Outspammiamo

Fra la scorsa settimana e questa, abbiamo pubblicato due nuovi podcast. Outcast Sound Sitter – Pape Edition è il primo appuntamento con Outcast Sound Shower (il nostro podcast dedicato alle colonne sonore dei videogiochi) in contumacia Babich. Ospite in studio: Pape. Lo trovate a questo indirizzo qua. Outcast Magazine #20, invece, è il ritorno post-ferie del podcast dedicato ai giochini giocati, registrato lunedì sera in una estenuante sessione da tre ore messa in piedi dopo essere rientrato a casa da un’estenuante sessione da quattro ore di Oktoberfest. Considerando che venti secondi prima di registrare ero seduto sulla tazza del cesso con le mani in faccia e la stanza che girava e non credevo di sopravvivere, beh, tutto sommato me la sono pure cavata, via. Lo trovate a questo indirizzo qui.

Non faccio promesse, ma mi sa che la prossima settimana registriamo cose. Forse.

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Oggi esce Resident Evil: Retribution

Oggi arriva al cinema in Italia il nuovo film del migliore degli Anderson, che io ho visto qua a Monaco di Baviera una settimana fa, appena uscito. Urge quindi segnalare per l’ennesima volta l’articolo più lungo che io abbia mai scritto e, soprattutto, la mia dotta dissertazione per l’appunto su Resident Evil: Retribution, pubblicata l’altro ieri su Outcast. Son cose importanti.

Purtroppo, fra la fine del Fantasy Filmfest e l’apertura di IGN Italia il blog m’è un po’ morto. Ma insomma, non è che sia una novità, è sempre andato a periodi.

Magic Mike balla, ma non a Cold Rock

Oggi escono in Italia un po’ di film, fra cui due di cui ho già scritto qua sul blog e che, come mio solito, segnalo. Mi verrebbe da dire che entrambi sono interessanti ma non del tutto riusciti. Ad ogni modo, si tratta di Magic Mike, del quale ho scritto a questo indirizzo qua, e I bambini di Cold Rock (o, se preferite The Tall Man), di cui ho scritto a quest’altro indirizzo qui.

Ieri sono andato a guardarmi il nuovo film del migliore degli Anderson, in 3D, circondato da tedeschi ubriachi. Ne scrivo la prossima settimana su Outcast. Nel frattempo, se interessa, trovate la mia sbrodolata su Paul William Scott Anderson a questo indirizzo qua.

Magic Mike

Magic Mike (USA, 2012)
di Steven Soderbergh
con Channing Tatum, Alex Pettyfer, Cody Horn, Matthew McConaughey

Magic Mike è un progetto fortemente voluto dal suo protagonista Channing “Collo” Tatum e ispirato alla sua esperienza come spogliarellista in quel di Tampa, Florida, alla tenerà età di diciannove anni. Non che il film racconti la sua storia, anzi, la sceneggiatura di Reid Carolin va probabilmente a parare da tutt’altra parte e del resto è anche un po’ adattata in corsa alle esigenze di casting. Ma insomma, è presumibile pensare che l’impressione di realismo che si respira nel riprodurre certi elementi di quel mondo, più che in un racconto tutto sommato ordinario negli sviluppi, sia anche figlia del contributo personale di Channing. Che, per inciso, bravo Channing, inizialmente voleva girare il film con Nicolas Winding Refn, ma poi s’è dovuto accontentare di Steven Soderbergh.

E cosa ne è venuto fuori? Ne è venuto fuori un film dai toni molto meno sbarazzini rispetto a quelli sbandierati nel trailer, che sì ha le gag e la struttura narrativa di una classica commedia americana, ma allo stesso tempo prova ad approcciare quel che racconta in maniera seria. Le scene di ballo, per esempio, sono belle, ben coreografate, ma non particolarmente spettacolarizzate dal lavoro di regia, o sulle musiche: sembra quasi di trovarsi lì, seduti nel locale in mezzo a decine di donne che danno di matto. E la storia di Adam (Alex Pettyfer), giovine traviato dal mondo dello spettacolo e dei soldi facili, per quanto banalotta, tutto sommato funziona perché ben scritta, così come è tratteggiato in maniera degna il rapporto fra Mike e Brooke (Cody Horn).

