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Deepwater – Inferno sull’oceano

La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera dinamica, semi-sommersa e [aggiungere termini tecnici a piacere] che veniva utilizzata per esplorare potenziali giacimenti di petrolio e prepararli all’estrazione. O qualcosa del genere. Nel 2010, grazie a un sapiente mix di scarsa manutenzione, decisioni discutibili arrivate dall’alto (British Petroleum) e, magari, anche un po’ di sfiga, si è scatenato un disastro esplosivo, che ha provocato la totale distruzione della piattaforma, 11 morti e 17 feriti fra le 126 persone a bordo e un conseguente abnorme riversamento di petrolio nel Golfo del Messico, per uno fra i disastri ambientali peggiori della storia. Per un certo periodo di tempo, il film ispirato a queste vicende avrebbe dovuto dirigerlo J.C. Chandor (Margin Call, All is Lost, 1981 – Indagine a New York), che però ha poi mollato per “divergenze creative” e ha lasciato il progetto nelle mani di Peter Berg (Friday Night Lights, Hancock, Battleship, Lone Survivor).

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Cannes 2007

Edizione in formato estremamente ridotto per gli Addams, complici il fatto che potevamo frequentare solo gli spettacoli serali, l’improvvida scelta di andare all’Heineken Jammin’ Festival e lo scazzo che mi ha portato a pisciare gli spettacoli pomeridiani anche di domenica. Comunque, questi sono gli otto film che ho visto:

Concorso
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamani si 2 zile) (Romania)
di Cristian Mungiu
con Laura Vasiliu, Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Alexandru Potoceanu
Palma d’oro

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è il primo episodio del progetto Ricordi dell’età dell’oro, che mira a raccontare il comunismo in Romania tramite le (più o meno) leggende urbane e le persone comuni che le vivevano da protagonisti. In questo caso si parla di aborto clandestino, e lo si fa con un taglio estremamente verace, terra terra, tutto puntato alla visione in prima persona della protagonista (la compagna di stanza di una ragazza che si sottopone ad aborto). Mungiu segue il personaggio “selezionato” e ci racconta una storia cruda, crudele, angosciante, dal suo solo punto di vista. Lo spettatore si trova così a seguirla nella sua triste e insopportabile giornata, vivendo con lei l’angoscia di non sapere cosa succede alla sua amica. Il film è ben raccontato, soprattutto grazie a dialoghi molto credibili nella loro sciatta banalità, ma – esattamente come il cinema dei Dardenne a cui molti l’han paragonato – non è proprio il mio genere. Detto questo, vado forse un po’ controcorrente, ma dico che preferisco di gran lunga questo a L’enfant (Palma d’oro a Cannes 2005).

Un Certain Régard
Il viaggio del palloncino rosso (Le voyage du ballon rouge) (Francia/Taiwan)
di Hou Hsiao Haien
con Juliette Binoche, Simon Iteanu, Fang Song

Ok, lo ammetto, ho capito come buttava nel giro di dieci minuti, ho appoggiato la testa sulla spalla della Rumi e mi sono addormentato. Quando ho riaperto gli occhi era passata quasi un’ora, eppure nel film doveva ancora succedere qualcosa. Non ci posso fare niente, a me non interessa guardare due ore di gente che si fa i cazzi suoi, in casa, senza che accada non dico qualcosa di interessante, ma anche solo qualcosa. E Juliette Binoche non sta invecchiando bene. Eppure ‘sto film su imdb ha già una media bella alta (certo, su nemmeno venti votanti). Bah…

Quinzaine des Réalisateurs
Smiley Face (USA)
di Gregg Araki
con Anna Faris, Danny Masterson, Adam Brody

Tre anni dopo lo splendido Mysterious Skin, Gregg Araki torna alla ribalta con un filmetto divertente, una scemenzuola che racconta la giornata di una ragazza fatta, strafatta e fattissima e le mille disavventure che le possono capitare se, per sbaglio, finisce per essere mostruosamente più fatta del solito. La mano di Araki c’è, nell’uso dei colori, nella capacità di mettere assieme immagini evocative anche mentre racconta una fesseria del genere, ma il film è davvero poco più che un divertissement. Esilarante per una buona mezzora, alla lunga mostra un po’ la corda, anche se fino all’ultimo secondo riesce a tirare fuori qualche trovata davvero gustosa. E, mi dicono, sotto certi aspetti è davvero realistico.

