Looper – In fuga dal passato

Looper (USA, 2012)
di Rian Johnson
con Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis, Emily Blunt, Jeff Daniels

Il problema di realizzare un film in cui c’è Bruce Willis vecchio, stanco, a tratti con una pettinatura improbabile, che torna indietro dal futuro per impedire qualcosa, è che finisci per attirare paragoni piuttosto scomodi con un altro film in cui succedono bene o male le stesse cose. Chiaramente, però, quando dal paragone non ne esci preso a schiaffi, la cosa smette di essere un problema. Diventa anzi un vantaggio. Ecco, il bello di Looper, al di là del suo essere già finito in quel carosello di complimenti senza fine che piano piano si tramutano in rivalutazioni verso il basso e “ehi, ma guardate che non è così bello” assortiti, sta fondamentalmente in questo: lo metti a confronto con tanti altri bei film di fantascienza, con tutta questa rinascita della fantascienza solida, intelligente, originale e recente che risponde ai nomi di Neill Blomkamp, Gareth Edwards, Duncan Jones e compagni, e non sfigura, anzi, ne viene fuori proprio bene.

Perché Looper, senza voler fare classifiche, è quella cosa lì: un bel film di fantascienza, intelligente, appassionante, che prova a fare cose un pochino fuori dagli schemi, si concede qualche libertà, qualche scena dura, perfino un finale coraggioso che in produzioni di altro tipo forse non potresti permetterti. È un film a cui risulta facile voler bene, andando anche a perdonare quel momento in cui ti tira di gomito, con quel dialogo in cui Jeff Daniels che dice quelle cose a Joseph Gordon-Levitt è in realtà Rian Johnson che fa il predicozzo presuntuoso a Hollywood. Ed è un film a modo suo semplice, basato su cose semplici, che punta tutto sulla suggestione, sul concedersi il lusso di non dover tirare tutto avanti infilando scene d’azione a caso, parlando invece di malinconia, destini ineluttabili, melodramma e altre simpatiche note di allegria. Ha delle belle idee, qualche colpo di scena più o meno prevedibile, dei momenti dal forte impatto visivo, e anche una discreta capacità nello scrivere i personaggi. Nei dialoghi spiccioli, sempre buoni e capaci di non stonare anche quando fanno i “meta”, come nello scambio che dicevo prima, o in quello in cui Bruce spiega a Joseph come funzionano le cose nel film. Ma anche nella ricchezza dei personaggi stessi, pure molto azzeccati come casting. Perché Jeff Daniels è un cattivo bizzarro, da cui non sai mai bene cosa aspettarti, e perché Emily Blunt, che già da sola, messa lì a fare nulla, andrebbe benissimo, ha un bel personaggio, rotondo, capace di andare oltre la semplice figura da damigella in pericolo. E poi c’è il Gordon-Levitt, davvero bravo a interpretare questo strano ruolo della versione giovane del Bruce Willis attuale, che non è necessariamente aderente al vero Bruce Willis giovane. Bravo nel parlare in quel modo lì e bravo anche dal punto di vista dell’espressività, che, aggiunta al trucco, in certe inquadrature, ti fa proprio dire “poffarbacco”.

