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La mia super ex-ragazza

My Super-Ex Girlfriend (USA, 2006)
di Ivan Reitman
con Uma Thurman, Luke Wilson, Anna Faris, Rainn Wilson, Eddie Izzard

Matt Sanders è un uomo un po’ sfigato, che ha scarso successo con le donne e vive malissimo una mezza cotta per una sua collega. Un giorno, spinto dal suo amico Vaughn, prova a tacchinare Jenny, una ragazza incontrata in metropolitana. Fra i due nasce una storia, che giunge a un punto di svolta quando Jenny svela a Matt di essere G-Girl, la supereroina di New York. Il problema è che G-Girl, oltre ad essere dotata di poteri straordinari, è super gelosa e incassa male l’evidente “simpatia” di Matt per la sua collega Hannah. Terrorizzato e angosciato dalle possibili violente ripicche, Matt la scarica e va incontro a qualche pericolosa conseguenza.

Madonna che colossale e insostenibile fesseria. Da parecchio non mi capitava di rimanere tanto allibito di fronte a un film. Una commedia brutta brutta brutta, patetica e volgare, da far cadere le braccia. Ha un paio di battute molto azzeccate e altrettanti momenti davvero riusciti e ben pensati (l’appuntamento a tre e il lancio dello squalo, peraltro già visto nel trailer), ma sono lampi di luce persi in mezzo a un’insopportabile e opprimente oscurità, che hanno il solo effetto di far intuire il potenziale inespresso del soggetto. Che schifo, dio mio.

La casa dei 1000 corpi


House of 1000 Corpses (USA, 2003)
di Rob Zombie
con Sid Haig, Bill Moseley, Sheri Moon, Karen Black, Chris Hardwick, Erin Daniels, Jennifer Jostyn, Rainn Wilson, Matthew McGrory, Robert Allen Mukes

Al suo chiacchierato esordio dietro la macchina da presa, Rob Zombie sceglie il divertimento, più suo che dello spettatore, e gira una specie di remake all’inverso di Non aprite quella porta, raccontando – come Tobe Hooper vent’anni prima – di alcuni sfortunati ragazzi che, nel bel mezzo di un road trip, finiscono fatti a fette da una famiglia di goliardici freak. La strada scelta è però totalmente opposta rispetto a quella del regista texano, del quale non viene riesumato il minimalismo documentaristico: House of 1000 Corpses sceglie la via della ricerca estetica, del bello stile e di una splendida fotografia.

Sfruttando un canovaccio fatto di violenza insensata e del panico di protagonisti in totale balia degli eventi, il leader dei White Zombie che furono si diverte per oltre un’ora e mezza abusando dei suoi personaggi e riempiendo i vuoti fra una macellazione e l’altra con una lunga serie di ammiccamenti, citazioni e sperimentazioni visive. Se sulle prime il delirio che scorre davanti agli occhi dello spettatore risulta affascinante e a modo suo disturbante, alla lunga finisce per spezzare un po’ troppo il ritmo e smussare l’altrimenti riuscita atmosfera di angosciante paranoia.

Sulla distanza, insomma, quello che potrebbe sembrare un buon modo per immergere nelle disfunzioni mentali dei cattivi di turno finisce per ritorcersi contro il film, rendendolo poco più che uno sterile divertissement, buono per darsi di gomito fra appassionati riconoscendo questa o quella strizzatina d’occhio. Strizzatine che, va pure detto, sembrano fatte con tutta la più sincera e ammirabile passione di un regista che non dà l’impressione di volersi spocchiosamente sbrodolare addosso (e che probabilmente si sta tirando dei gran segoni al pensiero di avere in mano il remake di Halloween). Ma l’opera prima di Rob Zombie giunge dopo troppe altre operazioni simili e finisce così per sembrare un po’ troppo vuota.

Ed è un peccato, perché francamente la visione di questo film chiude la bocca a chi si aspettava un impacciato musicante alle prese con un mezzo che non gli appartiene. L’inquietante apertura nel negozietto, la sequenza nel museo degli orrori, l’arrivo dei poliziotti alla casa dei freak e il delirio finale sono infatti uno splendore per gli occhi e fan venire voglia di vedere questo regista così virtuoso e pieno di idee alle prese con una sceneggiatura un po’ più corposa.