Concorso
Lo scafandro e il papillon (Le scaphandre et le papillon) (Francia/USA)
di Julian Schnabel
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
Premio per la miglior regia

Sette anni dopo l’interessante Prima che sia notte (Venezia 2000), Schnabel ritorna con una bella prova di regia, davvero giustamente premiata. Lo scafandro e il papillon racconta della malattia di Jean-Dominique Bauby, editor di successo della rivista francese Elle, che a quarantacinque anni subisce gli effetti di un improvviso e devastante attacco, capace di punirlo con una paralisi quasi totale. Da quel giorno in poi, Bauby potrà muovere solo l’occhio sinistro, che imparerà a usare per comunicare col mondo e, addirittura, scrivere un libro che racconti la sua esperienza (e da cui è tratto il film). Schnabel racconta una discreta fetta di storia in prima persona, mostrandoci gli eventi tramite lo sguardo del protagonista, con un risultato straniante, certo imperfetto per i limiti del mezzo, ma incredibilmente efficace. E anche nel momento in cui decide di abbandonare l’esercizio di stile, confeziona un film notevole per asciuttezza, coinvolgimento, capacità di colpire dritto al bersaglio senza scivolare nel patetismo.

Concorso
We Own the Night (USA)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall

James Gray “nasce” registicamente nel 1994 con Little Odessa, un film sulla mafia russa che non ho mai visto, ma che ricordo molto celebrato. Passano sei anni e dirige The Yards, con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix, anche quello mai visto dal sottoscritto. Passano altri sei anni (facciamo sette) e dirige un film sulla mafia russa con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix. Un regista versatile, attivissimo e pieno di idee, insomma. Comunque, We Own the Night sembra un film scritto dal fratello scemo di Martin Scorsese (un po’ come gli ultimi di Martin Scorsese) e diretto dal cugino stordito di Martin Scorsese (e questo, via, non si può proprio dire neanche degli ultimi, di Martin Scorsese). Un’epica (ma dove?), commovente (ma quando?), emozionante (certo, come no) e avvincente (ma per favore) storia di mafia, polizia, infiltrati, tradimenti, controtradimenti, amori, droga, amicizie, famiglia. Una regia a tratti imbarazzante e a tratti, per esempio con l’inseguimento in macchina, inspiegabilmente splendida. E nient’altro, al di là di Joaquin Phoenix che infila la mano nelle mutande di Eva Mendes.

Concorso
Persépolis (Francia)
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
con le voci di Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian
Premio della giuria

Tratto dallo splendido e omonimo fumetto, Persépolis racconta in prima persona la vita dell’autrice Marjane Satrapi, divisa fra Francia e Iran, desideri e speranze da adolescente qualunque e difficile realtà della vita in un paese in guerra, affetto per la propria famiglia e ricerca dell’amore. Un racconto delizioso, ironico, graffiante, molto fantasioso e allo stesso tempo tremendamente ancorato alla realtà. L’edizione animata è fedelissima al fumetto per tratto, atmosfere e spirito, pur concedendo ovviamente qualcosa sul piano narrativo nel passaggio dalle centinaia di pagine alla novantina di minuti.

