Captain America: The Winter Soldier

Captain America: The Winter Soldier (USA, 2014)
di Anthony Russo, Joe Russo
con Chris Evans, Scarlett Johansson, Anthony Mackie, Robert Redford, Samuel L. Jackson, Sebastian Stan

Appena tre anni fa, un sacco di gente si lamentava perché il primo film dedicato al capitano a stelle e strisce si prendeva troppo sul serio. Ora, secondo me quel sacco di gente aveva visto un film di una dimensione parallela, perché io comunque ci avevo visto molto prendersi in giro, ma non è di questo che voglio parlare. Il fatto è che tre anni dopo un sacco di gente è qui a dire che il secondo film dedicato al capitano a stelle e strisce è notevolissimo anche perché si prende sul serio e la comicità è ridotta al minimo. Come passa il tempo, quando ci si diverte! Ma in effetti si tratta di un taglio abbastanza netto con quella che è stata quasi tutta la produzione cinematografica Marvel fino a oggi. Captain America: The Winter Soldier è appena il secondo film della serie targata Marvel Studios che non si può neanche lontanamente definire come una commedia, nonostante ci siano diverse gag a smorzare l’atmosfera, quasi tutte affidate ad Howard Mackie e ai battibecchi in stile Casa Vianello fra Chris Evans e Scarlett Johansson. L’unico altro film del “ciclo” che si possa  accostare a questo come tono, ovvero che non la buttava in caciara e anzi si prendeva molto sul serio, pur infilando qualche gag qua e là, è L’incredibile Hulk. Ma quello, se non potevamo definirlo come una commedia, potevamo definirlo come una gran cagata, mentre questo è proprio un bel film.

Cap, anche nei fumetti, non è mai stato un personaggio facile, ai limiti dell’insopportabile per la sua stessa essenza, difficile da gestire e rendere interessante, ottimo quando non deve fare altro che, appunto, il capitano di carisma, sempre complesso da far funzionare al meglio per i fatti suoi. Tant’è che i cicli a fumetti davvero interessanti sono arrivati quando un autore dalla personalità forte ha avuto a disposizione tempi e modi per farci quel che voleva, andando proprio a riflettere su quella natura così assurda alla base del personaggio. Captain America: Il primo vendicatore era riuscito in parte a cogliere questo spirito, trovando i suoi momenti migliori nel buttarla in satira, chiacchierando dello sfruttamento di un’icona per fare propaganda e trasformarla in macchietta, in volantino pubblicitario. Il problema è che, pur nell’azzeccata atmosfera camp e stupidina che racchiudeva il tutto, sulla distanza il film si perdeva nell’anonimato, in uno svolgimento a dir poco moscio, nell’incapacità di dare un peso drammatico agli avvenimenti, nella totale piattezza dell’azione, pur riprendendosi almeno un pochino con quella splendida chiusura. Ebbene, The Winter Soldier, che pure non è certamente un film perfetto, se la gioca risolvendo sostanzialmente tutti i problemi del primo episodio e proponendo forse il miglior film Marvel fino a oggi, tolto magari The Avengers, per il quale ho un posticino nel cuore che non gli leva nessuno.

Ora, magari è una vittoria da poco, nel campionato dei fessi, però se vogliamo vale anche proprio perché conquistata dovendosela giocare all’interno di quel campionato, con le regole di quel campionato. Tanto per cominciare c’è un racconto, che affronta dei temi moderni e interessanti e che appassiona buttando sul piatto un po’ di thriller politico, un pizzico di dramma, una buona alchimia fra i personaggi e dell’azione dignitosa. Nulla di clamoroso, molto di già visto, ma più di quanto ci siamo spesso trovati a sopportare di fronte a questi film. E oltretutto si parla di temi intimamente legati alla natura di un personaggio fuori dal tempo, che si trova ad avere a che fare con un’America e un nuovo mondo tutti fatti di governi che vogliono controllare le vite dei cittadini, in un contesto in cui i “cattivi” sono gente i cui piani si rivelano fondamentalmente essere versioni lievemente più brutali ed estremizzate di ciò che gli Stati Uniti già fanno, regolarmente, senza porsi particolari problemi. Tutto questo viene raccontato attraverso una sceneggiatura che non si vergogna a prendersi i suoi tempi, che limita le svolte un po’ sconclusionate a un minimo tollerabile nel contesto “gente pazza coi superpoteri e le tutine” e che lascia ampio spazio a un cast di personaggi tutto ben caratterizzato, non solo nel trio d’azione principale, ma anche negli elementi di contorno. Lo stesso Samuel L. Jackson riesce a fare qualcosa in più rispetto al solito, Robert Redford fa il suo dovere di portatore sano di personalità e il resto della gente mostra i muscoli quanto basta.

