Archivi tag: Elio Germano

Suburra

Suburra (Italia, 2015)
di Stefano Sollima
con Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola

Mentre guardavo Suburra, continuavo a pensare a Heat. Ma quasi ininterrottamente, eh! Ogni volta che quella colonna sonora un po’ invadente attaccava a spingere per sottolineare la forza di questo e quel momento, mi venivano in mente le scene con Robert De Niro che osserva il vuoto riflettendo sui suoi peccati accompagnato da note (che ricordo) abbastanza simili. Ogni volta che due personaggi si sedevano a un tavolino per chiacchierare guardandosi storto, mi veniva in mente quell’unica volta in cui lo fanno Bob e Al. Sulla (bella) sparatoria al centro commerciale, m’è venuta in mente la (meravigliosa) sparatoria in Figueroa. Ora, intendiamoci, magari sono io che sovrappongo perché Heat è uno fra i miei film preferiti di uno fra i miei registi preferiti, ma insomma, intanto accadeva. E, tutto sommato, con tutti i se e i ma di questo mondo, non rabbrividivo all’idea. Hai detto niente.

Continua a leggere Suburra

Annunci

Cannes 2007

Edizione in formato estremamente ridotto per gli Addams, complici il fatto che potevamo frequentare solo gli spettacoli serali, l’improvvida scelta di andare all’Heineken Jammin’ Festival e lo scazzo che mi ha portato a pisciare gli spettacoli pomeridiani anche di domenica. Comunque, questi sono gli otto film che ho visto:

Concorso
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamani si 2 zile) (Romania)
di Cristian Mungiu
con Laura Vasiliu, Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Alexandru Potoceanu
Palma d’oro

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è il primo episodio del progetto Ricordi dell’età dell’oro, che mira a raccontare il comunismo in Romania tramite le (più o meno) leggende urbane e le persone comuni che le vivevano da protagonisti. In questo caso si parla di aborto clandestino, e lo si fa con un taglio estremamente verace, terra terra, tutto puntato alla visione in prima persona della protagonista (la compagna di stanza di una ragazza che si sottopone ad aborto). Mungiu segue il personaggio “selezionato” e ci racconta una storia cruda, crudele, angosciante, dal suo solo punto di vista. Lo spettatore si trova così a seguirla nella sua triste e insopportabile giornata, vivendo con lei l’angoscia di non sapere cosa succede alla sua amica. Il film è ben raccontato, soprattutto grazie a dialoghi molto credibili nella loro sciatta banalità, ma – esattamente come il cinema dei Dardenne a cui molti l’han paragonato – non è proprio il mio genere. Detto questo, vado forse un po’ controcorrente, ma dico che preferisco di gran lunga questo a L’enfant (Palma d’oro a Cannes 2005).

Un Certain Régard
Il viaggio del palloncino rosso (Le voyage du ballon rouge) (Francia/Taiwan)
di Hou Hsiao Haien
con Juliette Binoche, Simon Iteanu, Fang Song

Ok, lo ammetto, ho capito come buttava nel giro di dieci minuti, ho appoggiato la testa sulla spalla della Rumi e mi sono addormentato. Quando ho riaperto gli occhi era passata quasi un’ora, eppure nel film doveva ancora succedere qualcosa. Non ci posso fare niente, a me non interessa guardare due ore di gente che si fa i cazzi suoi, in casa, senza che accada non dico qualcosa di interessante, ma anche solo qualcosa. E Juliette Binoche non sta invecchiando bene. Eppure ‘sto film su imdb ha già una media bella alta (certo, su nemmeno venti votanti). Bah…

Quinzaine des Réalisateurs
Smiley Face (USA)
di Gregg Araki
con Anna Faris, Danny Masterson, Adam Brody

Tre anni dopo lo splendido Mysterious Skin, Gregg Araki torna alla ribalta con un filmetto divertente, una scemenzuola che racconta la giornata di una ragazza fatta, strafatta e fattissima e le mille disavventure che le possono capitare se, per sbaglio, finisce per essere mostruosamente più fatta del solito. La mano di Araki c’è, nell’uso dei colori, nella capacità di mettere assieme immagini evocative anche mentre racconta una fesseria del genere, ma il film è davvero poco più che un divertissement. Esilarante per una buona mezzora, alla lunga mostra un po’ la corda, anche se fino all’ultimo secondo riesce a tirare fuori qualche trovata davvero gustosa. E, mi dicono, sotto certi aspetti è davvero realistico.