Un Certain Régard
Mio fratello è figlio unico (Italia)
di Daniele Luchetti
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Diane Fleri

Di Luchetti in passato ho visto solo La scuola e, dopo una dozzina d’anni, devo dire che ne conservo ancora un buon ricordo. Così come penso conserverò un buon ricordo di questo ennesimo racconto di formazione, che esplora la vita di un ragazzo tirato dentro il caos ideologico, politico, sociale degli anni sessanta e settanta. Il rapporto col fratello attivista di sinistra e con la famiglia tutta, la scoperta dell’amore, l’indecisione ideologica e tutti i soliti argomenti trattati da questo genere di film. Nulla di nuovo e, soprattutto, nulla di particolarmente coraggioso, senza particolari idee o prese di posizione. Ma un film piacevole, divertente, che scorre via e merita la visione anche solo per le belle prove di Angela Finocchiaro e di uno strepitoso Elio Germano (che, diciamocelo, caga in testa al pur efficace Scamarcio).

Concorso
Paranoid Park (Francia/USA)
di Gus Van Sant
con Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen
Premio speciale per il 60° anniversario a Gus Van Sant

Gus Van Sant, c’è poco da fare, non è proprio nelle mie corde. E la cosa è tanto più evidente se penso che l’unico suo film (dei pochi che ho visto, va detto) ad avermi davvero soddisfatto è Good Will Hunting, quello probabilmente meno “suo” e più marchettaro. Comunque, con Paranoid Park siamo anni luce sopra a quella roba insopportabile di Last Days, vista sempre a Cannes due anni fa. Perlomeno c’è un personaggio con un minimo accenno di spessore, c’è una vicenda vagamente interessante, ci sono delle trovate di regia che sembrano avere senso. Epperò c’è anche la solita, insopportabile, sensazione che se ne potesse tirar fuori un mediometraggio, invece di un’ora e mezza che pesa come quattro. E poi, c’era davvero bisogno di menarsela con l’ennesimo film dalla scansione temporale scombinata, per raccontare di questo ragazzino sminchiato e sminchiatello, primattore in una tragedia da bassa periferia americana? No, perché cosa sia realmente accaduto lo si capisce dopo cinque minuti, e a quel punto il racconto incasinato serve solo a rompere i coglioni.

I ♥ Huckabees


I ♥ Huckabees (USA, 2004)
di David O.Russell
con Jason Schwartzman, Jude Law, Mark Wahlberg, Dustin Hoffman, Lily Tomlin, Naomi Watts, Isabelle Huppert

Albert Markovski è un personaggio un po’ strano, tanto interessante, molto poetico, un po’ tenero e un po’ patetico. Attivista in difesa della natura, vive un rapporto conflittuale con Brad Stand, ambizioso, arrivista, affascinante uomo d’affari con il quale ha commesso l’errore di mettersi a lavorare. Entrambi finiscono nelle mani di Bernard e Vivian Jaffe, una coppia di detective esistenziali, che si comportano in maniera tanto buffa e divertente, ma sotto sotto anche profonda e intelligente. E poi succedono un po’ di cose a caso, che coinvolgono un altro po’ di personaggi a caso.

Difficile raccontare l’intreccio di I ♥ Huckabees, forse impossibile, di sicuro inutile. Inutile, perché inutile è tale intreccio nell’economia di un film che è più che altro esercizio di stile vuoto e fine a se stesso. Attori che si parlano addosso sciorinando teoremi deliranti e filosofeggiando sul senso della vita. Insopportabili giochetti di regia e fotografia, buffe visioni sperimentali e trovate senza senso, poesia spicciola e colonna sonora di tendenza. Momenti comici a tratti anche molto riusciti e una performance, almeno una, di gran livello, quella di Mark Wahlberg, che dovunque lo metti è sempre spettacolare e puoi star certo che ti nobiliterà il film. Ma praticamente nient’altro, in due ore scarse sotto vuoto spinto, mosce, prive di emozioni e di guizzi. Il nulla, ogni tanto divertente, ma a tratti pure un po’ fastidioso.

