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Krampus – Natale non è sempre Natale

Il Krampus è una specie di Babbo Natale al negativo, rosicone e cornuto, che si presenta con un conto salatissimo durante le feste a casa delle famiglie che hanno perso di vista lo spirito natalizio. O, comunque, è più o meno questa la versione della creatura appartenente alla tradizione tedesca che ci viene raccontata da Krampus – Natale non è sempre natale, nuovo film di quel Michael Dougherty già responsabile per l’ottimo La vendetta di Halloween (si nota un filo conduttore?). Al centro delle vicende c’è infatti una famiglia allargata statunitense di gentaglia, il cui membro più salvabile è perlomeno un po’ egoista, che finisce nel mirino del nostro amichevole Nega-Babbo Natale e dei suoi piccoli aiutanti indemoniati. Non a caso, il film sarebbe dovuto uscire al cinema dalle nostre parti a dicembre, ma evidentemente si trattava di una scelta troppo logica e hanno preferito puntare sull’home video di aprile. Bene così.

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Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy

Anchorman – The Legend of Ron Burgundy (USA, 2004)
di Adam McKay
con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner

Ron Burgundy è anchorman leader della squadra di reporter di Channel Four, a San Diego. Vincitore di cinque Emmy Award, eroe popolare, amato dalle donne, pomposo, spocchioso e stupido all’inverosimile, cade vittima del fascino di Veronica Corningstone, sua nuova collega particolarmente apprezzata e pronta a tutto pur di soffiargli il posto. Pare il canovaccio per un film di Garry Marshall (o della sorella Penny, o magari di Nora Ephron), e invece è il primo delirio cinematografico a firma Adam McKay/Will Ferrell.

Anchorman, così come il successivo Talladega Nights, si diverte alle spese di un microcosmo tipicamente americano, che può probabilmente trovare riscontro anche da noi, ma i cui folli stereotipi sono tremendamente radicati nella cultura e nel modo di vivere a stelle e strisce. E questo limita un po’ l’impatto del suo approccio satirico perché, per quanto ci si possa divertire di fronte a quell’atmosfera stupidina e leggera, a quei personaggi tremendamente convinti e spocchiosi ma tutto sommato adorabili, rimane sempre la sensazione di non conoscere fino in fondo l’argomento di cui parla il film.

Film che comunque funziona solo fino a un certo punto anche per colpa dei limiti di una struttura che si basa sostanzialmente solo su una lunga serie di sketch messi l’uno in fila all’altro. È difficile e forse anche pretestuoso mettersi a distinguerli, ma l’impressione è che, rispetto a un Talladega Nights decisamente più riuscito, Anchorman sia il classico “film del comico televisivo”, impacciato nel raccontarsi e impegnato più che altro a mettere in scena i suoi numeri famosi, i tormentoni, le apparizioni speciali degli amici. Manca insomma, la capacità di andare un po’ oltre il cabaret e mettere in piedi un film vero e proprio.

O magari il problema è che due pellicole dominate da Will Ferrell viste a stretto giro di tempo sono troppe, nonostante alcune trovate divertentissime (il gobbo, la cena al club) e uno Steve Carell spettacolare.

Thank You For Smoking


Thank You For Smoking (USA, 2005)
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Cameron Bright, Sam Elliott, William H.Macy, Robert Duvall, Maria Bello, David Koechner, Rob Lowe

Thank You For Smoking è l’ottimo esordio cinematografico del figlio d’arte Jason Reitman, che confeziona una divertente, intelligente e graffiante commedia nera, in grado di far riflettere su un tema tutto sommato abbastanza trito. Per giocare con l’industria del tabacco, Reitman non sceglie l’abusata via del docufilm, ma preferisce realizzare vero cinema, ben scritto, ben interpretato e misurato al punto giusto.

Aaron Eckhart torna in un ruolo a lui estremamente congeniale, quello dello smargiasso “corporate” con cui si era fatto notare quasi un decennio fa nell’esordio registico di Neil LaBute. Ma rispetto a quell’insopportabile Chad, Nick Naylor è un personaggio decisamente più accattivante, simpatico, amorevole nei confronti del figlio e impossibile da non apprezzare per il modo sincero in cui affronta il suo lavoro.

Reitman dirige con grande senso del ritmo e punta il dito più che sull’industria del tabacco, sulla necessità di pensare con la propria testa, di riflettere sulle proprie azioni e cercare sempre di informarsi, documentarsi, senza dare per scontato ciò che ci viene passato come verità assoluta. Non mostra mai, per tutto il film, una sigaretta accesa, non mette in scena facile pietismo, mantiene sempre toni leggeri e divertenti. E, volontariamente o meno, infila nel racconto anche un figlio d’arte come lui, che glorifica il padre e ne ripercorre le tracce di abile oratore maneggione.

La figura di Joey, interpretato dal sempre ottimo Cameron Bright, fa da collante fra le varie gag e trasforma quella che poteva essere una semplice serie di divertenti sketch messi in fila in un bel film. Gli unici dubbi stanno forse nel voler presentare praticamente chiunque come una simpatica macchietta. Ok, non esistono i buoni e i cattivi, siamo tutti sfumature di grigio, ma forse così sembra tutto un po’ troppo leggero e poco incisivo.