E insomma, per me Looper è fra le cose più belle viste quest’anno, qualsiasi cosa questo voglia dire. Ci vedo fondamentalmente solo due problemi, al di là delle piccolezze. Il primo è che tutto il racconto si basa su un paradosso temporale non proprio a prova di bomba. Ora, capiamoci, mi rendo conto che possa apparire un po’ ridicolo, fare le pulci a un paradosso, ma la verità è che le migliori storie basate sui viaggi nel tempo definiscono regole ben precise e riescono a muoversi al loro interno con grande agio. Si parte dall’assurdo, ma all’interno di quell’assurdo, eh, sono impeccabili. Ecco, Looper dà l’impressione di applicare le sue regole in maniera abbastanza fumosa, crea situazioni a tratti un po’ difficili da giustificare e questo, mi rendo conto, può dare fastidio. A me non ne ha dato e, anzi, sono contento che da quel fumo, in fondo, vengan fuori alcuni fra i momenti più suggestivi del film, compreso quel bel finale, ma son faccende personali, e capisco perfettamente se qualcuno, a forza di perplessità, finisce per uscire un po’ dal racconto. L’altro problema è un po’ più di circostanza: io e il resto del mondo abbiamo visto Looper fra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Toh, qualcuno fra fine ottobre e inizio novembre. In Italia, il film arriva, con quel sottotitolo banale che ho messo là in cima per completezza, a fine gennaio. Se IMDB non mente, dopo qualsiasi altro posto del mondo. E, ecco, dopo quattro mesi di lodi sperticate, poi va a finire che uno si presenta al cinema con un’aspettativa che potrebbe essere soddisfatta solo se sullo schermo si manifestasse l’intero cast dell’ultimo Swimsuit Special di Sports Illustrated a svelare il terzo segreto di Fatima, la verità su Calciopoli e il numero di telefono di tutte le partecipanti, magari mentre in sala ogni spettatore viene sottoposto allo stesso provino che John Travolta impone a Hugh Jackman in Codice: Swordfish. E invece ci si ritrova davanti solo un bel film. E magari ci si rimane male. Epperò mica è colpa del film. Voglio dire, io l’ho visto nello stesso periodo in cui al cinema c’era fuori quella puttanata vergognosa del remake di Total Recall. Son cose che fan la differenza.

Come detto, l’ho visto a fine settembre, o giù di lì, chiaramente in lingua originale. Lingua originale che merita per la bravura degli attori, per la bizzarria del personaggio di Jeff Daniels e, ovviamente, per il lavoro d’imitazione svolto da Joseph Gordon-Levitt. Poi fate voi.

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Argo


Argo (USA, 2012)
di Ben Affleck
con Ben Affleck, Bryan Cranston, John Goodman, Alan Arkin

Argo è il terzo film da regista di Ben Affleck. Ed è il terzo gran bel film da regista di Ben Affleck. Arrivati a questo punto, forse è il caso di smettere di stupirsi, così come potremmo smettere di stupirci nello scoprire che Ben Affleck, quando si mette nelle mani di un bravo regista (tipo Ben Affleck), è anche un bravo attore. Quindi, diciamocelo chiaro: Ben Affleck è uno dei migliori (nuovi, dai) registi sulla piazza. Gone Baby Gone non è stato un caso, The Town ha fatto da conferma, Argo è esattamente quel che ormai era lecito attendersi: un gran bel film come non se ne fanno più, diretto da un regista come non se ne fanno più.

Perché poi, il problema dei film di Ben Affleck è anche un po’ quello: non provano a stupirti con chissà quali trovate geniali o innovative, non fanno accartocciare palazzi su loro stessi e non ti fanno passare metà del tempo a chiederti cosa stia succedendo. Non c’è l’ambizione di cambiare le regole, c’è piuttosto la voglia di fare un cinema classico, impegnato, “normale”. E comunque moderno e affascinante. Argo sembra uno di quei film che recuperi in videocassetta dallo scaffale in soffitta e ti viene subito voglia di schiaffare nel videoregistratore, perché sai di andare sul sicuro. Solo che è stato girato oggi, non quarant’anni fa, anche se fa di tutto per sembrare un film degli anni Settanta (non solo in giochetti come il logo vintage della Warner Bros, ma anche nello stile, nella scrittura, nell’approccio e nel rigore).