 E poi Cap è badassissimo.

In tutto questo, Chris Evans dimostra per l’ennesima volta che, pur essendo un patatone esteticamente perfetto per il personaggio, il suo carisma sta altrove e i film è in grado di mangiarseli solo se gli affidano il ruolo del cretino sparaminchiate. Anche se va detto che in quella bella scena al capezzale di [omissis] fa il suo dovere e l’idea è molto azzeccata e toccante. Ma nel complesso funziona tutto, il racconto riesce a trovare quel giusto equilibrio fra assurdità e temi anche interessanti legati all’attualità, risultando per altro in questo a mio parere più compiuto rispetto al vorrei ma non posso degli Iron Man e all’eccessivo mirare in alto per poi schiantarsi brutalmente dei Batman di Nolan (abbiate pazienza, è un problema mio, non fateci caso). Dopodiché, intendiamoci, Captain America: The Winter Soldier non è assolutamente un film perfetto, ha i suoi svarioni, magari qualche lieve calo di ritmo nella seconda metà e certe svolte narrative discutibili ma, insomma, come versione col mantello di I tre giorni del condor, buttalo. Senza contare che c’è parecchia azione e anche sotto quel punto di vista siamo su livelli notevoli, pur con una certa fastidiosa tendenza alla macchina da presa traballante di rigore per i film PG-13 del nuovo millennio.

I fratelli Russo mettono in scena un Capitano che riproduce fedelmente quello dei fumetti, si palleggia chiunque gli passi davanti come se niente fosse, si getta dagli aerei, sfonda pareti, lancia lo scudo in giro come se fosse pilotato e combatte in maniera brutale e precisa. Tutto l’assalto iniziale alla nave è uno spettacolo, per concezione, costruzione e messa in scena, ma anche le scene d’azione successive – la fuga in moto dalla base, il primo incontro col Soldato d’inverno, la battaglia finale – funzionano a meraviglia. E anche quando non c’è in scena lui, si fa un gran bel lavoro a livello di costruzione per sfruttare al meglio le caratteristiche dei personaggi, fra l’attentato a Fury e gli ingressi in scena di Falcon e della Vedova Nera, che forse per la prima volta non sembra una deficiente con le pistolette in mano. La messa in scena del tutto paga un po’ il solito discorso della macchina da presa traballante, ma in realtà il risultato è comunque notevole, vuoi appunto perché l’azione è davvero ben coreografata, tanto sul lato dei cartoni e del piombo quanto nella gestione degli spazi, vuoi perché comunque i Russo riescono a sfruttare in maniera dignitosa quello stile e rendono quindi il tutto molto coinvolgente e fisico. Insomma, The Raid è un’altra cosa, ma azione del genere, in un film di supereroi, mi sento addirittura di sostenere che non se ne sia mai vista.

Tipo.

E poi, appunto, c’è la faccenda del film di supereroi. Captain America: The Winter Soldier riesce nell’impresa di essere un film Marvel, perfettamente inserito nel contesto dei film Marvel, con quello spirito lì, quell’universo estetico, prima ancora che narrativo, lì, e trovare allo stesso tempo una sua identità precisa e fortemente staccata dal resto, che rinunci al tono da buffonata, pur mantenendo una sana e fortissima dose di autoironia, e riesca a farci prendere sul serio un personaggio che, diciamocelo, con quel cappuccio blu, è veramente dura. E nel fare tutto questo, nel suo raccontare comunque una storia con un capo e una coda, fa ottimamente da episodio di mezzo di una trilogia e si inserisce perfettamente in quella specie di serie TV che è la Marvel cinematografica, subendo forse più di tutti le conseguenze di The Avengers, facendo fuori un personaggio minore ma apparso un po’ dappertutto e a cui i più nerd in qualche modo si erano affezionati e provocando una serie di avvenimenti che, presumibilmente, avranno conseguenze a catena un po’ dappertutto, faranno da base per i film dell’anno prossimo e, inevitabilmente, genereranno un bel casotto pure nella Marvel televisiva. Senza contare la valanga di easter egg, piccoli accenni e riferimenti a cose assortite dei fumetti buttate lì come se niente fosse, compresa la citazione per quel certo personaggio di cui si chiacchiera da tempo come papabile per un film della fase tre in avvio l’anno prossimo. Ah, è anche un fantastico adattamento dei fumetti a cui si ispira. Del ciclo di Brubaker nello specifico, dei personaggi che tratta, dei temi, dell’azione, di tutto quanto.

