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Nip/Tuck – Stagione 4

Nip/Tuck – Season 4 (USA, 2006)
creato da Ryan Murphy
con Julian McMahon, Dylan Walsh, Sanaa Lathan, Joely Richardson, John Hensley, Roma Maffia, Kelly Clarkson, Jacqueline Bisset, Larry Hagman

Il primo episodio della quarta stagione di Nip/Tuck è un macigno tostissimo, che apre le danze tracciando subito le linee guida e illustrando il tono da melodramma estremo che terrà banco per tutto l’anno. Sean perde il controllo e si lascia andare, parla della sfortuna che ha colpito il figlio in arrivo, si aggrappa alle budella dello spettatore come nei momenti migliori della serie, e come la stessa quarta stagione non sempre riuscirà a fare, pur tentandoci disperatamente. Un “One in a million bolt of lightning” ha colpito, bruciando tutto quello che gli sta attorno. E si comincia.

Si comincia per certi versi quasi con un ripartire da zero, soprattutto nel giungere dopo due annate al contrario strettamente interconnesse fra di loro. Nuovo il cast di supporto, con personaggi più o meno ricorrenti spuntati dal nulla, nuovo l’antagonista, che la butta un po’ meno sulla presenza angosciante e un po’ più sul cattivone onnipotente. Ma non è solo una questione di novità, perché c’è anche un abbandono quasi totale e improvviso di molti sviluppi narrativi, soprattutto per quanto riguarda i personaggi di Matt e Julia. Sembra quasi un voler cancellare la tanto bistrattata terza stagione.

La caratteristica che più spicca in questo quarto anno, però, è l’esplosione di guest star, che spuntano letteralmente da tutte le parti. Non amo molto quando il cast diventa una collezione di facce note, perché generalmente finiscono per sovrastare il personaggio che interpretano, levando impatto drammatico agli eventi. Ci si ritrova ad osservare non personaggi, ma attori famosi, distraendosi un po’ troppo dal racconto. Anche vero, però, che in fondo l’utilizzo di tanti volti finti ben s’incastra in un telefilm che parla proprio di gente finta, di persone che si nascondono dietro appendici e ritocchi estetici. Insomma, se c’è un contesto in cui si può perdonare un simile eccesso è proprio Nip/Tuck. E del resto, il simbolo estremo di questa cosa, l’apparizione di Burt Bucharach in Conor McNamara, è un momento meraviglioso, toccante, ridicolo, kitch, assurdo, intenso, pacchiano. Insomma, il riassunto di tutto ciò che rappresenta Nip/Tuck.

L’eccesso è e rimane il simbolo di una serie che in questa stagione si diverte a camminare sempre più sull’orlo del ridicolo, mescolando delicatamente intenso melodramma e gusto per l’assurdo. Visti certi argomenti e certi personaggi, non stupisce che molti la considerino il punto di non ritorno, lo spartiacque che ha segnato il definitivo crollo. Ma tutto sommato ci pensano la solita, notevole, qualità della scrittura e la sferzante autoironia a tenere salde le redini del racconto e a donare credibilità alle storyline più traballanti. Anche la situazione più assurda si incastona bene nell’intreccio narrativo e complessivamente questa quarta stagione appare molto più coesa e solida della precedente.

E da questo turbinoso immergersi nel melodramma non si può che uscire devastati, cambiati, rifatti da capo a coda. Nulla potrà essere più come prima, tutto riparte, questa volta veramente, da zero. Si cambia città, si cambia vita, si cambia famiglia, si cambia tutto, in un finale “musical” splendido e spiazzante, completamente fuori dalle righe per quelle che sono le abitudini della serie. Solo una cosa rimane sempre costante. L’indissolubile, simbiotico legame fra Sean e Christian. Fratelli di sangue, uniti per sempre.

P.S.
Tramite PlayTrade, ho comprato usata a un prezzo lurido la versione HD-DVD, che si vede e si sente una favola. Immagino valga lo stesso per quella Blu-Ray.

Domino


Domino (USA, 2005)
di
Tony Scott
con
Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Riz Abbasi, Delroy Lindo, Mo’Nique, Ian Ziering, Brian Austin Green, Lucy Liu, Jacqueline Bisset, Christopher Walken, Mena Suvari

Bollare la regia di Tony Scott come modaiola e videoclippara sarebbe molto facile, forse anche aderente alla realtà, ma senza dubbio riduttivo. Sì, riduttivo, perché si rischia di accomunarlo a ignoranti della macchina da presa come il James Wan di Saw, quelli sì capaci solo di mettere in fila una serie di effetti ed effettacci senza senso con l’unico scopo di fare la figata.

E invece Tony Scott è uno che sa quello che fa, che magari, come nel caso di Domino, si fa un po’ prendere la mano, ma che trova sempre un senso narrativo per le sue sperimentazioni sull’immagine. Come e meglio che nel già ottimo Man on Fire, Scott porta avanti un discorso fatto di colori iper saturi, di didascalie a schermo, di montaggio sincopato e inserti onirici che raccontano il pensiero dei suoi personaggi.

E il tutto in Domino trova una sua precisa dimensione, nel raccontare i sogni e i ricordi di una bimba viziata e presuntuosa, che si atteggia da anti-hollywoodiana ma ci mette un attimo a cedere al fascino dello stardom, che vuole fare la dura e si scioglie in lacrime alla prima difficoltà. E poco importa se una Keira Knightley perfetta per il ruolo che interpreta assomiglia in realtà a Domino Harvey anche meno di quanto gli eventi raccontati aderiscano a quelli reali, perché alla fine si parla di cinema, non di uno speciale dell’History Channel.

Il voler parlare sostanzialmente d’altro è esplicito, non solo nella dichiarazione d’intenti iniziale “Tratto da una storia vera… più o meno”, ma anche nel mostrare in chiusura la vera Domino, esplicitando con una semplice immagine quanto lontane siano ritratto filmico e realtà. I difetti di Domino sono altri, e stanno in un eccesso d’immagine, un minestrone travolgente che affascina ma alla lunga toglie importanza al racconto, mettendolo da parte e dimenticandoselo un po’.

Avrebbe forse giovato una sforbiciatina, la voglia di far giungere un po’ prima quell’inquadratura in cui campeggia la scritta “It’s Showtime!”, ma è pur vero che fatico a immaginarmi cosa, di preciso, si sarebbe potuto eliminare. La patetica deriva buonista sulla malattia della bimba, forse, che però ha il pregio di mostrare la vacuità dei sentimenti di alcuni personaggi.

Sarebbe bastato rinunciare al macchinone e a qualche altra stronzata, per pagare le cure della figlia di Delroy Lindo, ma non sia mai, piuttosto si rischia il culo in una rapina. E poi, in un film del genere, non può mancare la scelta morale catartica, la rinuncia alla propria vita per compiere un estremo atto di bontà. E allora Domino rischia tutto e perde tutto per dare una mano a qualcun altro, tanto poi, alla fin fine, si torna a casa da mammà, per un tuffo in piscina e un po’ di relax.