Imbattibile

Invincible (USA, 2006)
di Ericson Core
con Mark Wahlberg, Greg Kinnear, Elizabeth Banks

Vincent Francis Papale è un figlio della Pennsylvania, nato nel lontano 1946 e graziato da doti fisiche non da poco, che gli permettono di condurre un’eccellente carriera sportiva da liceale e studente universitario. Nel 1974 Vince lavora come barista e supplente al liceo di Interboro, ma trova un posto da Wide Receiver nei Philadelphia Bell della World Football League e, grazie a due ottime stagioni, si conquista l’occasione di un provino per il neo appuntato coach dei perdentissimi Philadelphia Eagles. Dick Vermeil gradisce, approva e assolda quello che, alla bellezza di trent’anni, è il rookie – senza esperienza di college football – più vecchio nella storia della NFL.

Papale gioca quarantuno partite in tre stagioni, dal 1976 al 1978. Tre anni durante i quali finisce per essere eletto capitano degli special team da quegli stessi compagni che lo chiamano amichevolmente Rocky (per coincidenza il 1976 è anche l’anno del sogno americano di Sylvester Stallone). La sua carriera si conclude per infortunio nel 1979, un anno prima del viaggio fallimentare al Superbowl dei suoi Eagles. Nel 1980, infatti, Philadelphia arriverà in finale in tutti e quattro i principali sport americani, anche se solo i Phillies conquisteranno il titolo (l’unico della loro storia).

Invincible racconta in sostanza una fetta del 1976 di Vince Papale. Romanza e stiracchia un po’ le cose, svaluta le prestazioni giovanili del protagonista e ne cancella la carriera pre-Eagles, col risultato di gonfiare ulteriormente i già mitologici toni della vicenda. Ma non si tratta di un gran danno, perché tanto, obiettivamente, se ne possono accorgere giusto i tifosissimi e chi va a consultare Wikipedia. Il “problema”, casomai, sono i toni del racconto, melodrammatici, pomposi e moralistici come da tradizione di film sportivo (figuriamoci di film sportivo Disney). Ma a conti fatti sono le caratteristiche del genere, quelle che ti devi aspettare e a cui devi essere preparato. Lode a quei (rari) film sportivi che non si perdono più di tanto nella retorica, ma non si può certo fare una colpa a questo dell’essersi voluto attenere alle regole.

Anzi, Invincible, pur non risparmiando allo spettatore uno stereotipo che sia uno, si permette di mostrare scelte di regia interessanti, con un’entusiasmante messa in scena del primo match “ufficiale” di Papale. Ericson Core mostra la partita dal punto di vista del protagonista, lo rincorre nell’affannosa corsa verso un placcaggio, lo accompagna all’attesa solitara sul fondo della panchina e lì lo abbandona per trasportarci fino alla linea dello scrimmage. Per il resto, le armi sono le solite, con un abuso del rallenty totalmente privo di vergogna e una ricostruzione “fantasiosa” delle partite raccontate. A dare solidità al tutto ci pensano le come al solito ottime interpretazioni di Mark Wahlberg e Greg Kinnear, rispettivamente Papale e Vermeil.

Ne esce fuori un discreto film sportivo, che gioca quasi tutte le sue carte sul sempreverde fascino dell’american dream, si concede il lusso di qualche piccola divagazione nel sociale e, tutto sommato, si fa abbastanza perdonare gli eccessi di retorica. A patto di amare il football americano, certo. E un po’ di simpatia per gli Eagles, pure, non guasta di sicuro.

The Departed – Il bene e il male


The Departed (USA, 2006)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Vera Farmiga, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Ray Winstone, Alec Baldwin

Difficile, forse impossibile, rendermi conto di quanto l’essermi presentato in sala fresco della visione dei tre Infernal Affairs possa aver influenzato il mio giudizio e il mio godimento dell’ultimo film di Scorsese. Da una parte è certamente vero che conoscere già tutti gli snodi principali della trama ha sostanzialmente cancellato buona parte della tensione e della suspence. Ma dall’altra è vero anche che molti aspetti a mio parere negativi lo sono a prescindere da un confronto col film di Lau e Mak. Ma sì, è indubbio, l’insoddisfazione nasce anche dall’inevitabile parallelo e dalla consapevolezza di preferire il modo in cui certe sequenze e certi personaggi sono stati affrontati nelle tre pellicole cinesi.

