ma crolli proprio verso il basso. Ed è esattamente quel che accaduto con la sesta stagione di 24, arrivata dopo la migliore di tutte e rivelatasi non solo ben lontana dall’esserne all’altezza, ma proprio moscia, pasticciatissima nella scrittura e sostanzialmente mediocre, nonostante una manciata di episodi iniziali molto coinvolgenti e un crescendo finale che, tutto sommato, funziona abbastanza bene.

Ed è un peccato, perché l’avvio è davvero fulminante. Da un lato, l’introduzione di un Jack Bauer uomo distrutto e sempre più lontano dal supereroe degli anni precedenti è una bella idea, che oltretutto per qualche episodio viene sviluppata davvero bene, sia sul piano fisico che su quello psicologico. Dall’altro, l’incedere della crisi è spettacolare e del resto, se dopo appena quattro episodi han già fatto esplodere una bomba atomica nel bel mezzo di Los Angeles, beh, che gli vuoi dire? Il problema è che quell’esplosione si lascia dietro quasi solo macerie soprattutto sul piano narrativo: fra lei e la crisi esistenziale del Jack dopo aver sparato a Curtis, la stagione si gioca il meglio che ha da offrire nelle prime puntate e poi non solo non riesce a rilanciare come si deve, ma si perde anche per strada i temi più interessanti, incagliandosi in sviluppi confusionari e tirati per le lunghe.

Del resto è un po’ il problema storico di 24: raccontare una storia in tempo reale per ventiquattro episodi è un’idea splendida e innovativa (certo, dopo cinque stagioni, la carica innovativa s’è un po’ persa), ma farlo in quei termini per ventiquattro episodi riuscendo a mantenere sempre alta la tensione e a non sfondare il muro della minchiata con i continui colpi di scena e ribaltoni è veramente dura. Fatto sta che quest’anno in particolare s’impantana parecchio nella parte centrale, veramente stiracchiata a dismisura. E probabilmente non aiuta il fatto che il cattivone nascosto dietro le solite centododici rivelazioni – ma in realtà abbastanza telefonato fin quasi dall’inizio – faccia pietà. Sarà che il personaggio non era nelle sue corde, sarà che di fronte alle sceneggiatura gli è venuto il latte alle ginocchia ed è entrato in modalità keep gettin’ dem checks, sarà quel che sarà, ma il caro James Cromwell ha costantemente la faccia di quello che sta aspettando la fine del turno e vuole tornarsene a casa. Quando poi gli viene chiesto di mostrare delle emozioni, tipo nella telefonata in cui gli comunicano l’uccisione di Jack (credici), si sconfina nella demenzialità involontaria (credo).

E alla fine, dopo la visione, che comunque si conclude su una nota positiva perché gli ultimi episodi funzionano abbastanza, rimangono in testa soprattutto quell’avvio fulminante, qualche morte (povero Milo, assente per quattro anni, torna solo per pigliarsi una pistolettata in faccia) e in generale il senso di un’annata che chiude un’era, ponendo fine alle vicende della famiglia Palmer e della CTU di Los Angeles, in previsione di un nuovo 24 che – dopo la paralisi causata dallo sciopero degli sceneggiatori – darà vita a un tentativo di rilancio con nuove idee e nuove ambientazioni. Forse. Non lo so. Devo ancora guardarmi le ultime due stagioni.

In compenso ieri sera mi sono visto 24: Redemption e, insomma, boh, bah.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X19: "L’unica luce nell’oscurità"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X19: “The Only Light in the Darkness” (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Brett Dalton, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, Chloe Bennet 

Altro giro, altro buon episodio per una serie che ormai ha preso il suo ritmo e procede spedita verso il finale di stagione, continuando a insistere sul fatto che, no, Ward è cattivo, non è tutta una burla, è proprio un fetente, fatevene una ragione. Poi dai uno sguardo in giro per i forum e vedi che laggente non ne vuole sapere ed è disposta a inventarsi le teorie più arrotolate possibili – e se tutti quelli che ha ucciso fossero in realtà agenti Hydra? – perché convinta che alla fine ci toccherà sopportare la sua redenzione. A me sembra un po’ folle, anche se continuo a non sentirmi di escludere l’ipotesi del sacrificio per salvare Skye con pentimento finale in punto di morte sullo stile di alcuni nemici di Ken il guerriero che, così facendo, si guadagnavano il diritto a non esplodere e a regalarci qualche commovente pirla di saggezza mentre esalavano l’ultimo respiro.