Concorso
Lo scafandro e il papillon (Le scaphandre et le papillon) (Francia/USA)
di Julian Schnabel
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
Premio per la miglior regia

Sette anni dopo l’interessante Prima che sia notte (Venezia 2000), Schnabel ritorna con una bella prova di regia, davvero giustamente premiata. Lo scafandro e il papillon racconta della malattia di Jean-Dominique Bauby, editor di successo della rivista francese Elle, che a quarantacinque anni subisce gli effetti di un improvviso e devastante attacco, capace di punirlo con una paralisi quasi totale. Da quel giorno in poi, Bauby potrà muovere solo l’occhio sinistro, che imparerà a usare per comunicare col mondo e, addirittura, scrivere un libro che racconti la sua esperienza (e da cui è tratto il film). Schnabel racconta una discreta fetta di storia in prima persona, mostrandoci gli eventi tramite lo sguardo del protagonista, con un risultato straniante, certo imperfetto per i limiti del mezzo, ma incredibilmente efficace. E anche nel momento in cui decide di abbandonare l’esercizio di stile, confeziona un film notevole per asciuttezza, coinvolgimento, capacità di colpire dritto al bersaglio senza scivolare nel patetismo.

Concorso
We Own the Night (USA)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall

James Gray “nasce” registicamente nel 1994 con Little Odessa, un film sulla mafia russa che non ho mai visto, ma che ricordo molto celebrato. Passano sei anni e dirige The Yards, con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix, anche quello mai visto dal sottoscritto. Passano altri sei anni (facciamo sette) e dirige un film sulla mafia russa con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix. Un regista versatile, attivissimo e pieno di idee, insomma. Comunque, We Own the Night sembra un film scritto dal fratello scemo di Martin Scorsese (un po’ come gli ultimi di Martin Scorsese) e diretto dal cugino stordito di Martin Scorsese (e questo, via, non si può proprio dire neanche degli ultimi, di Martin Scorsese). Un’epica (ma dove?), commovente (ma quando?), emozionante (certo, come no) e avvincente (ma per favore) storia di mafia, polizia, infiltrati, tradimenti, controtradimenti, amori, droga, amicizie, famiglia. Una regia a tratti imbarazzante e a tratti, per esempio con l’inseguimento in macchina, inspiegabilmente splendida. E nient’altro, al di là di Joaquin Phoenix che infila la mano nelle mutande di Eva Mendes.

Concorso
Persépolis (Francia)
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
con le voci di Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian
Premio della giuria

Tratto dallo splendido e omonimo fumetto, Persépolis racconta in prima persona la vita dell’autrice Marjane Satrapi, divisa fra Francia e Iran, desideri e speranze da adolescente qualunque e difficile realtà della vita in un paese in guerra, affetto per la propria famiglia e ricerca dell’amore. Un racconto delizioso, ironico, graffiante, molto fantasioso e allo stesso tempo tremendamente ancorato alla realtà. L’edizione animata è fedelissima al fumetto per tratto, atmosfere e spirito, pur concedendo ovviamente qualcosa sul piano narrativo nel passaggio dalle centinaia di pagine alla novantina di minuti.

Un Certain Régard
Mio fratello è figlio unico (Italia)
di Daniele Luchetti
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Diane Fleri

Di Luchetti in passato ho visto solo La scuola e, dopo una dozzina d’anni, devo dire che ne conservo ancora un buon ricordo. Così come penso conserverò un buon ricordo di questo ennesimo racconto di formazione, che esplora la vita di un ragazzo tirato dentro il caos ideologico, politico, sociale degli anni sessanta e settanta. Il rapporto col fratello attivista di sinistra e con la famiglia tutta, la scoperta dell’amore, l’indecisione ideologica e tutti i soliti argomenti trattati da questo genere di film. Nulla di nuovo e, soprattutto, nulla di particolarmente coraggioso, senza particolari idee o prese di posizione. Ma un film piacevole, divertente, che scorre via e merita la visione anche solo per le belle prove di Angela Finocchiaro e di uno strepitoso Elio Germano (che, diciamocelo, caga in testa al pur efficace Scamarcio).