Toh, magari si può discutere di Falcon, ma a me tutto sommato neanche lui è dispiaciuto ed Anthony Mackie mi ha fatto ridere in più di un’occasione. La Vedova, come detto, trova per la prima volta una sua identità, anche se Scarlett cagna è e cagna rimane (nella scena del briefing all’inizio è terrificante), il Soldato d’inverno è molto meno ridicolo di quanto si potesse temere, anzi, funziona proprio bene e il computer parlante a metà film è un bel modo per mettere in scena un personaggio impresentabile. E [nerdometro warning] in generale, nelle scene d’azione, qua siamo quasi entrati in zona The Avengers nell’ottica del bambino che vede le cose dei fumetti che volano sullo schermo e non ci capisce più nulla, si ritrova lì a sorridere e basta, con le lacrime agli occhi e la pelle d’oca. M’è successo su tutte le scene d’azione. Tutte. Cominciavano a volare cose e io non ci capivo più nulla. A fine film mi sono accorto che non avevo neanche aperto la bottiglietta di coca poggiata al mio fianco. E che vi devo dire? Che ci posso fare? Niente, va così. Senza dimenticare che la scenetta sui titoli di coda m’ha fatto salire il fottometro alle stelle. Dai, va tutto bene. Il vero problema è che, dopo essere rimasto così soddisfatto per un film su cui avevo aspettative basse, a questo punto, diventa dura. I prossimi tre Marvel arrivano dalla tripletta Gunn/Whedon/Wright. Altro che fottometro.

In tutto questo, il film in America esce fra quattro giorni, quindi immagino che l’episodio di domani di Agents of S.H.I.E.L.D. sia ambientato prima e, presumibilmente, le conseguenze di quel che accade qua le vedremo poi. Forse. Tipo, boh, cambiano il titolo? Ops, spoiler.

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Lo spam della domenica mattina: Si ricomincia

Questa settimana, su IGN, al di là di qualche traduzione, mi sono dedicato a smaltire un po’ di avanzi dalla GDC (e ce n’è ancora, hai voglia). Per la precisione, abbiamo pubblicato uno specialone su più pagine ricolmo di videoanteprime su vari giochi indie provati nel corso di un paio di eventi, l’anteprima di To Leave, il primo gioco PSN realizzato in Ecuador, e quella di Word Explorer, il primo gioco originale di Jon Hare da quasi vent’anni a questa parte. E alla fine è anche per questo che è bello andare alla GDC: vai a berti un caffè con un paio di ragazzi dell’Ecuador che ti mostrano entusiasti il loro gioco e incontri per la prima volta, così, un Jon Hare, come se niente fosse, nella lobby di un albergo. Su Outcast, invece, è tornato l’appuntamento fisso col Videopep in cui mostro la monnezza riportata a casa dalla fiera, ho scritto cose sul film di Need for Speed e ho ovviamente scritto l’Old! dedicato al marzo del 2004. Senza dimenticare il The Walking Podcast dedicato agli ultimi due episodi del telefilm, ci mancherebbe.

E domani si registra l’Outcast Reportage sulla GDC 2014!

La robbaccia del sabato mattina: Oh, calmatevi!

