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Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

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House of Cards

Avviso per i naviganti: questa cosa qua sotto contiene spoiler, abbastanza specifici sulle prime due stagioni, un po’ più vaghi sulle successive. Poi non vi lamentate.

Nella mia testa bacata, House of Cards parla soprattutto dell’approccio che la sua coppia di protagonisti, i malefici Claire e Frank Underwood, ha nei confronti dell’umanità, intesa non come “insieme degli esseri umani” ma come natura dell’essere umano. Poi, certo, c’è anche altro, per esempio l’elemento un po’ thrilling dell’ascesa al potere di Francis, ma tanto quello alla fin fine si risolve ogni anno con dodici puntate e mezzo di girare in tondo mentre sembra che le sue macchinazioni stiano per esplodergli sotto il culo e un’ultima mezz’oretta in cui risolve le cose con la mossa del giaguaro. E sì, c’è anche il mostrare come in fondo la politica moderna si riassuma tutta in una serie di mani che si lavano a vicenda, favori, ricatti e ricattini, farsi ben volere il più possibile, farsi mal volere il meno possibile, procurarsi mille strumenti diversi per manipolare il prossimo e mettere in secondo piano qualsiasi genere di attività che non serva per rimanere attaccati al cadreghino. Ma quello mi stanca in fretta, perché alla fin fine è un po’ sempre un ribadire lo stesso concetto utilizzandolo solo come motore degli eventi, senza metterci poi sotto chissà quale peso narrativo o, per l’appunto, politico.
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Il curioso caso di Benjamin Button

The Curious Case Of Benjamin Button (USA, 2008)
di David Fincher
con Brad Pitt, Cate Blanchett

Nel raccontare la curiosa storia di un uomo che invecchia al contrario, David Fincher si conferma ancora una volta autore interessante, originale e che sfugge con insistenza al manierismo e alle vie più ovvie e semplici. E conferma pure di non riuscire mai ad annoiarmi o a sembrarmi prolisso. Anche quando tutti lo accusano di questo, qui come nel bellissimo Zodiac, lui proprio non ci riesce a farmi sbadigliare.

Il “bello” di Benjamin Button sta nella totale innocenza e schiettezza, del personaggio come del film. Nell’insistenza con cui Fincher evita di farsi trascinare dalla facile tentazione di dirigere un film macchietta, fatto di continue trovate originaligenialifresche, e sceglie invece la via della normalità, del presentare come ovvio, netto, inevitabile un fatto completamente senza senso. Non c’è spiegazione, non c’è accanimento sull’idea come metafora di chissà cosa, c’è solo la vita normale di un uomo anormale. Ed è forse questo il maggior pregio e il maggior limite di un film che ti stupisce per come sia lontano da quel che t’aspetteresti e ti delude perché in fondo ti sembra che da quell’idea non si stia cavando nulla.

Fincher racconta la vita di un uomo che nonostante la sua diversità cerca quello che cerchiamo tutti. Parla dei suoi fallimenti e delle sue esperienze, mette in scena la malinconica e disperata ineluttabilità che ci accomuna. Nel farlo, sciorina quasi tre ore affascinanti, ammorbanti, incostanti, nelle quali si alternano passaggi molto intensi, per esempio gli incontri “falliti” fra Benjamin e Daisy, e altre scene più ordinarie e meno sentite, a cominciare dal momento in cui finalmente le due vite s’incrociano, raccontato in maniera mediocre, pacchiana, “staccata” quasi a voler dichiarare fin da subito come non ci sia modo di uscirne vincitori.

Un film stranissimo nella sua normalità, che sembra costantemente in procinto di sprofondare nella melassa insopportabile, ma riesce sempre in qualche modo a tenersene fuori, o per quella manciata di belle trovate (l’orologio e la guerra, l’ometto e i suoi fulmini, gli “e se” e quello sguardo disperso), o per l’atmosfera subdola che scivola sotto pelle, o perché Brad Pitt l’è proprio bravino, o perché comunque, di fondo, si respira un senso di malinconia, di fallimento, di non potercela proprio fare, che ti mette a disagio dall’inizio alla fine. Non sarà un capolavoro, non sarà un grandissimo film, non sarà quel che sarà, ma avercene, di non capolavori e non grandissimi film come questi.

E poi stiamo parlando di un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. E come posso non apprezzare un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo? Non posso. E infatti io lo apprezzo, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. Quindi, apprezzo Il curioso caso di Benjamin Button, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo.

P.S.
Al cinema Arcobaleno di Milano proiettano Il curioso caso di Benjamin Button in lingua originale. Tutti i giorni, a tutti gli spettacoli. Esatto, ce l’hanno proprio fuori in lingua originale. Solo in lingua originale, non anche. Senza sottotitoli. O sono completamente pazzi, o Porta Venezia è diventata roccaforte degli immigrati anglofoni, o sono completamente pazzi. Io comunque approvo, apprezzo e, nel mio piccolo, supporto e foraggio. Ah, il 13 marzo esce in tutta Italia Gran Torino. E se nel frattempo questi non rinsaviscono, per il film di Clint Eastwood è previsto lo stesso trattamento. Stima.

Zodiac

Zodiac (USA, 2007)
di David Fincher
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards

Nel raccontare i trent’anni di storia del tuttora aperto caso Zodiac, l’ultimo film di David Fincher prende come modello d’ispirazione palese e dichiarato Tutti gli uomini del presidente e ne ricalca lo stile freddo e asciutto, mostrando nel dettaglio le dinamiche d’investigazione ed evitando quasi del tutto il coinvolgimento emozionale. I tanti protagonisti non vengono raccontati come personaggi a tutto tondo e non vedono esplorati più di tanto i loro dubbi, le loro motivazioni, i loro sentimenti. Fincher si concentra sull’esposizione sistematica e discorsiva dei fatti, mantenendo le distanze da tutti e raccontando un’indagine lunga, estenuante, interminabile, che si protrae per decenni fittizi e due abbondantissime ore di grande cinema.

Ma nel farlo non adotta uno stile documentaristico, firmando anzi il film in maniera anche pesante, inserendo trovate molto particolari ed efficaci, realizzando – per esempio con l’interrogatorio a quattro e i vari attacchi del killer – una manciata di scene strepitose per tensione e capacità di colpire allo stomaco e condendo il tutto con una colonna sonora di rara efficacia. Ad aiutarlo degli attori forse ormai un po’ troppo costretti a recitare bene o male sempre lo stesso ruolo, ma che d’altra parte si rivelano come al solito estremamente efficaci.

Lungo, estenuante e inconcludente come le indagini che racconta, Zodiac svolazza placido dalle parti del capolavoro, rapisce nelle maglie della sua algida detection e non molla per oltre due ore e mezza. Ennesimo centro per un regista che, pur fra alti e bassi, continua a mostrare un gran voglia (e una gran capacità) di reinventarsi continuamente.