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X-Files – Stagione 9

La nona stagione di X-Files è meglio dell’ottava stagione di X-Files. O, insomma, è meglio di quel che mi ricordo dell’ottava stagione di X-Files, che dopo otto anni di processo di rimozione inconscio per autodifesa, beh, non è molto. Anzi, se devo essere sincero, non mi ricordo nulla, mentre ricordo tutto sommato abbastanza le precedenti annate. Sarà un caso? Comunque, sono andato a rileggermi quel che avevo scritto dell’ottava stagione di X-Files e, beh, sì, mi sento di affermarlo con forza: meglio la nona. Non che sia un grosso risultato e, intendiamoci, non che per questo ne venga fuori una stagione della madonna, ma la sostanza è che mi sono messo a guardarla solo perché a breve arriva la nuova miniserie e io c’ho le mie manie ossessivo compulsive di completezza, m’aspettavo di soffrire come un cane per diciannove episodi e invece sono tutto sommato andati via in maniera innocua, fra qualche porcheria, qualche puntata inutile e qualche bella sorpresa. Poteva andare peggio.

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La storia fantastica


The Princess Bride (USA, 1987)
di Rob Reiner
con Cary Elwes, Robin Wright, Mandy Patinkin, Chris Sarandon, Andre the Giant, Christopher Guest, Wallace Shawn, Fred Savage, Peter Falk, Billy Cristal

Lascia sempre di stucco scoprire quanto la percezione di un film possa cambiare nel tempo. Quando vidi per la prima (e ultima) volta La storia fantastica in televisione, avrò avuto al massimo tredici anni e ne rimasi estasiato, tanto da conservarne ancora un affezionatissimo ricordo, fatto di personaggi adorabili e divertentissimi e di un’atmosfera magica, sognante, romantica. A rivederlo oggi, il primo impatto è straniante, perché ci si trova davanti a una produzione di livello televisivo, con set davvero poveri e musiche che, Mark Knopfler o meno, sembrano poco più che file midi.

Eppure bastano pochi minuti per rendersi conto di come tutto questo non stoni affatto, perché La storia fantastica è un film incredibilmente autoconsapevole, che non ha paura di prendersi in giro e, soprattutto, lo fa splendidamente. La sceneggiatura che William Goldman ha tratto dal suo omonimo libro è davvero brillantissima, carica di battute memorabili e personaggi ben caratterizzati. I toni oscillano di continuo fra il divertito, il divertente e, nei rarissimi momenti in cui il film si prende sul serio, perfino un discreto e appassionante senso epico.

Reiner orchestra poi il tutto alla perfezione, con un gran senso del ritmo e una discreta saggezza nel non esagerare coi toni demenziali. La storia fantastica prende in giro gli stereotipi del fantasy, ma non li disprezza, anzi, se ne serve per raccontare la sua storia. E il risultato è che diventa facilissimo innamorarsi di personaggi tanto simpatici e ammiccanti ed è davvero impossibile non emozionarsi nel travolgente assalto finale, con quel piccolo, splendido, geniale duello fra Inigo Montoya e l’assassino di suo padre.

E in tutto questo neanche ho citato l’azzeccata idea del narratore Peter Falk, che racconta la storia al famigerato nipotino Fred Savage e lo fa pian piano appassionare agli eventi, con una serie di siparietti che potevano tranquillamente diventare fastidiosi e posticci inserti, ma al contrario funzionano benissimo. E mentre il bimbo senza nome si appassiona sempre più a una storia che inizialmente gli pareva poco interessante, così lo spettatore non può fare a meno di farsi rapire dalle avventure del temibile pirata Roberts. Da ragazzino, come dicevo, ma alla fin fine anche da ragazzone, magari non troppo cresciuto.