Magic Mike rimane però un film abbastanza ordinario. Gradevole, ma mai in grado di emozionare o decollare davvero. E questo nonostante degli spunti interessanti, nel dipingere le difficoltà umane che si nascondono dietro i riflettori, ci siano anche. Ma resta tutto freddo, distaccato, privo di mordente. E alla fine rimane in mente soprattutto uno strepitoso Matthew McConaughey, attore nel bel mezzo di una rinascita artistica sfolgorante, che qua si esibisce in una performance adorabile. Il suo Dallas è un personaggio a tanto così dalla macchietta, e invece McConaughey lo rende vivo, credibile, sensato, riuscendo a dare sostanza a mille momenti che in mano ad altri finirebbero per risultare ridicoli e basta.

Il film l’ho visto un mesetto fa e m’è venuto lo sghiribizzo di scriverne adesso perché in Italia esce domani. Matthew McConaughey, francamente, si meriterebbe la lingua originale in cui l’ho guardato qua a Monaco.

IGN, eccoci

Ok, ci siamo. Con calma, ché ieri ero veramente cotto e non in grado di intendere e di volere. È partito IGN Italia, con tutto il suo entusiasmo, con tutti i suoi problemi che ha e sicuramente avrà, con tutta la sua voglia di fare e di fare bene che certo non manca. Non voglio dilungarmi troppo, perché alla fine quel conta sta là sul sito, parla per i fatti suoi e dice da solo quel che ha da dire. Anche che fa cacare, eventualmente.

Fondamentalmente c’è solo una cosa che mi preme sottolineare: no, non è un sito prevalentemente tradotto dalla versione americana (e neanche da quella inglese). Ci sono contenuti tradotti? Certamente: li abbiamo a disposizione, sarebbe cretino non utilizzarli. Ma sono circoscritti alle categorie “uah, interessante questa roba che hanno fatto” e “uah, ottima questa esclusiva e/o questa copertura della tal cosa che altrimenti noi non faremmo e abbiamo l’opportunità di tradurre”. Insomma, cose, appunto, che sarebbe insensato non usare, anche perché la licenza su quei contenuti non è che ce l’abbiano regalata. Per il resto, IGN Italia è un sito italiano. Il che significa anche che, per dire, abbiamo al momento solo una ventina di recensioni. Però son tutte recensioni che ci siamo fatti noi, con le nostre manine, mettendoci la fazza e il sudore. Qualcosa, magari, conta. Magari no. Fate voi.

Ci sono sicuramente altre cose che volevo dire ma che non mi vengono in mente perché comunque cotto sono e cotto rimango. Aggiungo solo che chi eventualmente volesse leggere le robe che ho scritto per IGN e che sono già pubblicate dal lancio a fare da archivio, beh, le trova nel solito posto: lì in alto a destra —> Spam —> giopep su IGN. Le traduzioni non ce le metto, perché certamente ci aggiungo del mio, ma insomma, non è roba mia. Ma il resto c’è e ci sarà. Fine, era solo così per dire. Addio.

In tutto questo, Outcast continua ad esistere e – si spera – prosperare. È una cosa diversa, con intenzioni diverse, con uno stile diverso e con ambizioni diverse. Serenità.

Minestrone

Allora, un po’ di minestrone su cose simpatiche capitate nel mio nerdverso personale. Tanto per cominciare, segnaliamo l’evoluzione delle faccende di Joss Whedon in ambito Marvel. Il nostro amico ha infatti rilasciato una serie di dichiarazioni a questo simpatico sito chiamato Collider. Per esempio qua, dove parla del fatto che il suo ruolo nello sviluppo dei nuovi film Marvel non deve e non vuole essere quello del rompicoglioni che si presenta sul set a dire alla gente cosa fare (anche perché uno come Shane Black lo lascerei lavorare), che con The Avengers 2 vuole divertirsi a seminare ulteriore zizzania fra i personaggi, che il telefilm dedicato allo S.H.I.E.L.D. di cui sta preparando il pilota non mostrerà con particolare insistenza le facce note e si dedicherà a parlare di personaggi “normali” che vivono questa bizzarra situazione di fare il loro lavoro in un universo in cui esistono i supereroi. Che è sempre un’ottima premessa, e del resto io rimango sempre dell’idea che se realizzassero dei telefilm ispirati a Gotham Central (la serie a fumetti che racconta del dipartimento di polizia di quella certa città del pipistrello) o a Powers (la serie a fumetti bella) sarebbe una gran cosa.

