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Madre!

La prima fase del rapporto con Madre! è quella in cui non sai bene cosa aspettarti. Il trailer te lo vende come una specie di Rosemary’s Baby con Jennifer Lawrence, Michelle Pfeiffer, Javier Bardem ed Ed Harris, diretto da Darren Aronofsky. Che, insomma, è una prospettiva quantomeno intrigante. Solo che la gente te ne parla come di una roba assurda, bellissima o bruttissima, che sbarella le carte in tavola e parte per la tangente. Del resto, oh, sappiamo cosa ha diretto Aronofsky prima di arrivare qui. E quindi? E quindi, per chi si trova in questa fase del rapporto e vuole un’opinione sul film senza saperne di più, possiamo dire che Madre! è – come talvolta accade con Aronofsky – un thriller non thriller, un film che sfrutta cliché e convenzioni del cinema di paura per mettere addosso inquietudine mentre sta comunque facendo sostanzialmente altro. Secondo me merita, ma merita per motivi che non sono quelli del thriller chiuso in casa e stanno piuttosto in una mezz’ora finale completamente folle, splendida ma capace di far incazzare col turbo. Chi non vuole sapere altro può fermarsi qui, anche se nel secondo paragrafo non svelo poi molto altro.

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Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Son passati quasi quindici anni dall’uscita del primo film con Johnny Depp travestito da pirata sbronzo, è da poco arrivato il quinto, tira aria di nuova trilogia e, come spesso accade in questi casi, sento il bisogno di cominciare mettendo le mani avanti, con due o tre premesse, per spiegare da dove parto. Anche perché, mi pare di capire, parto da una posizione non proprio allineata col sentire comune. Tipo: ricordo con decisamente più amore il secondo e il terzo film di Gore Verbinski rispetto al primo, che trovai simpatico ma un po’ impacciato e barbosso sulla distanza. Dei due successivi, invece, soprattutto del terzo, ricordo con grande affetto il buttarla completamente per aria sul piano visivo, che me li fece amare non poco, pur riconoscendone una certa pesantezza a livello di scrittura. Ma, oh, li ho visti tutti solo una volta, non ricordo altro. Il quarto, invece, l’ho visto una settimana fa e quasi vomito. Zero invenzioni visive, Jack Sparrow elevato a unico protagonista insopportabile, del tutto scomparsa la capacità con cui Verbinski spinge il PG13 ai suoi limiti e spazio solo alle (quindi pesantissime) bambinate, Ian McShane totalmente sprecato e quasi insignificante (e ce ne vuole, d’impegno, per disinnescare uno con quella personalità). Quindi, a chi mi dice che il nuovo episodio è forse il migliore dopo il primo, io rispondo “Uhm… boh? Sicuramente è meglio del quarto.”

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Non è un paese per vecchi

No Country For Old Men (USA, 2007)
di Ethan & Joel Coen
con Josh Brolin, Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Kelly Macdonald, Woody Harrelson

È Non è un paese per vecchi uno dei migliori film dei fratelli Cohen? Hai voglia, qua stiamo dalle parti di Fargo e L’uomo che non c’era. Da quelle parti, un po’ sopra, un po’ sotto, un po’ attorno. È No country for old men uno dei migliori film degli ultimi due o tre anni? Ma sì, suvvia, anche se si fa in fretta a smentirmi, con tutti i pezzi da novanta che mi sono perso per strada. È l’ultimo dei due fighetti dal Minnesota un film capace di piacermi tanto ma tanto ma tanto? Uhm.

Oddio, sì, per carità, assolutamente sì. Sì perché – caspita – come fa a non piacermi tanto ma tanto ma tanto una roba diretta in questo modo? Con questa cura, questa strabordante e avvolgente capacità di trascinarti dentro. Con quel dialogo micidiale fra Bardem e il vecchio alla stazione di servizio, con un Josh Brolin che ti chiedi in quale caspita di angolo fosse nascosto fino all’altro ieri, con quell’incredibile bravura nel camminare in equilibrio perfetto sul filo che separa il dramma, il thriller, la satira, il racconto morale. Con Tommy Lee Jones, fra l’altro, che ormai me lo fa venire duro pure se si mette a leggere la lista della spesa.

Eppoi io ho sempre un po’ di stima per chi si prende il rischio di sfottere lo spettatore, per chi trascorre due ore montando badilate di materiale, di tensione, di voglia, di lancinante trasporto, e poi ti frega non dandoti neanche un briciolo di soddisfazione. Soprattutto perché m’hanno fregato per davvero, stavolta. Ci son rimasto male, proprio, a vedermi negato il confronto finale, e solo col senno di poi sono riuscito ad apprezzare la cosa. Anche perché, diciamocelo, la cazzata vera viene dopo, in quel dialogo fra Tommy e l’altro vecchio, quell’insostenibile spiega che mi deve fare il sottotitolo e la didascalia, mi deve dire il cosa, il perché e il percome. E che due palle!

Soprattutto quando poi la spiega mi arriva assieme a tre o quattro finali messi uno dietro l’altro, che se c’è una cosa che mi uccide lo spirito e mi ammazza i coglioni sono i film con diciottomila finali. Oh, poi magari è colpa del doppiaggio, e se me lo vedo in originale Tommy Lee me lo fa venire duro anche in quella parte. E d’altronde, se è vero che il finale è quello che ti ricordi uscendo dalla sala, è vero anche che due mesi dopo pensi, che so, a Brolin che aspetta Bardem seduto sul letto, ai cani incazzati che si gettano nel fiume, all’inseguimento notturno fra le macchine. A quelle cose lì, e volendo pure alle riflessioni che ci stanno sotto, che son belle, ricche e profonde, anche se magari era meglio non spiattellarmele in maniera tanto didascalica. Insomma, non mi ha fatto impazzire, ok, ma avercene, di film così, ci mancherebbe!