Ma che cacchio è successo questa settimana? Che è ‘sta valanga di trailer, pseudo-trailer e robe assimilabili di roba più o meno nerd? Boh. Comunque…

OK, X-Men: Giorni di un futuro passato comincia a sembrare davvero ganzo. Non che non mi fidassi, di Singer tendo a fidarmi, però a questo punto mi sta salendo una discreta voglia, via. Poi mi diverte un sacco tutto il giocare coi viaggetti avanti e indietro nel tempo, gli omaggi e le citazioni. E gli accenti tutti brit con cui si urlano dietro. E poi c’è Jennifer. Su, dai. Bonus: un altro breve filmato che mostra i vari personaggi messi in fila e fa vedere i poteri di Quicksilver in azione.

Sempre a tema Marvel, ma l’altra Marvel, quella che si chiama Marvel, ci sono un po’ di foto e filmatini più o meno rubacchiati dalle riprese di Avengers: Age of Ultron in Italia, da cui si possono ammirare Scarlet Witch, il loro Quicksilver e Ultron. Da lì viene fra l’altro l’immagine là sopra. E da quest’altra parte ci sono altre foto in cui si vede Jeremy Renner con addosso un robo che sembra omaggiare il costume classico col gonnellino, che è un bel gesto, dai. Ora, detto che i costumini, in queste foto, sembrano sempre ridicoli il doppio rispetto a come saranno poi nel film (e comunque Ultron è chiaramente solo una versione di scena su cui appiccicare poi gli effetti), a me Cipollina Olsen non dispiace già così. Sarà che è Cipollina Olsen, boh. Comunque fantastiche le voci degli italiani che commentano nei video.

Proseguiamo con il primo trailer dell’Hercules con The Rock. E, boh, in linea di massima ci sono le cose che dovrebbero piacermi: c’è The Rock tutto pompato, si intravedono le fatiche, c’è il tentativo di dargli un tono un po’ cupo. Solo che poi PG-13, Brett Ratner e, boh, la fiducia va un po’ a farsi benedire. Eppure, per qualche motivo, sono stranamente convinto che potrebbe essere divertente.

Nuovo trailer per Edge of Tomorrow, il film con Emily Blunt, Tom Cruise dentro agli esoscheletri che spacca tutto, Emily Blunt, una storia tutta strana in stile Ricomincio da capo ed Emily Blunt. Boh, a me ispira tantissimo, Tom Cruise uno di noi e poi Emily Blunt.

Bum bum bum, esplosioni, Collo, bordello, esplosioni, robot volanti, lo spazio, gli alieni, i superpoteri, le astronavi, le cose che volano, i pianeti che esplodono, Mila Kunis, esplode tutto, la fantascienza, i videogiochi, pim, pim, pum, dai, Jupiter Ascending, su.

Ehm, OK, il film sulle tartarughe ninja prodotto da Michael Bay e diretto da quello là di cui non voglio neanche fare il nome. Ammetto poco interesse. Anche se comunque, alla fin fine, il trailer fa quel che deve fare: Megan Fox non ha smesso di essere gnocca, William Fichtner è comunque sempre uno in grado di tenerti in piedi un film da solo e le tartarughe, lo so, lo so, IL MONDO odia ‘sto design, io non le trovo così orrende e Michelangelo che fa il cretino mi sembra in linea con il personaggio. Che ci posso fare?

Questo qua sopra è Goblin da The Amazing Spider-Man 2. Fa onestamente abbastanza schifo. Non nel senso che non mi piace il design, è che è proprio brutto. Ma che è? Ma almeno i denti lavateli, dai! Comunque, a proposito di orrore, è spuntato così, dal nulla, senza avvisare, questo teaser trailer qua di seguito per Phantasm V: Ravager, che sembra veramente una trashata senza fine.

Chiudiamo con il cortometraggio amatoriale dedicato a Deus Ex: Human Revolution. Devo dire la verità? Non dubito che tecnicamente sia ben fatto, ma a me ha fatto abbastanza calare la palpebra.

Ieri sera sono andato a vedere il nuovo Captain America, ma non so dire se mi sia piaciuto, perché questo post l’ho programmato prima di uscire.