Intanto, però, il caro Ward continua a far fuori chiunque gli passi davanti e tutta la parte finale dell’episodio, per quanto assolutamente prevedibile negli sviluppi, regala un bel montaggio alternato, ottimamente accompagnato dalle note di cicci Amy Acker, che per certi versi mi ha ricordato il finale del bell’episodio dedicato a Blizzard. Per altro anche in questo caso vediamo la prima apparizione di un supercriminale dei fumetti, magari un po’ moscio nella caratterizzazione, ma comunque sempre gradevole e ulteriore elemento nel ritratto dell’organizzazione discutibile che è (era?) lo S.H.I.E.L.D., poco importa se poi a prendere queste decisioni era Fury (come visto, per esempio, in The Avengers) o qualche infiltrato dell’Hydra.

Fra l’altro abbiamo messo la spunta a un altro fatto lasciato appeso per tanti episodi, ritrovandoci davanti l’amor perduto di Coulson e gestendo anche quella situazione, così si può tirare avanti e pensare ad altro. Altro di cui fa parte un bel modo per dare brevemente spazio ai vari personaggi in una maniera se vogliamo particolare, con tutta quella lunga scena della macchina della verità che funziona bene, è divertente, regala qualche dettaglio e due o tre strizzatine d’occhio, offre a ciccio Oswalt un breve momento di gloria e contribuisce ad approfondire lo sviluppo del rapporto fra Fitz e Simmons, che tutto sommato mi sembra stare affrontando un’evoluzione bella e credibile. Eppoi la prossima settimana torna Robin Scherbatsky che, insomma, è sempre un piacere.

Comunque, alla fin fine, la cosa più probabile per Ward penso sia che ce lo terremo come cattivo ricorrente per le prossime stagioni. Poi vai a sapere.

Sadomasochismo d’autore al cinema

Questa settimana sto un po’ arrancando, come si conviene ad ogni settimana di rientro dalle pseudo-ferie (“pseudo” perché comunque, oh, ho lavorato, ma “ferie” perché l’ho fatto abbronzandomi e comunque lasciando che si accumulasse un sacco di roba che sto, per l’appunto, recuperando). E quindi, il sempre delicato post del mercoledì me lo gioco così, segnalando che domani arriva al cinema in Italia la seconda parte di Nymphomaniac, quella con le frustate. Io mi son visto prima e seconda parte qua in Francia, tra gennaio e febbraio, e ho scritto in un unico post una ventina di giorni fa. Casomai qualcuno c’avesse voglia di andarselo a (ri)leggere, sta a questo indirizzo qui.

Per altro, fra le cose accumulate, ci sono un sacco di film che voglio andare a vedere al cinema.

Non-Stop

Non-Stop (USA, 2014)
di Jaume Collet-Serra
con Liam Neeson, Julianne Moore

Qualche settimana fa, Bill Simmons ha scritto uno dei suoi interminabili articoli su Grantland, illustrando il concetto della cintura di campione di eroe dei film d’azione (concetto che ha poi ripreso e ridiscusso anche nel suo podcast). Fra le varie regole stabilite per sancire il campione, c’è la capacità, nel suo momento di apice della carriera, di farti venire voglia di guardare un suo film per il semplice fatto che si tratta di un suo film. Non importa se il soggetto è cretino, non importa se le recensioni lo demoliscono, il punto è che hai voglia di guardare un suo film. E meno parole si possono usare per descrivere il film, meglio è. Per esempio, per il periodo 2011/2014, la cintura di campione è in mano a Liam Neeson e i tre film chiave possono tutti essere descritti in cinque parole o meno: The Grey (Liam Neeson, territori selvaggi, lupi), Taken 2 (Liam Neeson, qualcuno viene preso) e Non-Stop (Liam Neeson, aereo). E in effetti, cosa devi aggiungere, per descrivere Non-Stop? C’è un aereo e a bordo c’è Liam Neeson. Il resto vien da sé.

