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Inside Man


Inside Man (USA, 2006)
di Spike Lee
con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe, Chiwetel Ejiofor

Dopo il deludente Lei mi odia, Spike Lee sceglie di realizzare il classico progetto su commissione (probabilmente stipendiato da una qualche lobby ebraica) e si getta nel fantastico mondo delle rapine in banca. Con in mano una stella emergente come Clive Owen e l’affezionato gigione Denzel Washington, dal regista newyorchese sarebbe lecito attendersi un efficace blockbuster. Il problema, però, è che Lee non affronta il progetto con la giusta umiltà e sembra quasi ostentare un certo disprezzo per ciò che sta facendo.

Inside Man funziona abbastanza bene grazie alla buona sceneggiatura e alle ottime prove dei due protagonisti, ma soffre un po’ la voglia di “firmare” a tutti i costi ostentata da Lee. Il monologhino verso la macchina da presa, la solita immagine del personaggio che si muove senza camminare, le battutine sul melting pot… tutti momenti un po’ fuori posto, fini a loro stessi, quasi buttati lì solo per far contenti i fan che si bevono qualsiasi cosa Spike Lee partorisca.

Più in generale il film paga una parte centrale in cui il racconto stenta un po’ e tende a girare su se stesso, con una regia e una colonna sonora troppo didascaliche, qualche trovata narrativa improbabile, facili moraline e inserti di pubblicità progresso che lasciano davvero il tempo che trovano. Un film piacevole, ma che non ha l’onestà intellettuale di limitarsi ad essere puro “entertainment”.

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Syriana


Syriana (USA, 2005)
di
Stephen Gaghan
con
George Clooney, Matt Damon, Jeffrey Wright, Alexander Siddig, Christopher Plummer, Chris Cooper, Amanda Peet

Ennesima produzione della famigerata cricca cui fa capo il duo Clooney/Soderbergh, Syriana è un film politico e di denuncia, per certi versi simile a The Constant Gardener, visto all’ultimo Festival di Venezia. Rispetto alla pellicola di Meirelles, però, quella di Stephen Gaghan sceglie un approccio meno macchiettistico e patinato, con uno stile visivo e delle scelte di narrazione maggiormente ancorate alla realtà. Non ci sono buoni e cattivi, ma solo una lunga serie di macchie grigie, che si agitano su uno sfondo rosso sangue.

Gaghan porta avanti un racconto estremamente stratificato, con almeno tre storie parallele e tante piccole ulteriori linee narrative che vanno a intrecciarsi. In comune, oltre al tema, c’è la moralità dubbia dei personaggi. Anche i ruoli interpretati da George Clooney e Matt Damon, che sulla carta dovrebbero essere i personaggi positivi cui affezionarsi, finiscono offuscati dalle loro scelte di vita.

Questa neutralità, questo non voler cedere ai classici compromessi del cinema popolare, rende senza dubbio Syriana un film atipico e riuscito nei suoi intenti di denuncia. A perderne, forse, è il potenziale drammatico, enorme per quelli che sono gli eventi e i temi, ma allo stesso tempo estremamente debole per l’impossibilità di trovare un punto d’immedesimazione e per la complessità del racconto.

La narrazione è estremamente lenta, rarefatta e le tante storie si intersecano in maniera frammentaria, rendendo fra l’altro non facile seguirne il filo conduttore. L’ottima sceneggiatura e la regia essenziale svolgono però un lavoro eccellente e alla fine il quadro completo risulta chiaro e di semplice interpretazione. Notevoli anche tutti gli attori, dall’affascinante Amanda Peet all’intenso Matt Damon, dal simpatico dottor Bashir a un Clooney mai così dimesso e per nulla gigione, capace perfino di limitare a una sola apparizione iniziale il suo solito tic “testa basculante inclinata di lato”.

In tutto questo, però, manca come detto quasi completamente il coinvolgimento emotivo, il melodramma, il “cinema” vero e proprio. Sorge quindi spontaneo il dubbio: pur con tutti i suoi meriti in ottica divulgativa, è Syriana buon cinema? Sarebbe stato giusto concedere qualcosa sul piano narrativo per ottenere un film magari meno incisivo ma dal maggiore impatto drammatico?