Lunchbox

The Lunchbox (India, 2013)
di Ritesh Batra
con Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui

Sempre all’insegna del programma “proviamo a guardare film in lingue strane coi sottotitoli in francese perché così mi si spalanca tutto un altro mondo e veramente non farò altro che andare al cinema tutto il tempo finché resterò a Parigi”, due giorni dopo Il tocco del peccato (cinese) e una settimana prima di Si alza il vento (giapponese) sono andato a vedermi Lunchbox (indiano). E la tripletta mi ha confermato che sì, si può fare. Addio. Comunque, al di là dei fatti miei che non interessano a nessuno ma rappresentano sempre un buon modo per iniziare un post che altrimenti non saprei come iniziare, Lunchbox è un gran bel film, una commedia romantica dal tocco un po’ esotico, che sfugge alle regole della commedia romantica occidentale e si racconta con un ritmo tutto suo, una comicità delicata e soprattutto una forte capacità di raccontare, pur con tono leggero, un mondo lontanissimo e un contesto sociale molto particolare.

È un film indiano un po’ occidentalizzato, che rifiuta certi estetismi esagerati, evita di scivolare nel musical e non ha nulla a che vedere coi film indiani coi robot, i supereroi, i calci volanti e i cavalli lanciati in autostrada che abbiamo visto tutti su Youtube. Ha un protagonista faccia nota di tanto cinema occidentale (il narratore in Vita di Pi, per dirne una) e racconta una storia che riesce a infilarsi in quella classica posizione di traverso, a metà fra un contesto sufficientemente alieno da risultare curioso e affascinante, ma non al punto di diventare incomprensibile, anche se è ovvio che certi meccanismi e certe situazioni quasi lo sono. Racconta di un rapporto che nasce fra due perfetti sconosciuti, che finiscono a scriversi brevi lettere a causa di un disguido nel rinomato servizio di consegna del pranzo in ufficio in vigore a Mumbai, e porta avanti la loro storia in maniera semplice, accattivante, non banale, esprimendosi attraverso una comicità malinconica e lieve.

A tenere in piedi il film ci pensano poi gli attori, soprattutto il protagonista, bravissimo nel rendere la pesantezza di un uomo messo in difficoltà dagli eventi passati e dall’improvvisa facilità con cui si trova ad aprirsi con una sconosciuta senza mai vederla in volto. Ma anche chi gli ruota attorno funziona a meraviglia, per esempio nel tratteggiare il classico “amico un po’ fesso” da commedia americana, che qui trova invece una dimensione anche lui piacevolissima, non invadente e non poi così macchiettistica. Il tutto mentre si raccontano un piccolo spaccato d’India moderna e i mutamenti che quella società sta attraversando sul piano dei rapporti umani. Senza contare che, con tutti quei pranzi e cene consumati dai protagonisti, rimane addosso una fame che la metà basta. 

In tutto questo, vale la pena di far presente che a Parigi, in un multisala di una grande catena, proiettano un piccolo film indiano sottotitolato nella seconda sala più grossa. Così, per dire.

Il tocco del peccato

Tian zhu ding (Cina, 2013)
di Jia Zhang-Ke
con Zhao Tao, Jiang Wu, Wang Baoqiang, Luo Lanshan

Il tocco del peccato racconta quattro storie che si intrecciano fra loro in maniera molto leggera, andando a condividere magari pezzetti d’ambientazione, qualche personaggio di contorno, piccole coincidenze, ma risultando unite soprattutto per i temi di fondo. Si parla della Cina moderna, quella che ruota attorno all’improvvisa e furiosa espansione metropolitana, economica, industriale, che non guarda in faccia a nessuno e distrugge la vita di provincia e di chi non riesce a inseguire il successo, ricoprendola sotto le aspettative, le pressioni e le abitudini di un nuovo contesto sociale fatto di crescita infinita e spericolata. Le quattro storie sono tutte ispirate a fatti di cronaca realmente avvenuti e ruotano, come da titolo, attorno allo scivolare nel peccato, che genera improvvise, furiose reazioni, esplosioni di violenza che lacerano il film all’improvviso e distruggono le vite dei suoi protagonisti.

