Archivi tag: John Goodman

Boston: Caccia all’uomo

Dietro Boston: Caccia all’uomo, meraviglioso titolo italiano modello Chuck Norris di Patriots Day, si nasconde il terzo film di Peter Berg (dopo Lone SurvivorDeepwater) inserito nel filone “Basato su storia vera molto recente, che altri considererebbero troppo recente ma Peter Berg no, perché Peter Berg ha la scorza dura come la sella di un cosacco e va dritto per la sua strada”. Oppure è il quarto, se vogliamo infilarci pure Friday Night Lights, che però risale ormai a tredici anni fa. O magari è il quinto, se vogliamo considerare pure Battleship (ba dum tss!). Il metodo, bene o male, è sempre quello. Si prende l’avvenimento (recente), magari basandosi su un libro o un articolo che ne abbia già parlato nella maniera giusta. Poi si trova una chiave di lettura forte, che ruoti attorno al sentimento e, se reso possibile dagli eventi, all’eroismo delle persone coinvolte. Infine, come sempre fa il cinema, si lavora mescolando fedeltà ai fatti con svolte romanzate, personaggi basati su figure esistenti con creazioni composte da più persone mescolate assieme. E si tira fuori un film teso, appassionante, ben diretto, possibilmente con almeno una sparatoria, un po’ di roba che esplode o quantomeno della gente che corre. Ebbene, Boston: Caccia all’uomo ci mostra un Peter Berg che al terzo tentativo consecutivo piazza finalmente il centro pieno, senza sbagliare una virgola. Oddio, volendola trovare, la virgola, si potrebbe dire che il trailer (perlomeno quello italiano, che mi sono sorbito l’altro giorno quando sono andato a rivedermi Fast & Furious 8) non gli fa un gran favore: vende il film a gente che rischia di rimanerne delusa e non lo vende a gente che magari potrebbe apprezzarlo. D’altra parte, è il trailer perfetto per il titolo che gli abbiamo messo in Italia e in ogni caso quelle sono scelte del reparto marketing, che ci dobbiamo fare? Ma insomma, sto divagando.

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Kong: Skull Island

 

Kong: Skull Island è una risposta a tutti quelli che si lamentavano perché in Godzilla e/o Pacific Rim la trama faceva cagare e/o non si vedevano abbastanza mostri impegnati a pestarsi duro. Intendiamoci, io quei due film li ho amati e non ho mai concordato con quelle lamentele, ma le lamentele c’erano e Kong: Skull Island vi risponde nella maniera più cafona e arrogante possibile, quasi a livello di trollata. Abbiamo infatti qui un film in cui ci sono più mostri che si menano di più ma la trama fa ancora più cagare. Così vediamo se quando vi lamentavate della trama eravate seri o tanto alla fine il punto erano i mostri. E il risultato è un film brutto, stupido, secondo me pure abbastanza noioso, con dei personaggi “scritti” in una maniera tale che è meglio metterci le virgolette. Però è anche un film che si fa prendere in simpatia perché è pieno di mostri enormi che si menano, perché almeno un paio delle sequenze coi mostri enormi che fan casino sono proprio belle e perché tutto quell’omaggiare Apocalypse Now è talmente impacciato da fare tenerezza e meritarsi una carezza. Bisogna accontentarsi, insomma.

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10 Cloverfield Lane

10 Cloverfield Lane un tempo si intitolava The Cellar, era una di quelle sceneggiature rimaste incastrate per un po’ nel gorgo produttivo holywoodiano e raccontava di tre persone, una donna e due uomini dalle intenzioni non esattamente benigne, rinchiuse in un bunker sotterraneo per sfuggire a un presunto disastro verificatosi là fuori (disastro che veniva mostrato alla fine, non aveva molto a che vedere coi mostri che ti aspetti da un Cloverfield e non veniva particolarmente spiegato). Come spesso accade, quella sceneggiatura è andata incontro a un lavoro di riscrittura e in particolare se ne è occupato Damien Chazelle, che fra l’altro avrebbe anche dovuto dirigere il film, ma ha poi abbandonato il progetto quando gli è stata data luce verde per Whiplash. E qui entra in ballo l’esordiente Dan Trachtenberg, nome coinvolto da un pezzo nei lavori su un possibile film ispirato a Y: L’ultimo uomo e autore di due cortometraggi molto apprezzati, il secondo dei quali, Portal: No Escape, l’avete sicuramente visto, ma lo metto qua sotto per sicurezza.

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[FF11] Red State

Posso fare a meno di aprire il post su Red State con la tiritera su Kevin Smith, sul personaggio Kevin Smith che ultimamente ha preso a starmi un po’ sui maroni, sul fatto che sono riuscito a farmi piacere più o meno tutti i suoi film fino a Jersey Girl (compreso Jersey Girl) ma Clerks II mi ha fatto piuttosto cacare, non ho visto Zack & Miri e Cop Out m’è parso gradevole, anche se più per meriti di Tracy Morgan che altro? Uhm, no, mi sa che non posso. Comunque, quando lo Smith se n’è saltato fuori con questo progetto sfizioso e con quel trailer davvero intrigante, non so perché mi sono convinto che si fosse messo in testa di girare un torture porn, o come cacchio si chiamano adesso le robe in stile Hostel. E che sarebbe venuta fuori una schifezza. E invece Red State è una cosa ben diversa, che tutto sommato non mette in mostra particolari dosi di violenza esplicita insistita (giusto qualche pistolettata) e che si gioca tutto sull’atmosfera e sull’ansia. E non è una schifezza.

Faccio pure fatica a considerarlo un horror vero e proprio, checché ne dica Smith, perché di fatto non c’è questa gran ricerca della tensione o dello spavento. C’è un racconto semplice semplice, che parte sì dalle classiche premesse da film horror (ragazzi arrapati in cerca di sesso, troveranno guai) e per un attimo sembra davvero andare nella direzione di Hostel, ma si dirige poi in un territorio tutto suo, fatto di amoralità, disinteresse per uno sviluppo classico o prevedibile, critica insistita a un po’ tutto e tutti, sparando a caso in ogni direzione.

Ispirandosi al reverendo Fred Phelps e alla sua simpatica congrega battista, Smith sembra quasi voler spiegare a tutti quanti che in realtà è molto più capace di quanto si pensi. La sceneggiatura è micidiale, perfetta nel suo prendersi i tempi che servono e costruire la tensione con uno sviluppo dalla lentezza lancinante, puntuale nei rarissimi accenni di risata, ottima nel tratteggiare i vari protagonisti esattamente per quel che servono. Non si prende le parti di nessuno, anche se è evidente che ci sono personaggi per i quali è più facile simpatizzare, e si lascia spazio a una direzione del film e degli attori incredibile, che zittisce tutti quelli che han sempre considerato Smith una capra. Certo, poi aiutano le interpretazioni notevoli di praticamente tutti gli attori coinvolti, ma è proprio il film tutto a funzionare davvero, forse anche e soprattutto per la sua capacità di sorprendere fino in fondo lo spettatore che vi si presenta davanti più o meno vergine, oltre che per la subdola bravura nel dipingere una situazione totalmente assurda senza sconfinare nel ridicolo, ma ricordandoti anzi che, tutto sommato, robe del genere, nella pazza pazza America, sono sempre dietro l’angolo.

Guardando il film ho realizzato che il “God Hates Fangs” di True Blood fa riferimento al “God Hates Fags” motto della chiesa di Phelps. Non ci avevo mai pensato, sono parecchio stordito.