Concorso
Paranoid Park (Francia/USA)
di Gus Van Sant
con Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen
Premio speciale per il 60° anniversario a Gus Van Sant

Gus Van Sant, c’è poco da fare, non è proprio nelle mie corde. E la cosa è tanto più evidente se penso che l’unico suo film (dei pochi che ho visto, va detto) ad avermi davvero soddisfatto è Good Will Hunting, quello probabilmente meno “suo” e più marchettaro. Comunque, con Paranoid Park siamo anni luce sopra a quella roba insopportabile di Last Days, vista sempre a Cannes due anni fa. Perlomeno c’è un personaggio con un minimo accenno di spessore, c’è una vicenda vagamente interessante, ci sono delle trovate di regia che sembrano avere senso. Epperò c’è anche la solita, insopportabile, sensazione che se ne potesse tirar fuori un mediometraggio, invece di un’ora e mezza che pesa come quattro. E poi, c’era davvero bisogno di menarsela con l’ennesimo film dalla scansione temporale scombinata, per raccontare di questo ragazzino sminchiato e sminchiatello, primattore in una tragedia da bassa periferia americana? No, perché cosa sia realmente accaduto lo si capisce dopo cinque minuti, e a quel punto il racconto incasinato serve solo a rompere i coglioni.

Che ne sarà di noi


“VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ DEVI CAPIRE MI DEVI ASCOLTARE ASCOLTAMI CAZZO VAFFANCULO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ CAZZO VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA”

Che ne sarà di noi (Italia, 2004)
di
Giovanni Veronesi
con
Silvio Muccino, Giuseppe Sanfelice, Elio Germano, Violante Placido

Il trio di stronzi che ne L’ultimo bacio voleva fuggire ha finalmente l’occasione di fuggire. E noi abbiamo l’occasione di scoprire quali fantastiche persone essi siano: un cretino completo a cui piace riempirsi la bocca di cazzate “importanti”, uno stronzetto presuntuoso che alla fine raggiungerà la catarsi mistica e un povero sfigato che ha bisogno di crescere e sembra il figlio illegittimo di Massimo Conti de I ragazzi della terza C.

In realtà non è proprio lo stesso trio di personaggi, ma spiritualmente ci andiamo molto vicino, così come vicino è il tipo di film: un racconto urlato, biascicato, impacciato, delle emozioni e dei turbamenti “veri” dell’italiano medio. Anzi, in questo caso, del ragazzo italiano medio. Rispetto alle pellicole di Gabriele Muccino, comunque, c’è un’altra grossa differenza, ed è da far cadere le palle. Il dilettantismo di Veronesi – e dei suoi collaboratori, immagino – è ammorbante, con una messa in scena a dir poco raffazzonata e una cronica incapacità di fare con la macchina da presa qualsiasi cosa che non sia la svolazzata poetica verso l’orizzonte o il movimento circolare su un monologo di Muccino.

Non Gabriele, però, ma Silvio, co-autore della sceneggiatura, che sembra essere rimasto quello di sette anni fa: in bocca ai personaggi di Che ne sarà di noi mette le stesse parole di Come te nessuno mai, ma i cinque anni di differenza nell’età di chi le pronuncia fanno un effetto un po’ diverso. Ma fosse solo quello si sopporterebbe anche, se non altro perché la sceneggiatura – pur banale e stereotipatissima – è comunque scorrevole e a tratti divertente. Il problema vero è la mania di protagonismo del Muccino, che si mette al centro dell’azione per tutto il film, ingombrando la scena ogni cinque minuti con un fantastico monologo in cui urla solo banalità e scemenze a raffica.

E non bastasse tutto questo, c’è anche la voglia di fare il film d’autore, di non limitarsi alla simpatica commedia, ma di buttarci dentro lo sbroffo di poesia. E allora vai con un motivetto azzeccato come tema musicale, da tirare fuori ogni tanto a caso per smuovere il sentimento. E vai con la voce interiore dei protagonisti, con tanto di pausa drammatica a metà di una frase quando uno di loro – Muccino, of course – recita il titolo del film. E vai di inutile, insignificante sciacquetta che segue a margine gli eventi, ammorbandoci con le sue considerazioni, ancora, poetiche e filosofiche.

Non orrendo, solo disarmante.