Quella messa in scena da Jia Zhang-Ke è una Cina agghiacciante, in cui dominano la solitudine, la corruzione, il potere del denaro conquistato alle spese degli altri, la distruzione dell’essere umano. Non c’è speranza, non c’è spazio per un raggio di sole, solo una terrificante disperazione, che porta gli esseri umani a uno stato di esasperazione tale da sfociare inevitabilmente in esplosioni furiose e insensate, di rabbia e violenza, ora contro se stessi, ora contro l’oppressore di turno, ora addirittura contro chiunque abbia la sfortuna di passarti davanti. Il messaggio è chiaro, magari un po’ semplice nel modo in cui viene ribadito e sottolineato, ma quando ha il clamore di quella splendida scena al bordello, in cui il denaro viene letteralmente usato per colpire la propria vittima e la reazione furiosa sembra uscita da un film di samurai, non ci si può mica lamentare.

E alla fine il fascino di Il tocco del peccato sta anche e soprattutto lì, oltre che in ciò che racconta, così lontano (?) e inquietante, nel modo in cui lo racconta. Nella capacità di prendere un taglio compassato e iperrealistico, grazie a cui mette in scena un limpidissimo spaccato delle contraddizioni che popolano la Cina moderna, e mescolarlo a delle improvvise esplosioni quasi da film d’azione, splendidi virtuosismi registici dall’impatto fulminante. È un film tosto e bellissimo perché ti assorbe lentamente con la forza di quell’incedere orientale placido, lancinante e capace di descrivere alla perfezione i suoi scenari depressi e poi ti schiaffeggia con la sua improvvisa carica brutale.

Ho visto il film al cinema, qua a Parigi, qualche tempo fa, in lingua originale con sottotitoli in francese, all’insegna del programma “ma sì, proviamoci”, figlio del fatto che il francese bene o male lo capisco e comunque lo sto studiando. Non ho avuto particolari problemi di comprensione ed è stata una bella conquista, dato che adesso mi sento autorizzato ad andare al cinema a guardarmi qualsiasi cosa. Tranne i film francesi. Perché il francese parlato mi risulta ancora complesso. E son belle cose, dai. Sempre meglio che in Germania.

The Good Wife – Stagioni 2/4

The Good Wife – Seasons 2/4 (USA, 2011/2013)
creato da Robert King e Michelle King
con Julianna Margulies, Josh Charles, Matt Czuchry, Archie Panjabi, Chris Noth, Christine Baranski, Alan Cumming

Pensa te come vola il tempo quando ci si diverte. Sembra ieri che ero qui a chiedermi se fosse il caso di andare avanti dopo aver visto il bruttarello episodio pilota di The Good Wife, sembra stamattina che ero qui a raccontare di come avessi fatto bene a tenere duro e guardarmi tutta la prima stagione, imperfetta, piena di alti e bassi, ma interessante, ricca di spunti e fondamentalmente in grado di farmi appassionare e convincermi ad andare avanti. Sembra ieri, sembra stamattina, ti giri un attimo e son passati due anni abbondanti, sulla TV americana è in corso la quinta stagione e io nel frattempo mi sono messo in pari. O, comunque, mi sono messo in pari secondo i miei criteri, quelli del “aspetto di avere per le mani la stagione completa e me la guardo in botta”. E no, non me ne sono minimamente pentito. Anzi, son proprio contento. Nonostante alti e bassi, per carità.

Fra i miglior pregi di The Good Wife c’è il suo essere riuscita, più o meno dalla seconda stagione in poi, a definirsi una propria identità senza sacrificare una componente a favore dell’altra. Perché il punto è che le vicende di ciccia Margulies sono ottime sia dal punto di vista del caso della settimana, vale a dire ciò che più temevo e che invece si rivela spesso essere la parte più interessante, sia sul fronte degli intrighi che pian piano si sviluppano attorno alla carriera politica del marito, alle tresche amorose, allo sviluppo dei vari personaggi, ai drammi familiari e ai drammi esistenziali da ufficetto. La quadratura del cerchio sta soprattutto nel livello quasi sempre ottimo della scrittura, nella capacità di proporre casi bene o male sempre interessanti, talvolta anche dal notevole portato drammatico, e nel modo in cui la serie riesce tutto sommato ad essere moderna senza quasi mai sforare nel ridicolo involontario dello zio che vuole fare il giovane a tutti i costi. Anzi, si affronta spesso la consapevolezza di persone d’una certa età che hanno a che fare con un mondo per loro nuovo e alieno.