Racconta una storia talmente bizzarra che solo al cinema, e che invece, guarda un po’, pur con l’inevitabile romanzare hollywoodiano che allunga gli imprevisti e forza un pochino di spettacolo, mette in mostra per davvero quegli anni. E lo fa con una precisione notevole nella ricostruzione storica, visiva, di linguaggio, usi e costumi, fatta di quella follia esagerata, superflua, piena di dettagli che magari neanche cogli, ma registri a livello inconscio e ti danno un forte senso di solidità. Tutto questo nel segno del cinema, certo non del documentario, con una storia capace di sorprendere, stupire, toccare, divertire e tenere preda della tensione dall’inizio alla fine. Affleck tiene le redini di tutto in maniera incredibile, alterna i registri a meraviglia, passa dalla tensione insopportabile di Teheran alla distensione comica di Hollywood senza mai far storcere il naso, anzi, concedendosi un bel pezzo di bravura in quel montaggio alternato fra le due messe in scena, e dirige tremendamente bene un cast azzeccatissimo. E in tutto questo, racconta una storia che ti ammazza dalla tensione grazie a quattro dialoghi e due sguardi, nonostante tu sappia perfettamente come andrà a finire. Insomma, è gran bel cinema. Avercene.

Posso dire che Christopher Nolan glie lo puppa, a Ben Affleck? Dai, lo dico. 

Ultime dal mondo dei fumetti al cinema

Oggi volevo scrivere di Argo, ma oggi mi sono svegliato senza l’estro creativo, e Argo, come spesso accade coi film che mi sono piaciuti tanto, mi mette in difficoltà. Quindi (oggi) parliamo d’altro, con un post veloce veloce, un po’ nerd, che mi permette di tenere aperta la striscia di giorni consecutivi anche se c’ho da fare. Parliamo di notizie nerd su film nerd. Parliamo quindi di nerdate DC e Marvel.

A quanto pare, Zack Snyder sta titillando le genti con dichiarazioni sul fatto che Man of Steel (qua i due teaser trailer) sarà il primo tassello del mosaico previsto per l’arrivo a un film sulla Justice League, un po’ sullo stile del circo messo in piedi da Marvel per arrivare a The Avengers. Considerando il delirio produttivo che è stato L’uomo d’acciaio, è un attimo pensare che questa cosa l’abbiano proposta l’altro ieri e che, se tutto va in porto, gireranno una scena a caso all’ultimo momento, da aggiungere dopo i titoli di coda. In tutto questo, salta fuori una voce secondo cui, nell’universo allargato della Justice League cinematografica, dovrebbe essere Joseph Gordon-Levitt a interpretare Batman. E che sia lui, sia altri attori della trilogia di Christopher Nolan, dovrebbero apparire in qualche forma prima del film “corale” previsto per il 2015. Al che, uno si immagina un’apparizione del Levitt proprio in quella scena di cui sopra. Certo, che il Batman tutto realismo fico si inserisca nell’universo della Justice League fa un po’ ridere, ma in fondo anche chissenefrega. Fra l’altro, a questo punto, la scena finale dell’ultimo Batman diventerebbe ufficialmente il primo di ‘sti crossoverini. Tutte fregnacce? Possibile, e l’entourage di Gordon-Levitt nega. Ma forse è solo perché ha paura che gli facciano indossare il costume di Robin.

La reazione di Joseph Gordon-Levitt dopo aver letto la notizia.

Nel mentre, procedono i lavori su un nuovo film Marvel che non fa parte dell’universo dei Vendicatori coi costumi colorati. Di X-Men: Days of Future Past e di quanto c’abbia il potenziale per essere una roba spettacolosa avevo già parlato a questo indirizzo. Qui segnalo che Matthew Vaughn ha deciso di dedicarsi ad altro (non a Kick-Ass 2) e Bryan Singer ha preso il suo posto, tornando quindi a dirigere una pellicola mutante dieci anni dopo X2. Ma soprattutto, è stata ufficializzata la partecipazione di Ian McKellen e Patrick Stewart, cosa del tutto coerente con la storia a base di viaggi nel tempo e, soprattutto, cosa che mi rende un bimbo felice. A questo punto manca solo che metta la firma pure Hugh Jackman. Che, dai, ci vuole. Wolverine deve apparire in ogni singolo film che abbia a che fare con i mutanti, no? E infatti chiudiamo ricordando con affetto la sua adorabile partecipazione a X-Men: First Class (oddio SPOILER!!!).


E anche per oggi è andata. Dai, domani ci provo, a scrivere di Argo.