A questo indirizzo qua, invece, sempre su Collider, il caro Joss racconta del fatto che il film Guardians of the Galaxy è in mano a James Gunn, che gli sembra un’idea sensazionale, che Gunn è matto e che lui sa come dare un senso persino a roba assurda tipo Rocket Raccoon. Io, di mio, dico solo che a James Gunn ci voglio bene e che Tromeo & Juliet, Slither, Super e Lollipop Chainsaw. Insomma, ♥.

“Clarence, oggi sono incazzato nero.”

Cominciano a spuntare robe più o meno dal set del remake di Robocop, una cosa che potenzialmente magari viene anche fuori fica e divertente, ma insomma, comunque, oh, i ricordi, i miti di quando ero bambino, Paul Fottuto Verhoeven, c’ho tristezza. Specie poi se penso al remake di Total Recall, che veramente una roba più moscia e inutile non si può pensare guarda ma del resto da Len Wiseman cosa ti aspetti e comunque magari devo anche scriverne. Ad ogni modo, eccolo qua, tutto ninja e nero, con il suo passo lento, si avvia verso un’uscita fissata ad agosto 2013. Con calma, quindi, come si conviene a Robocop. Segue virale dedicato alla Omnicorp, in cui si vede fra l’altro la nuova release di ED 209. In realtà il filmato ha due mesi, ma, oh, per qualche motivo m’è capitato davanti solo adesso.


Le prese per il culo di Verhoeven sono lontane anni luce, se ne intuisce veramente appena una punta, ma del resto non è che ci si possa aspettare qualcosa che ricordi anche solo vagamente il film originale, se non per due strizzatine d’occhio, qualche gomitata e un vaffanculo. Pace. Guardiamoci un paio di trailer.


Cloud Atlas. Continuo a non capirci una sega, continuo a volerlo guardare fortissimo. Roger Ebert l’ha visto al festival di Toronto e gli è esploso il cervello, come esprime abbastanza chiaramente a questo indirizzo qua. Io avrei comprato il libro su Kindle, ma ancora non l’ho attaccato. In Germania arriva a novembre, in Italia arriva l’anno prossimo. Attendiamo e speriamo, io ci credo.


E niente, continua a farmi impazzire di gioia, Zangief e il fantasmino sono meravigliosi, che altro vuoi dire? Ralph Spaccatutto, da tutte le nostre parti a dicembre.

Chiudiamo con il volere tantissimo bene al mondo moderno che butta i soldi nel cesso e offre oltre un milione e trecentomila dollari a Chris Avellone, Timothy Cain e Josh Sawyer per realizzare un nuovo RPG vecchio stile. Chiedevano un milione e centomila dollari, li han tirati su in qualcosa come un giorno o due. Senza parole, è tutto un tripudio di gioia e di ♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥

Ah, nelle scorse settimane abbiamo pubblicato un po’ di podcast che non ho segnalato e riassumo qui. Per la precisione Outcast Sound Shower #9, Outcast Sound Shower #10, Outcast Reportage: Colonia 2012Outcast: Chiacchiere Borderline #20 e Il Podcast del Tentacolo Viola #25. C’è appena stato il terzo compleanno di Outcast, non sia mai che resti indietro con lo spam.

Oggi esce Prometheus

Dai, c’è voluto un po’, ma alla fine Prometheus è arrivato anche in Italia. Figata, no? Io l’ho visto il mese scorso qua in Germania, non l’ho esattamente adorato ma mi è comunque piaciuto più di quanto temessi, come al solito segnalo di averne scritto a questo indirizzo qua.