Il resto, per altro, è riassumibile nel fatto che Liam Neeson veste i panni di un air marshal (gli agenti armati che viaggiano in incognito sugli aerei) talmente distrutto dalla vita che prima di imbarcarsi si ferma nel parcheggio dell’aeroporto a bere superalcolici al rallentatore e una volta imbarcato va a fumare di nascosto nel bagno dell’aereo coprendo il rilevatore di fumo con del nastro isolante. Insomma, è un uomo a pezzi. Ma è anche Liam Neeson. Quindi, per quanto a pezzi possa essere, se prendi di mira il suo aereo per portare a compimento il tuo piano criminale/terroristico/whatever, beh, non hai capito proprio nulla. Ma d’altra parte l’aeroplano dirottato è un classico dei film d’azione e a Neeson, che, piaccia o meno la deriva geriatrica del genere, negli ultimi anni è diventato un punto fermo dell’action di cassetta, l’esperienza mancava. Glie la serve Jaume Collet-Serra, affabile mestierante catalano che aveva già a curriculum un film del nuovo corso di Liam (Unknown), oltre a due horror gradevoli come La maschera di cera e Orphan.

E cosa ne viene fuori? Ne viene fuori un film con Liam Neeson sull’aereo. O, meglio, un film che per due terzi gioca tutto attorno al mistero del terrorista che chissà come farà a mandare i messaggi al telefono super segreto di Liam e a far morire la gente proprio quando ha predetto che sarebbe morta. Ma soprattutto su Liam che se ne inventa un po’ di tutti i colori per cercare di sgamare il colpevole nascosto fra i passeggeri, andando anche parecchio per le spicciole, ma trova pure il tempo per prendersi qualche pausa di riflessione e svelare i tremendi scheletri nell’armadio che l’hanno portato a diventare un alcolista al rallentatore. E il film, pur nella cretinaggine di certe svolte, funziona bene e diverte, anche grazie al campionario di facce più o meno note da cui è circondato Liam. Poi si arriva al gran finale, si scoprono le carte, scatta l’azione e c’è la scena del poster in cui Liam è costretto a usare i super poteri per sconfiggere il cattivo. Ogni cosa va al suo posto, qualcosa è telefonatissimo e qualcosa lo è un po’ meno, lieto fine, sorrisoni, tutti a casa soddisfatti per aver visto esattamente il film con Liam Neeson descrivibile in cinque parole o meno che volevamo vedere.

L’ho visto al cinema, a Parigi, quasi due mesi fa. Del resto, nel mondo è uscito a febbraio. Ne scrivo adesso perché l’ho inserito nel club dei film per i quali stavo aspettando che arrivassero in Italia ma poi mi sono rotto le palle di aspettare.

Rientro, buona Pasqua e comunicazione di servizio

Cose di cui mi sono ricordato la scorsa settimana:
– il clima di Milano, appena inizia a far caldo, mi fa schifo e mi fa star male;
– a cercare bene, comunque, Milano ha dei quartieri proprio bellini;
– tornare nella mia amata fumetteria è sempre un piacere;
– stanno finendo diverse serie (a fumetti) che seguo da non so quanti anni. Mi sento vecchio;
– stare svaccati in spiaggia a poltrire, leggere e rilassarsi è bello;
– se sto al sole per qualche ora senza protezione assumo un colorito sul rosso pompeiano;
– lavorare seduti all’aperto, sotto il sole e con la brezzolina, è molto bello. Anche se coi riflessi sullo schermo rischio di perdere la vista;
– avere una connessione a internet che va a pedali mi fa perdere la calma per un paio di giorni, poi mi abituo e mi rilasso;
– la focaccia è buona.

Colgo l’occasione per segnalare un progetto meritevole che mi è stato a sua volta segnalato dal prode Yuri Abietti. Trattasi di raccolta fondi per l’organizzazione di un festival rock indie italiano alternativo whatever che ha bisogno dei vostri soldi o quantomeno del vostro amore. Dateglielo.

Comunque, tutto bellissimo, eh, ma c’ho bisogno fisico di andare al cinema.