The Walking Dead 03X07: "Infiltrati"

The Walking Dead 03X07: “When the Dead Come Knocking” (USA, 2012)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Daniel Sackheim
con Andrew Lincoln, Michael Rooker, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Laurie Holden, Danai Gurira, David Morrissey

E “finalmente” questa terza stagione ci ha regalato un episodio talmente riempitivo che se lo riassumi al succo ti dura cinque minuti. Non che sia una brutta puntata, anzi, in tutta la parte che si svolge a Woodbury la tensione si taglia col machete, il crescendo è davvero di spessore e, in generale, il lavoro per farti venire la fotta in attesa del gran finale di metà stagione è eccellente. Però, ecco, insomma, rispetto ai primi quattro o cinque episodi, in cui praticamente ogni settimana morivano due persone, c’erano otto colpi di scena e si consumavano cento pagine del fumetto, eh, qua gli autori sono stati più tranquilli. E, sarà un caso, alla regia ci han messo uno al suo primo episodio della serie.

Ad ogni modo, è evidente che volevano preparare per bene quel che arriva domenica, con quel titolo là, e giustamente si son posizionate le pedine a dovere, con quel lungo sottolineartele tutte per benino nei minuti finali. Ma prima sono arrivati dei bei momenti, con il cazzuto interrogatorio di Glenn, con quella Michonne in diffcoltà, spaventata, che teme di essere finita dalla padella alla brace e non si fida di gente che le chiede di fare esattamente quel che le avevano chiesto a Woodbury, e con un Governatore sempre più adorabile nel passare dalla vestaglia alla mazza ferrata e viceversa, con quella scena al tavolo che, al lettore del fumetto consapevole della faccenda Michonne, qualche brivido lo fa venire. Certo, la parte nella casetta è veramente messa lì solo perché in qualche modo bisogna arrivare alla fine dell’episodio con, appunto, tutte le pedine al loro posto, ma insomma, dai, ci può stare. E soprattutto la fotta c’è, quindi bene.

A margine, poi, c’è sempre la faccenda di Andrea, protagonista del segmento più prevedibile e prevedibilmente inutile – anche se apprezzabile nelle intenzioni, via – e che a conti fatti, mi si conceda, ha il suo momento migliore dell’intera stagione quando mostra le chiappe. Detto questo, e dette tutte le critiche solite sullo sviluppo del suo personaggio, sono comunque curioso di vedere cosa le capiterà. Perché in ogni caso, le varie dinamiche che hanno costruito gli autori fra tutti i personaggi e tutte le situazioni sono interessanti e l’impressione è che i tre quarti d’ora del prossimo episodio saranno davvero pochi, per contenere tutto quello che potrebbero tirarne fuori. E poi la pausa, uffa.

Una stretta di mano virtuale al titolista italiano, che, dopo averci regalato un titolo tutto sommato fedele all’originale una settimana fa, si inventa qui una roba che, boh, sarà stupido io, non riesco neanche a capire come gli sia venuta in mente. Ma infiltrati chi? Dove? Perché? MACCOSA?

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #5/6

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #5/6 (USA, 2012)
creato da David Eick e Michael Taylor
diretto da Jonas Pate
con Luke Pasqualino, Ben Cotton, Lili Bordán

Una cosa interessante di Blood & Chrome è la sua totale assenza di vergogna. Gli effetti speciali, per quanto  usati con un discreto mestiere, che qua e là nasconde bene i limiti, sono quello che sono e lo mostrano a più riprese. Eppure la serie e i suoi autori non se ne vergognano e, anzi, mettono in scena una sana ambizione, senza rinunciare a nulla. Questa, da un lato, è una cosa positiva, perché permette di vedere un po’ tutto quel che ci si aspetta da un Battlestar Galactica, ma dall’altro, chiaramente, a tratti “spinge” un po’ fuori dall’immersione del racconto. E se la battaglia nello spazio con protagonista la versione sana di mente dell’ammiraglio Cain funziona, nelle successive scene sul pianeta torna a tratti quella sensazione di essere davanti a un videogioco di metà anni Novanta, tutto attori e fondali digitali, con quell’aria casereccia da vorrei ma non posso. Poi però ti ricordi di stare guardando su YouTube una serie per il web e accetti il compromesso.