Che poi, mi chiedo, si sentirà davvero il fattore “quelli che volevano vederlo l’han già recuperato per altre vie”, o in realtà in Italia cose del genere hanno un peso relativo?

I mercenari 2

The Expendables 2 (USA, 2012)
di Simon West
con Sylvester Stallone, Jason Statham, Jean-Claude Van Damme, Scott Adkins, Nan Yu, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews, Jet Li, Liam Hemsworth, Chuck Norris, Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger

The Expendables 2, purtroppo, qua in Germania è uscito con un paio di settimane di ritardo rispetto all’Italia, che oltretutto si sono trasformate in quattro perché al mio cinema di riferimento davano il Fantasy Filmfest. E quindi l’ho visto solo ieri. E quindi, francamente, non so neanche quanto senso abbia mettermi qui a scriverne. Non è passato tempo a sufficienza perché questo possa essere un post su un film “vecchio” recuperato in Blu-ray, ma è passato tempo a sufficienza perché ormai sia un post vecchio, tanto più che bene o male penso finirò per ripetere cose dette da altri. In particolare, cose dette da chi ha scritto la recensione giusta. Insomma, mi è piaciuto, mi è piaciuto da matti, mi sono divertito come un bimbo, mi sono divertito francamente più che col primo episodio, e le ragioni stanno sostanzialmente tutte in quell’elenco di nomi là sopra e nel modo in cui quegli attori sono stati usati. Sì, non è un grandissimo film, c’ha mille problemi e tutto quel che vi pare. Ma è, ancora una volta, esattamente quel che mi aspettavo, e tutto sommato, questa volta, perfino quel che speravo. Un film in cui questi mitici vecchietti si divertono a fare i coglioni, ci fanno l’occhiolino e mettono in scena un teatrino che non ci prova neanche più a fare il dramma crepuscolare e sbraca proprio a carte scoperte.

Simon West si limita a fare da balia, a cercare di tenere buoni un po’ tutti quanti come il Phil Jackson dei bei tempi e a dirigere come meglio può le scene d’azione. E non è che sia esattamente il regista più talentuoso del millennio, anzi, in buona parte delle sparatorie sembra veramente che sparino tutti in giro a caso, però riesce comunque a confezionare un avvio eccellente e, quando non deve tenere in piedi i vecchietti con centoventi stacchi di montaggio, ma può dedicarsi per esempio a Jason Statham, Scott Adkins e Jet Li, dirige anche un paio di combattimenti in cui si capisce bene quel che sta succedendo (mentre Stallone, nel primo episodio, non faceva capire una sega pure quando a menarsi erano, per l’appunto, Statham, Li e Gary Daniels). Anzi, la scena d’azione iniziale è veramente uno spacco furioso, roba da mettersi subito nello stato d’animo giusto, e concede anche a Jet Li il piacere di congedarsi facendo in cinque minuti più di quanto fosse riuscito a fare in tutto il precedente film. Per il resto, ancora una volta, questo è un film da un’ora e mezza abbondante in cui bisogna dare spazio a tutti, qualcuno finisce per forza in disparte e non ci si può certo aspettare grande attenzione alla psicologia dei personaggi. Anzi, diciamocelo, in quei dieci minuti centrali in cui a un certo punto si mettono a parlare di cose serie ci si annoia abbastanza.

