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Il mucchio selvaggio

The Wild Bunch (USA, 1969)
di Sam Peckinpah
con William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan

1913, siamo in piena Rivoluzione messicana. L’epopea del grande west è agli sgoccioli e i pistoleri al tramonto arrancano stancamente fra una rapina in banca, una sgroppata al bordello e un malinconico tramonto passato a riflettere sui propri peccati. Pike Bishop (uno strepitoso William Holden) è a capo di un mucchio di banditi senza ormai più arte né parte, braccato da un altro mucchio, di disperati e sbrindellati cacciatori di taglie, capitanati da Deke Thornton, vecchio amico di Bishop. Le vie di questi uomini si incroceranno con quelle della revolución di Pancho Villa e del generale Mapache…

Finalmente ho visto l’opera forse più celebrata di Sam Peckinpah, un regista che mi cruccio sempre di non conoscere abbastanza, anche perché, ogni volta che avvicino un suo film, non rimango deluso. Il mucchio selvaggio ricorda parecchio il precedente Sfida nell’alta Sierra, soprattutto nei protagonisti: personaggi vecchi e stanchi, ma anche adorabili guasconi carichi di autoironia, capaci di vivere con uno splendido spirito di autoconsapevole cazzeggio le vicende tragiche che vivono. Caratteri scritti in maniera meravigliosa, uomini legati da un’amicizia virile che così forte esiste forse solo al cinema, ma che risulta comunque viva, vera, pulsante e tremendamente coinvolgente. Perdenti condannati a rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato, uomini destinati al tragico fallimento, incapaci di controllare il proprio destino e le proprie azioni.

Poetico e struggente, ma allo stesso tempo capace di esplosioni di sana comicità, Il mucchio selvaggio è anche un vivido esempio di quanto davvero i celebrati registi action di questi tempi debbano a Sam Peckinpah. Le due sparatorie che aprono e chiudono il film sono genuinamente impressionanti, oltre che per la famigerata violenza esplicita, per la maestosità e la spettacolarità della messa in scena. Roba che, non c’è nulla da fare, a quasi quarant’anni di distanza ancora influenza massicciamente il cinema di tutto il mondo, da John Woo ai Wachowski, da quel cretino di Michael Bay a gente come Tarantino e De Palma. Roba che ti mette addosso la voglia di vedere tutti gli altri film di questo grande, e tutto sommato nemmeno troppo prolifico, regista.

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La cura del gorilla

La cura del gorilla (Italia, 2006)
di Carlo Sigon
con Claudio Bisio, Stefania Rocca, Ernest Borgnine, Antonio Catania, Bebo Storti, Gigio Alberti

Gorilla è una specie di detective controvoglia, un personaggio stanco e logoro, che vaga fra le maglie del noir alla ricerca di uno scopo nella vita. Lui e Socio sono due facce della stessa medaglia, i due aspetti di una doppia personalità che alterna il lato buono e quello bastardo della stessa persona. A interpretare entrambi troviamo un Claudio Bisio fisicamente ed esteticamente perfetto (del resto il ruolo è stato scritto pensando a lui), ma dalle doti di attore molto limitate e del tutto inadatto a condurre la storia con una voce narrante dall’intonazione sempre sballata e fuori luogo.

Ma è un po’ tutto il cast di La cura del gorilla, a lasciare perplessi, a partire dall’ormai proverbiale monoespressività di Stefania Rocca, per arrivare a Ernest Borgnine che, poverino, fa il suo dovere, ma interpreta un ruolo visto, rivisto e stravisto nel cinema italiano recente. E più in generale delude la pochezza di uno script che ha sicuramente il pregio di non prendersi troppo sul serio, ma propone trovate ormai logore (il classico contesto serio popolato da personaggi fortemente autoironici interpretati da cabarettisti) e nei minuti finali vede l’intreccio giallo sbriciolarsi nella sua pochezza.

Ci sono dei pregi, soprattutto in una regia molto moderna e in una cura per l’immagine tutto sommato non comune nelle produzioni italiane, ma nel complesso, vista anche la fama di giovane talento che Carlo Sigon porta in dote, La cura del gorilla è una discreta delusione.