Compromesso che comunque merita. Perché il racconto va avanti bene e riesce a conservare quello spirito da dramma militar-fantascientifico che tanto aveva funzionato nella serie TV. La storia funziona, i personaggi sono più interessanti delle macchiette che sembravano all’inizio, l’azione è bella, il melodramma spinge e c’è poi la curiosità di vedere in azione i tostapane originali, cosa che dovrebbe avvenire nei prossimi episodi. L’unico limite, forse, è quell’aria un po’ troppo da showcase, da “facciamo vedere che siamo capaci, così magari ci finanziano una serie”. Perché da un prequel io mi aspetto un po’ di approfondimento su Adama, qualche rivelazione interessante, degli spunti nuovi, però qui si è già passato il giro di boa e stiamo a perdere tempo con morti di contorno e strane creature.

E, insomma, OK che fare un prequel è materia sempre delicata, va bene che in una storia che a conti fatti durerà un’ora e mezza c’è un limite a quel che puoi fare, ma il timore è che si finisca per esser davanti a una roba un po’ troppo fine a se stessa, un piacevole ritorno a quelle atmosfere e a quell’universo narrativo, sì, ma anche una mezza occasione sprecata. Boh, vediamo, io comunque mi ci sto divertendo e magari, alla fine, potrebbe pure essere abbastanza.

Mi risulta davvero facile, scrivere del nulla. Ma d’altra parte ci ho costruito sopra una carriera.

Quando meno te l’aspetti, come una bomba, The Host 2

Il primo The Host è un film meraviglioso, uscito da quel posto tutto matto che è la Corea del Sud, da me visto qualche anno fa alla rassegna milanese del Festival di Cannes (avevo scritto poche righe a questo indirizzo qui). Era un tripudio di divertimento, azione, comicità surreale, sentimenti forti, melodramma e altre cose a caso tutte mischiate assieme nel frullatore e spalmate sulla panza di un mostro gigante mutante che si penzolava dal soffitto. E non c’entrava nulla con il The Host tratto da Stephenie Meyer che uscirà a marzo. Ora, completamente dal nulla, salta fuori che in Corea stanno girando The Host 2. E qua sotto c’è una sequenza del film, poi mostrata anche con un simpatico confronto “prima e dopo gli effetti speciali”. Ecco, The Host 2, non ne sapevo nulla, Surgo me lo mette di fronte così, come se niente fosse, e io poi come faccio a sopravvivere nell’attesa? Intanto mi piglio il blu-ray del primo film, toh.

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E insomma, sono tutto un brivido. Non si sa quando esca, non si sa nulla, ma è già ficata.

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #3/4

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #3/4 (USA, 2012)
creato da David Eick e Michael Taylor
diretto da Jonas Pate
con Luke Pasqualino, Ben Cotton, Lili Bordán

Non so se ho intenzione di scrivere ogni settimana un post su Battlestar Galactica: Blood & Chrome, ma insomma, questa volta m’è venuta voglia, vediamo se poi va avanti coi due episodi che escono oggi. Certo è che trovare ogni volta qualcosa da dire su un paio di puntate da neanche dieci minuti non sarà semplice. Fra l’altro, sembrano essersene accorti pure quelli di Machinima, che gli episodi sono brevi, considerando che il terzo e il quarto li hanno accorpati in un solo video di YouTube. Però sono belli, e alla fine conta quello. Così come conta il fatto che intanto, divagando, un paragrafo è andato.

L’impressione tratta dal terzo e dal quarto episodio è che tutto sia gestito con grande padronanza. Giocherà anche il fatto di guardare la serie su un monitor, per quanto da 24 pollici, ma la resa degli effetti speciali e, in generale, il taglio visivo mi sembrano davvero convincenti, con piccole, compresse, ma efficaci battaglie stellari. In questo senso sono curioso di vedere come hanno gestito lo scontro fra i due grossi incrociatori per il quinto episodio, ma insomma, è questione di ore, o forse minuti, o forse aspetta che vado a guardare su  YouTube.