Eppure, bene o male, fanno davvero tutti quel che devono, anche quelli che fanno proprio pochino perché il loro spazio l’avevano avuto due anni fa. Randy Couture e Terry Crews, per dire, non fanno praticamente nulla, ma il primo rimane adorabile e ha una fra le migliori battute del film (“Retards”), mentre il secondo, beh, fa lo scemo. Dolph Lundgren è simbolo dell’impostazione da meta-cazzata, con il suo personaggio intelligentissimo e  über laureato ma dedito a tirar mazzate tanto quanto l’attore che lo interpreta. Nan Yu non dà fastidio. Liam Hemsworth, essendo l’unico in grado di parlare senza impappinarsi, ha l’ingrato compito di sostituire il monologo di Mickey Rourke, e fa pietà, ma per il resto funziona, ubbidisce come un cagnolino e soprattutto, spoiler, finisce per fare esattamente quel che deve fare. Scott Adkins, a proposito di fare quel che si deve e si sa fare, smette per fortuna i panni di quello che vuole imparare a recitare per fare l’eroe ganzo e sostanzialmente interpreta Boyka: russo, incazzato, cattivissimo in una maniera brutale come solo negli anni Ottanta ne vedevamo. Bruce e Arnold fanno quello che sanno fare meglio: il primo si diverte e fa il sarcastico, il secondo apre bocca unicamente per dir cazzate, come solo lui sa fare. Alla lunga, le battute di Schwarzy arrivano anche a stancare un po’, ma si riprende alla grandissima con le sue ultime parole (“Like us”), che davvero ritraggono il meglio possibile tutto il teatrino e ti fanno uscire dalla sala col sorriso stampato in faccia. Chuck Norris, beh, un po’ spiace che l’atleta e il personaggio che era siano svaniti nel tempo, ma tutto sommato ci sta, che a settant’anni, quando se alza una gamba finisce sulla sedia a rotelle, faccia il vecchietto piacione che interpreta il personaggio dei Chuck Norris Facts da lui adorati. E poi, quando lancia un tizio fuori dalla finestra e poi per sicurezza gli spara anche, due volte, ho avuto un sussulto. Stallone e Statham, infine, riprendono il loro battibeccare in stile Casa Vianello e tengono tutto assieme con gran stile, riservandosi lo scontro coi due super cattivi. A proposito, Van Damme, incredibile, ce la mette tutta e sfrutta come meglio non si potrebbe lo scarso minutaggio, regalando un cattivo di quelli buffi e sopra le righe, che veramente ti viene voglia di alzarti e correre ad abbracciarlo.

Insomma, The Expendables 2 è una divertente, adorabile stronzata, ed è esattamente la stronzata che era lecito attendersi da un film col casting fatto su Twitter e il cui quid – evidente già dai trailer, fra portiere sradicate in stile Commando e minchiate varie – sta in un gruppo di scemi che si perculano citandosi a vicenda le battute dei rispettivi film. Oltretutto c’è anche un discreto lavoro per intenditori e, dietro a cose ovvie come Willis che dice a Schwarzenegger “I’m back” e si sente rispondere “Yippie ki-yay”, si trovano citazioni ben più dedicate agli appassionati. Il tono è di totale e divertita cialtronata, fra Dolph Lundgren che fatica palesemente a trattenere le risate quando Stallone cita il suo “Rest in pieces” e Norris che, nel bordello finale, appare e scompare come se fosse photoshoppato sulla pellicola, infilandosi in punti a caso tipo smart bomb. E va bene così, è giusto così e tanti saluti. Anche perché poi, alla fin fine, io mi sono rilassato e divertito in compagnia dei nonnetti per un’ora e quaranta, ho goduto fortissimo su certe improvvise esplosioni di carica brutale e ho provato quei brividi giusti in quei momenti giusti. Quando Bruce e Sly si fanno le facce brutte all’inizio in penombra. Quando Bruce, Sly e Arnie sono lì, in piedi, assieme, che fanno saltare tutto per aria. Quando Jason e Scott si trovano di fronte e cominciano a prendersi fortissimo a calci. Quando poi alla fine, finalmente, Sly e Jean-Claude si picchiano fortissimo. E d’accordo, non c’è un singolo combattimento del livello delle mazzate fortissime fra Stallone e Steve Austin nel primo film, ma non si può mica avere tutto. Anche perché quel che ho avuto è esattamente quel che volevo. E tutto sommato, sì, sarebbe stato carino vedere questa gente tutta assieme quando avevano ancora le gambe per stare in piedi, invece che adesso, quando il più giovane va per i quaranta e ha pure alle spalle un infortunio che lo limita, ma allo stesso tempo no, perché sarebbe stata una cosa completamente diversa. Perché sono i ricordi, il mito e i vent’anni di attesa, a farti venire i brividi quando quegli omoni si guardano negli occhi.