ATTENZIONE, QUESTO ARTICOLO POTREBBE CONTENERE DETTAGLI RIGUARDANTI LA TRAMA DI THE DEPARTED E DEI TRE INFERNAL AFFAIRS. VEDIAMO DI NON ROMPERE LE PALLE.

Eppure The Departed è un film che funziona, che funziona decentemente anche per chi Infernal Affairs l’ha visto, ma che certo risulta dirompente per chiunque altro. La potenza del soggetto e la cruda, inattesa, assurdità del finale lasciano di stucco e non possono che colpire. Scorsese, poi, compie una scelta per certi versi molto saggia e si distacca parecchio dal modello originale, non tanto nello sviluppo degli eventi – quasi identico – quanto piuttosto nella risoluzione delle piccole cose e nella caratterizzazione dei personaggi. E nel confezionare una pellicola assai più occidentale rispetto a quella che, comunque, per quanto molto hollywoodiana, rimane una trilogia dall’anima estremamente orientale. Il risultato, sulla carta, è un film che presenta svariati motivi d’interesse anche per chi non può certo essere sconvolto dai colpi di scena. Il problema, però, sta nella deprimente sceneggiatura di William Monahan.

A deludere è soprattutto quello che al contrario di norma è fra gli elementi distintivi delle pellicole di Scorsese: la caratterizzazione dei personaggi. Piatta e, nonostante una passata di grigio nel finale, abbastanza manichea, rifugge i caratteri sfumati e ambigui dell’originale cinese e si appoggia su una divisione schematica e monodimensionale. Chi è cattivo è cattivo, magari è simpatico, magari fa un po’ pena, ma cattivo è e cattivo rimane. E lo stesso vale per i personaggi positivi che, pur talvolta ammantati di qualche tinta fosca, non escono dal loro schematismo. Certo, Sullivan alla fin fine vorrebbe uscirne pulito, ma non sfugge mai dalla sua gabbietta di inguaribile bastardo. Certo, Costigan si concede qualche violenta deriva verso una troppo “convinta” interpretazione del ruolo di mafiosetto, ma non va mai oltre il limite. E cosa rimane? Un Nicholson come al solito esagerato, strabordante e molesto, una bella psicologa la cui scomoda posizione (fra le poche intuizioni interessanti di Monahan) non viene sfruttata a dovere e una serie di personaggi minori, macchiette buone giusto per far da tappezzeria.

The Departed è un film efficace, appassionante, splendidamente diretto, dall’incredibile colonna sonora (per la scelta dei pezzi e per l’utilizzo che ne viene fatto), ma cui sfugge quella passionalità e quel senso del dramma che così bene caratterizzano invece Infernal Affairs. Voluta o meno che sia, questa differenza risulta micidiale per chi, come me, il film originale l’ha visto e amato. Dov’è il conflitto, dov’è l’ambiguità morale, dove stanno le difficili scelte, i dubbi e i traumi? Sullivan non è interessato a nulla che non sia il suo squallido tornaconto personale, non offre spiragli di redenzione, vuole solo sfangarla e viene – tutto sommato giustamente – punito. Costigan scivola sempre più verso il lato oscuro, ma non viene mai messo davvero alla prova, e quello che dovrebbe rappresentare il punto di rottura, la prima dimostrazione della sua delicata condizione psicologica, si risolve nel pestaggio di due delinquentelli. Tutto qui?

Ed è (s)confortante il pensiero che anche persone cui il film cinese rimane ancora sconosciuto riconoscano a The Departed questi e altri difetti, frutto quindi non solo dell’impietoso confronto, ma della natura stessa di un film ben lungi dall’essere perfetto. E piange il cuore a vedere un soggetto tanto carico di potenziale drammatico e tanto efficace risolversi in maniera così semplice, didascalica, ridotta al genere puro e semplice, per quanto diretto con mano estramente felice.