Per il resto, mi sembra che tutto sia costruito molto bene, riuscendo a dare organicità alla storia ma orchestrando anche l’inevitabile necessità di avere un cliffhanger ogni dieci minuti (anzi, meno). Bello, nel quarto episodio, quel dialogo all’hangar, bella la caratterizzazione del tonno Obama, che, come era prevedibile, sta andando un po’ oltre il teppistello insopportabile del primo episodio, intrigante il gioco di misteri. Di sicuro, se la qualità è questa, non sarebbe affatto male veder diventare Blood & Chrome una vera e propria serie, magari più fortunata di Caprica. Vediamo.

Ah, cosa non si fa, per mantenere aperta una striscia di giorni consecutivi con post pubblicati. Comunque il tutto sta su Machinima Prime, ma mi dicono che in Italia è oscurato.

The Making of Prince of Persia – Journals 1985/1993

The Making of Prince of Persia – Journals 1985/1993 (USA, 2011)
di Jordan Mechner

Jordan Mechner è un tipo ganzo. È una personcina gradevole e umile, pur avendo creato una fra le icone videoludiche (e non solo) più longeve della storia e pur essendo uno che ha curato pochi videogiochi, ma tutti notevoli (lista per gli smemorati: Karateka, Prince of Persia, Prince of Persia 2, The Last Express, Prince of Persa: Le sabbie del tempo e, adesso, il remake di Karateka). Ha un blog, che non aggiorna spesso ma è spesso molto interessante. Vuole bene ai suoi fan e al suo passato, che non dimentica, racconta con amore ed “elargisce” a piene mani. Ed è pure bello stare ad ascoltarlo quando chiacchiera alla GDC. E non solo quando racconta di Prince of Persia. Insomma, è un tipo ganzo.

Inoltre, è un tipo ganzo che fin da giovane ha l’abitudine di raccontare i suoi pensieri, le sue esperienze, la sua vita, in un diario, confusionario e assemblato un po’ come viene, perché è così che sono i diari, ma affascinante da percorrere a tanti anni di distanza. Le pagine che raccontano la lavorazione di Prince of Persia sono apparse piano piano proprio sul sito di Mechner, che poi, l’anno scorso, ha deciso di assemblarle in un libro, pubblicato prima sotto forma di eBook e poi pure in formato cartaceo. Un libro pubblicato bene o male così com’era, senza i tagli e le modifiche che magari, rileggendo, avrebbe voluto fare. Un libro che racconta di come un giovane sognatore, col cuore diviso fra videogiochi e cinema, sia riuscito testardamente a portare avanti i suoi progetti e a creare qualcosa che ancora oggi se ne sta ben scolpito nel cuore di tante, tantissime persone.

I diari di Jordan Mechner sono affascinanti non solo perché raccontano diversi piccoli retroscena, svelano la nascita di tante scelte, spiegano quanto Giordanino bello sia stato o non stato realmente coinvolto nelle conversioni, nel seguito, nelle mille forme che il Principe ha mostrato in quegli anni. Lo sono anche perché rappresentano una finestra sulla persona e per quegli istanti di totale umanità che emergono fra le righe. Lo shock per una morte improvvisa di un amico, l’orgoglio di fronte al successo per una propria creatura, il piacere di incontrare qualcuno che ti rispetta e ama il tuo lavoro, il terrore per il fallimento, il coraggio di scommettere tutto, l’ansia da prestazione, perché no. E la voglia di leggere il diario sulla lavorazione di The Last Express, il bellissimo “train game” le cui fasi di concepimento vengono sfiorate nella parte finale del libro. The Making of Prince of Persia – Journals 1985/1993, nella sua sconclusionatezza e nonostante qualche passaggio, inevitabilmente, sia meno interessante di altri, è una lettura piacevolissima non solo per chi ama quel videogioco, non solo per chi ama il videogioco, ma un po’ per tutti (compreso chi magari è incuriosito da qualche retroscena hollywoodiano). Tanto costa poco e va via in un attimo.