Il film l’ho visto qua a Monaco, in lingua originale, e vale lo stesso discorso del primo episodio: ci sono solo attori “foreign” che non sanno parlare bene in ammerigano, attori che sanno parlare bene in ammerigano ma sbiascicano apposta, attori britannici, attori britannici che fanno apposta l’accento russo e Sylvester Stallone. Non si capisce un cazzo. Va però detto che, essendo questo seguito così basato su citazioni di frasi storiche assortite, probabilmente alcune cose con la traduzione si perdono. Ma d’altra parte il giocattolo è rotto in partenza, dato che l’impatto di buona parte di quelle frasi era andato perso già nei film originali.

Cleanskin

Cleanskin (GB, 2012)
di Hadi Hajaig
con Sean Bean, Abhin Galeya, Tom Burke, Charlotte Rampling, Tuppence Middleton, Michelle Ryan

La cosa affascinante di guardare un film con protagonista Sean Bean, in cui oltretutto interpreta una specie di antieroe che bene o male neanche sarebbe tanto strano veder schiattare, è che sei talmente abituato a vedere Sean Bean morire in qualsiasi cosa faccia che tutto sommato ci credi, che alla fine l’eroe, il protagonista, potrebbe rimanerci secco. Anzi, a un certo punto ti viene pure il dubbio che, ecco, ci siamo, in questa scena muore e da qui in poi andiamo avanti seguendo le vicende del coprotagonista. È bizzarro, ma è appassionante e ti mette sicuramente in uno stato d’animo diverso rispetto a quando guardi un film che ha per protagonista, che ne so, Tom Cruise.

Al di là di queste scemenze, comunque, Cleanskin è un film interessante. Uno di quei film che provano a dipingerti il mondo completamente in grigio, tutto sfumature di mezzo, raccontandoti che non c’è divisione netta fra bene e male, che i “buoni” c’hanno un sacco di marcio dentro e che i “cattivi” sono in fondo brave persone. Si racconta di terrorismo islamico nella cara vecchia Inghilterra e si esplorano sia le zozzerie commesse dai servizi segreti, sia le motivazioni dietro ai giovini che decidono di farsi saltare per aria per la causa. Non è esattamente un racconto ricco e profondo, ma è un thriller ruvido e viscerale, con un paio di sequenze piuttosto coinvolgenti e che affascina bene o male fino alla fine.

Certo, la storia d’amore  è un po’ tanto caramellosa (ma va bene perché Tuppence Middleton è un po’ tanto carina) e in generale c’è l’impressione di un film che se ne resta troppo di mezzo in tutto, senza voler essere genere fino in fondo, senza voler puntare sul dramma quanto potrebbe, senza insomma affondare il coltello fino al manico. Eppure le idee non mancano, Hajaig si gioca anche la carta sempre efficace di mostrarti una faccia nota per farti pensare che sarà un personaggio importante e poi ammazzartela all’improvviso a inizio film, e tutto sommato la natura da piccola produzione riesce a dare al tutto una sua personalità che tanti altri film più roboanti, e magari anche più riusciti, non hanno.

Mi pare di capire che nei pesi anglofoni il film si sia fatto un giro anonimo nelle sale e abbia poi velocemente raggiunto il mercato dell’home video. Affascinante, comunque, che IMDB riporti la data di uscita di ieri negli USA, considerando che si tratta di un film sul terrorismo. Comunque è l’ultimo film che ho visto al Fantasy Filmfest. C’era in realtà anche l’interessantissimo Doomsday Book, film coreano a episodi con nomi di peso dietro la macchina da presa, ma c’hanno avuto casini coi sottotitoli e ho dovuto mollare il colpo. Pace, diciannove film in nove giorni, ho fatto di peggio.