Un parallelo vero e proprio fra The Departed e Infernal Affairs, d’altra parte, è ingiusto e complicato da mettere in piedi. Se la struttura del film di Scorsese è sostanzialmente quella del primo episodio cinese e quindi con esso andrebbe confrontata, l’affresco narrativo va anche a pescare dagli altri due film, ma comprime circa sei ore di materiale in una pellicola da due ore e mezza. Ovvio quindi che i personaggi della saga di Lau e Mak finiscano per essere meglio tratteggiati e approfonditi. E questo vale non solo per i due “equivalenti” di Costigan e Sullivan, ma anche e soprattutto per i personaggi minori e le relazioni fra di loro.

Eppure i principali motivi di delusione nel film di Scorsese vanno oltre questi limiti e non possono che essere considerati come vere e proprie scelte. Basti pensare al diverso impatto della morte di Anthony Wong/Martin Sheen. Da una parte un personaggio ricco, il cui rapporto paterno con Yan è meravigliosamente tratteggiato senza dover scivolare nel didascalico e la cui morte violenta, improvvisa e devastante lascia di stucco. Dall’altra un vecchietto dalla presenza minore, quasi per nulla approfondita, che Scorsese prova inutilmente e impacciatamente a rendere interessante con quella scena casalinga, e la cui morte è dipinta in maniera più enfatica, “preparata” e, a conti fatti, meno efficace. Per non parlare, poi, di ciò che l’evento implica.

Se nel film di Lau e Mak la morte del sovrintendente toglie ogni speranza a Yan, perché elimina l’unica altra persona al corrente dei fatti, nel remake di Scorsese troviamo il superfluo personaggio interpretato da Mark Wahlberg, che di fatto riduce ancora di più l’impatto di quell’evento. Il Dignam di Wahlberg, peraltro, vive il paradosso di essere personaggio in tutto e per tutto superfluo, posticcio, appiccicato per il solo scopo di poter chiudere il film in quel modo, e allo stesso tempo, a parte l’ovvio – e bravissimo – Di Caprio, unica vera fonte di simpatia del film. Le sue battutacce lasciano il segno e la sua interpretazione è come al solito adorabile. Ma, quando conta, finisce solo per essere dannoso.

Così come dannosa è l’interpretazione di Nicholson, efficace nella prima parte, ma fra le principali fonti di “distacco” emotivo per la sua successiva deriva à la Jack Torrance. C’è chi gradisce queste sue interpretazioni forzate, esagerate, sopra le righe. Forse fra gli estimatori c’è Scorsese, che del resto ci ha regalato un inquietantemente simile Daniel Day Lewis in Gangs of New York. Io non faccio parte del clan. Io rimpiango il sottile, amaro, adorabile Eric Tsang di Infernal Affairs. E con lui rimpiango i suoi colleghi, che però, bisogna dirlo e ripeterlo, erano graziati da personaggi più affascinanti, profondi, ambigui e ricchi delle rispettive controparti occidentali.

Ricchi come l’ispettore Lau, così ben interpretato dal suo omonimo attore e così tragicamente affascinante nella sua disperata ricerca di redenzione. Matt Damon fa il possibile, nel tentativo di dare coerenza e credibilità al suo personaggio, ma lavora con materiale molto più piatto, banale, monodimensionale e deludente. Si torna sempre lì, non c’è ambiguità, non c’è conflitto, non c’è niente di niente.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo cercando questa o quella differenza fra i due film, puntando il dito per esempio su quanto più tesa riesca ad essere la transazione coi thailandesi nell’originale rispetto alla scialba versione occidentale, ma in realtà il discorso è molto semplice. The Departed è un ottimo poliziesco, un discreto film di Scorsese e un mediocre remake.