Io l’ho letto in edizione Kindle, ma come detto c’è anche la versione cartacea. È però per forza tutto in inglese, sia chiaro.

Paranormal Activity 2 in tedesco

L’altro giorno ero qua a casa con due visitatori oscuri dall’Italia (noti anche come Il Dottore e Il Cobra, pensa te). Eran venuti qui per il weekend e la loro adorabile visita si avvicinava alla conclusione, in quel tardo orario della domenica sera prima di una comoda partenza in treno al lunedì mattina. Eravamo lì, con del saporito arrosto (preparato nella miracolosa pentola Fogacci ricevuta fra i doni di matrimonio) nello stomaco, reduci da un paio di partitine a PES 2013 (FIFA 13 non ce l’ho, capita), con gli sguardi posati sulla TV. E ci siamo dati allo zapping sulla televisione pubblica tedesca via cavo, dove tutti parlano tedesco, tutto è scritto in tedesco e non ci sono sottotitoli in altre lingue. Perché da Sky mi sono disintossicato.

Orbene, mentre pigiavo furiosamente sul telecomando, sono capitato su un canale che trasmetteva Paranormal Activity 2, chiaramente in tedesco. Io un Paranormal Activity non l’avevo mai visto e, degli altri due presenti, solo uno aveva visto il primo episodio. E quindi abbiamo deciso di rimanere lì a guardare e divertirci un po’ sfidandoci nell’enigmistica. Premessa doverosa per chi non dovesse sapere di che si parla, anche se è una saga di cui esce adesso in Italia il quarto episodio: sono film in cui i protagonisti stanno in una casa infestata da un fantasma e finiscono molto male. Il tutto viene raccontato tramite delle riprese “diegetiche”, che nel caso specifico di questo episodio si alternano fra il sistema di videocamere di sicurezza della casa e, quando serve, le videocamere portatili dei protagonisti.

I dialoghi, chiaramente, ci risultavano incomprensibili, al di là di qualche parola, ma tanto cosa vuoi che si dicano, si capisce sempre il senso dai gesti (e dal labiale degli attori americani!). Ma il divertimento non stava mica nella storia, e neanche negli spaventi, che probabilmente, se il film te lo guardi da solo, sono anche riusciti. Il fatto è che un buon 80% della faccenda è costituito, ovviamente, da inquadrature fisse. Sempre le stesse, riproposte ogni giorno e ogni notte. Inquadrature piene di roba, di oggetti, soprammobili e mille cose che da un momento all’altro possono aprirsi, chiudersi, accendersi, spegnersi, muoversi e ballare la giga. E infatti noi ci siamo divertiti a scrutare ogni angolo dello schermo – un 50 pollici aiuta – e fare ipotesi. “Secondo me adesso si apre quello sportello”, “Guarda quel robo, qualsiasi cosa sia, è evidente che adesso si metterà a ruotare su se stesso”, “Il cane sta per morire”, “La porta in cantina”, “Il primo gol lo segna Ibrahimovic” e cose del genere. Una pacchia davvero divertente, che fa schizzare via il film in un attimo, nonostante su ‘sta TV tedesca facciano davvero un sacco di pubblicità. E probabilmente è anche un ottimo modo per guardarsi un Paranormal Activity all’una di notte senza cacarsi sotto. O per guardare un film in tedesco senza che venga voglia di uccidersi filmando il tutto con una videocamera.

Fra l’altro, il giorno dopo abbiamo curiosato su Wikipedia e ci siamo resi conto che, nonostante il tedesco, avevamo capito bene o male tutto, tranne il rapporto “temporale” fra primo e secondo film, con tutto il suo contorto casino di prequel/sequel. E, lo ammetto, sarà che c’ho la malattia per la continuity, sarà che ricordo che del terzo episodio se ne parlava bene, sarà quel che sarà, m’è venuta un po’ voglia di mettermi lì a guardare tutta la serie. Lo faccio?

Intanto, a proposito di cose che fanno paura alla gente, mi scarico la demo di DmC.