Tonya

Quando di biopic ne hai visti tanti (o anche se ne hai visti pochi ma hai scarsa fiducia nel prossimo), è difficile non approcciarne un altro con un po’ di scetticismo. Per carità, ogni tanto ci scappa il filmone, se non il capolavoro, ma in media ti ci avvicini convinto che, nel migliore dei casi, ti ritroverai davanti una storia interessante, delle ottime interpretazioni, dei valori di produzione lussuosi ma una scrittura e una regia al massimo anonime. E sai anche che, se butta male, andrà molto peggio. Ogni tanto, però, va meglio. E non so se Tonya sia un filmone (probabilmente no), ma oltre a raccontare le sue vicende ha qualcosa da dire, trova un modo azzeccato per dirlo, butta sul piatto qualche idea e si permette di giocare coi punti di vista, i narratori inaffidabili e la rottura del quarto muro, pasticciando fra intervista, documentario, film, ipotesi, chiacchiere, balle. E, sì, ha un ottimo cast, una ricostruzione storica adorabile, un’attrice molto brava ma forse un po’ sopravvalutata, un’attrice qui clamorosa ma forse un po’ sottovalutata. Poteva andare peggio.

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Pacific Rim: La rivolta

Allora, mettiamo le cose in chiaro dalla prima riga: a me Pacific Rim piacque senza molti se o ma. Non è che non riconosca il senso (di almeno parte) delle critiche che gli vennero rivolte, è che le condividevo solo in parte e, soprattutto, trovavo troppo forte tutto quello che funzionava. Ne ho scritto in abbondanza a suo tempo e, fra l’altro, mi sono appena riletto quel vecchio post, ritrovandoci le sensazioni che ricordavo, ricordandomi di cose bellissime che mi ero dimenticato e confermando il problema che ho avuto con Pacific Rim: La rivolta. Ovvero che non è Pacific Rim. E alla fin fine sta tutto lì: del resto, mi pare che chi lo apprezza molto più di me lo faccia proprio per come in certe cose si distacca dal predecessore, pur ovviamente concordando sul fatto che in certi aspetti ci abbiamo perso. Solo che, per chi apprezza, quegli aspetti pesano, evidentemente, molto meno che per me. Insomma, Pacific Rim: La rivolta piace, se piace, perché non è Pacific Rim. Ci sta.

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Chiamami col tuo nome

Sono tanti anni che non mi faccio vacanze estive di quel tipo lì, ma me le ricordo bene. La scuola chiudeva e mia madre mi parcheggiava per mesi in Abruzzo, dai parenti. Un po’ scendeva anche lei, un po’ no. E magari non erano mesi ma settimane, non lo so, non ricordo bene. Nei miei ricordi sembrano mesi. Erano mesi (?) di un microcosmo completamente scollegato del resto del pianeta, uno spazio in fondo a un tunnel interdimensionale che mi proiettava in un luogo completamente altro, cullato da tempi, spazi, luoghi, suoni, sapori diversi da quelli della vita reale. Era l’estate, fatta di nulla, di cazzeggio, di sudare come un disperato arrampicandomi in bicicletta fino a casa di mia zia, di adocchiare le tre sorelle vicine di casa, di scendere all’edicola in paese per comprare un nuovo fumetto da leggere sdraiato sui sassi, e magari spingermi un po’ più in là per curiosare nel negozio di dischi. Era la frittella sbranata allo stabilimento balneare ed era la corsa sulla sabbia per raggiungere l’altro stabilimento, quello grosso più in fondo, che aveva i cabinati coi videogiochi nuovi. Era inseguire mio cugino, pensando che coi suoi quindici anni fosse adulto. Erano, certo, gli amori destinati a finire col cambio di stagione. Era un’altra vita, un altro mondo, un altro universo. E, in fondo, tutte le vacanze estive da ragazzino, anche quelle che duravano molto meno, avevano quell’aria, quel sapore, quell’atmosfera. Mi ritrovavo altrove, perso in un limbo nel quale il confine fra il piacere di esserci e la voglia di tornare al mondo reale era una linea fragile, debole, tremebonda, sempre prossima a confondersi. È qualcosa di lontano, che non torna più e che, in fondo, è bene non veder tornare. Il bello dell’infanzia e dell’adolescenza sta anche nel fatto che se ne restano lì, nei ricordi, con le loro risate, i loro rimorsi, le loro gioie e i loro rimpianti. Al massimo, le rivivi da fuori, attraverso un falso specchio, osservando l’erede.

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Lady Bird

C’è una gioia particolare nell’affrontare un genere o un filone consolidato, abbracciarne cliché, caratteri e situazioni e tirarne fuori qualcosa di completamente nuovo, personale, realmente filtrato attraverso il proprio sguardo, allo stesso tempo classico e mai visto prima. E c’è altrettanta gioia nel rispettare il genere a un livello più “puro”, senza mai rinnegarlo, mentre nel contempo lo si sfrutta come cavallo di Troia per parlare d’altro. Sono i momenti in cui si riesce a fare qualcosa di più, a raccontare davvero il mondo – o, meglio, la propria visione del mondo – senza rinunciare per un attimo a parlare con chi ti guarda in maniera onesta. La forza di Lady Bird, l’impatto incredibile che ha avuto, sta soprattutto lì, in questa sua carica dalla personalità netta, definita, travolgente, oltre che, certo, nel suo essere scritto, diretto e interpretato in maniera splendida e nel suo aver avuto il culo di beccare il momento giusto per manifestarsi al cinema (senza il quale non è detto che l’impatto sarebbe svanito, ma probabilmente si sarebbe diluito nel tempo).

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