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John Wick – Capitolo 2

Il primo John Wick era una bomba di film che per qualche motivo al cinema mi era piaciuto, ma con moderato disappunto su alcuni aspetti, ma oggi a ripensarci mi piglio a schiaffi, soprattutto alla luce del fatto che quando me lo sono rivisto in aereo durante il viaggio verso la GDC l’ho adorato, mi sono gasato a livello di bava alla bocca e volevo alzarmi e mettermi a fare “pum pum” con le dita saltando tra le file e i carrellini del pranzo. Magari è anche una questione di aspettative e di riguardarlo a mente serena anni dopo, vai a sapere. Al di là del mio rapporto conflittuale con il film, comunque, John Wick è una roba a cui è corretto e necessario voler bene per un motivo specifico: è diventato un successo di culto, ha scatenato la fotta in un sacco di gente per cui “film d’azione” = “film d’azione occidentale” e ha fatto capire a tanti quanto possa essere bello vedere dell’azione girata in maniera chiara, ampia, comprensibile, con piani sequenza e attori/stuntman che si sbattono a fare cose senza l’ausilio del montaggio frenetico e magari anche con litri di sangue lanciati in ogni direzione. Pare poco, ma intanto la coppia di registi, oltre a proseguire il lavoro da seconde unità/stunt (tipo su Captain America: Civil War) si è scissa, con Chad Stahelski che ha diretto il secondo John Wick e pare che ora debba occuparsi di Highlander e David Leitch che ha fatto tirar ceffoni in piano sequenza a Charlize Theron in Atomica Bionda e ha ora per le mani Deadpool 2. Insomma, l’azione girata in maniera cristiana potrebbe essere in procinto di uscire dal circoletto di amici e fare la voce grossa anche quando sullo schermo non c’è necessariamente gente che sa fare tripli calci volanti. Non sarebbe bellissimo? Sarebbe bellissimo, o quantomeno sarebbe più bello rispetto a una situazione in cui la principale stella dell’action mondiale è un sessantenne che magari sarebbe anche in grado di fare cose, ma non lo sappiamo perché tanto è tutto montaggio e macchina da presa traballante. OK, ho finito con lo sproloquio, ci vediamo dopo il trailer della bionda che mena e spara.

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Lord of War

Lord of War (USA, 2005)
di Andrew Niccol
con Nicholas Cage, Bridget Moynahan, Jared Leto, Ian Holm

Lord of War si apre su un tappeto di bossoli, che invadono lo schermo e fanno da podio per un gongolante Nicolas Cage. Il nipote d’arte sopravvissuto allo zio si volta e subito assale lo spettatore con la sua spocchiosa serie di battutine sarcastiche ed esili giustificazioni, dietro alle quali – lo scopriremo poi – il mercante di morte più bravo al mondo prova a nascondere il mare d’ipocrisia che governa la sua vita. Ma subito l’illusione si spezza, partono i titoli di testa, sovrapposti alle immagini di una catena di montaggio, che narrano la vita di un proiettile dalle prime fasi della sua creazione, al trasporto in giro per il mondo, all’inevitabile momento in cui arriverà a togliere una vita. E il messaggio è chiaro, non ci si può sbagliare. Magari tendenzioso e forzato, perché non è mica detto che un proiettile debba finire in faccia a ragazzo africano con la faccia innocente, ma certo spietato e di pura condanna.

Non ci sono vie di mezzo e non ci sono scuse, se sei parte del meccanismo, sei colpevole tanto quanto chi preme il grilletto. La posizione è chiara e netta. La si può non condivedere, ma bisogna apprezzare il coraggio e l’asciuttezza con cui Lord of War si schiera, raccontandosi con la forza del cinismo e dell’amarezza. Parlando della vita di un uomo votato all’unico lavoro in cui sa eccellere, un lavoro che genera soltanto morte e che inevitabilmente finirà per portare tale morte nel suo stesso immacolato cortile.

Lord of War parla di ipocrisia nei confronti di noi stessi, ma anche in quelli del mondo che ci guarda e delle persone che ci circondano. Parla di una vita trascorsa nell’ignoranza volontaria, e di uno squallido passaggio di spugna sulla coscienza quando ormai non è più possibile distogliere lo sguardo dalla verità. Parla del castigo che insegue inesorabile l’autore di mille delitti, ma anche di un mondo che dei delitti sembra non poter fare a meno. Parla del male che trasuda a ogni livello e non potrà mai essere debellato. Spara a zero su tutto e tutti, con tanto di tirata finale nei confronti dei meravigliosi States, racconta personaggi pervasi da profonda amarezza e disperazione e riesce a farlo con un senso del cinema, una leggerezza, un’ironia incredibili.

Niccol stupisce per le continue trovate, di sceneggiatura e di regia, per il susseguirsi di momenti drammatici, intensi, ma anche capaci di strappare un amaro sorriso, per la bravura nel tirare fuori il meglio dalla faccia da schiaffi di Nicolas Cage. Dopo aver esordito con un gioiello come Gattaca, essere andato avanti con la sceneggiatura di Truman Show, e aver inciampato con l’opaco S1m0ne, Andrew Niccol si rialza alla grande con un filmone e si conferma uomo di cinema vero e a tutto tondo, autore nel senso più pieno e positivo del termine. Complimenti.