Universal Soldier: Il giorno del giudizio

Universal Soldier: Day of Reckoning (USA, 2012)
di John Hyams
con Scott Adkins, Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren, Andrei Arlovski, Mariah Bonner

Tanto quanto il precedente Universal Soldier: Regeneration, questo quarto episodio della serie dall’andamento più improbabile della storia si apre con un pezzo di bravura che in un colpo solo ricorda a tutti il talento di John Hyams e il tono sconsolato, cupo e sanguinario che la saga ha ormai imboccato. Tutto il prologo è un piano sequenza in prima persona, attraverso gli occhi di un impotente Scott Adkins che viene ridotto ai minimi termini a bastonate in faccia ed è costretto ad assistere all’esecuzione della sua famiglia. L’unico elemento non del tutto riuscito della sequenza è dato da Van Damme, che pure se la cava a fare lo sguardo della macchina umana ormai andata completamente alle cozze, ma in versione pelata fa davvero venire un po’ troppo in mente Silvio Berlusconi. Rimane comunque un grande inizio, sorprendente, che stabilisce un tono e un’atmosfera ben lontani da quel che ti aspetteresti da un film del genere, soprattutto visto come Day of Reckoning si presenta nel trailer (ma era accaduto lo stesso con Regeneration). E che porta avanti la storia di Luc Deveraux in una maniera un po’ bislacca, tutto sommato più coerente del solito con quanto visto prima, ma con anche diverse premesse date per scontate su cui sorvoliamo perché alla fine anche chissenefrega.

Sbrigata la pratica del prologo virtuoso, il film di John Hyams prosegue mostrando la stessa ambizione di tre anni fa, la stessa voglia di raccontare una lettura realistica, violenta, senza compromessi delle idee alla base di Universal Soldier, gli stessi inevitabili problemi quando qua e là si sfiora il ridicolo, lo stesso apprezzabile coraggio. Anzi, volendo, anche una punta di coraggio in più, perché qua si abbandonano la bellissima, ma “facile”, ambientazione evocativa del precedente episodio e quella fotografia sporca per spostarsi, tolto il finale, in luoghi più solari, comuni e meno comodi per ottenere il giusto mood. Inoltre ci si affida in toto a Scott Adkins, che deve reggere da solo il peso di un protagonista tormentato e, poverino, si vede che si impegna, ma fa davvero fatica e alla fine convince solo quando può scatenarsi fra piroette e mazzate. Ed è un po’ un peccato, perché Hyams fa di tutto per far funzionare anche i momenti più improbabili, e spesso ci riesce, ma quando poi deve insistere sul primo piano di uno che recita proprio come il Van Damme di vent’anni fa, o forse anche peggio, eh, si fa fatica.

Eppure, nonostante i suoi limiti, Day of Reckoning rimane un film interessante, perché porta avanti ed estremizza i discorsi del precedente episodio, trattando gli Universal Soldier come creature sfruttate e abusate dal governo, parlando – grossolanamente, ma con belle intenzioni – di libero arbitrio e identità personale, chiudendo il percorso umano di Luc Deveraux in una maniera incredibilmente surreale e ambiziosa, anche se magari un po’ troppo ambiziosa, con quel suo trasformare Van Damme in una specie di colonnello Kurtz. Inoltre, continua ad essere un film che si prende i suoi tempi e si concede il lusso di raccontare quel che vuole inserendo l’azione solo nei momenti adatti. E quando lo fa, quando lascia spazio ai calci in faccia, riesce ad essere viscerale, violento, esaltante e pure un po’ vezzoso, con quel lungo piano sequenza (palesemente pieno di tagli al buio, but still) in cui Adkins fa a pezzi tutti i suoi avversari infilandosi nella base finale. E sono pure divertenti le mazzate con il trio Arlovski/Lundgren/Van Damme.

L’ho visto al Fantasy Filmfest qua a Monaco e vedo su IMDB che fra ottobre e novembre uscirà in un po’ di posticcioli in giro per il mondo. L’arrivo in Italia immagino dipenda anche da quanto ha incassato il terzo film, che era uscito al cinema pur essendo un direct-to-video, e vai a sapere. Questo, comunque, è pensato per il cinema ed è in 3D, anche se non è esattamente un uso del 3D di quelli che salti dalla sedia e dici “poffarbacco!”.