Poi, certo, ogni tanto si sbraca e saltano fuori cose che non funzionano. Jason Street nel ruolo del detective dalle maniere forti è talmente fuori luogo, povera stella, da farti pensare che l’abbiano scritturato col solo scopo di far fare una figura migliore all’insopportabile Archie Panjabi. Ci sono certi momenti, sempre ben sottolineati dall’accompagnamento musicale, in cui mi rendo conto di essere brutalmente fuori target e che, per questa serie, riuscire ad accalappiare il sottoscritto rappresenta una piacevole sorpresa, ma l’obiettivo primario rimangono le casalinghe disperate. C’è l’attrice che interpreta la figlia della brava moglie, una cagna maledetta e insopportabile. E, se vogliamo, c’è qualche scivolone tematico, perché parlare di crisi economica ha senso, ma farlo cercando di far provare trasporto emotivo nei confronti di una banda di ricconi che, poverini, stanno in crisi perché hanno gestito a caso il proprio studio e si ritrovano con milioni di dollari di debito, beh, insomma, eh, c’è un limite a tutto.

Nel complesso, però, si tratta di una gran bella serie, davvero ben scritta, interessante per il modo in cui, pur non scivolando mai particolarmente verso toni davvero cupi, si diverte molto a giocare sulla dubbia moralità di praticamente tutti i suoi personaggi, facendoli spostare senza sosta da un lato all’altro della barricata e piazzandoli spesso in situazioni nelle quali è difficile distinguere nettamente bene e male, giusto e sbagliato, mi trombo il marito e mi trombo il collega. In più, il cast di contorno è quasi tutto mortalmente azzeccato, pieno di guest star che funzionano a meraviglia, con in testa il sempre adorabile Michael J. Fox e a seguire tutto il circo di tromboni che appaiono di qua e di là, dipingono magari un po’ troppo i giudici come una manica di freak, ma danno colore alla serie. E poi Alan Cumming, Jill Flint e Amanda Peet.

Nota di colore e meta-spoiler: il finale della quarta stagione è identico al finale della terza stagione di Mad Men. L’avranno fatto apposta?

The Walking Dead 04X15: "Noi"

The Walking Dead 04X15: “Us” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da David S. Goyer
con Norman Reedus, Jeff Kober, Steven Yeun, Michael Cudlitz, Andrew Lincoln, Lauren Cohan e un altro po’ di gente

Inevitabilmente, nel penultimo episodio della stagione tira una forte aria da “ci siamo quasi”, con le strade dei diversi personaggi che piano piano convergono e offrono un fugace spunto di gioia e ottimismo prima dei calci in faccia finali. In questo senso, per l’ennesima volta, gli autori di The Walking Dead non lavorano esattamente di fioretto e ci ritroviamo con una puntata che spazza via il dramma e lascia spazio a ragazzini che ritrovano la voglia di giocare, innamorati che si abbracciano di nuovo, redneck che costruiscono una grande famiglia e l’arrivo finale nel fantastico e promettente regno di Team Fortress Terminus. Certo, le tragedie sono sempre dietro l’angolo, fra lo sguardo da cucciolone ferito di Daryl che si strugge pensando al destino di Beth e Maggie che sembra quasi voler firmare la propria condanna a morte con quella storia del “Non ti servirà più la mia foto”, ma insomma, il tono è chiaramente da illusione d’ottimismo.

L’episodio ha però anche la funzione di dare un po’ di spazio ai nuovi arrivi, con un Jeff Kober in gran forma, graziato da un personaggio che sembra avere qualcosa di dignitoso da dire, e un Michael Cudlitz che inizia a tratteggiare un minimo il suo Abraham. Poi, certo, la compagnia diretta a Washington è brutalmente in zona macchiette, ma perlomeno si stanno continuando a costruire piccole dinamiche interessanti nel modo in cui vengono fatti incontrare e interagire i vari personaggi. D’altra parte è evidente che il punto ora diventa spingere tutto quanto è stato raccontato nella seconda metà di stagione verso uno sbocco finale, in cui probabilmente vedremo esprimersi fino in fondo il tema che ha percorso questi episodi, la ricerca di una nuova forza tramite cui sopravvivere nel mondo brutto e cattivo degli zombi, seguendo una specie di trasformazione globale sulle orme di Carol.

In questo senso, diventa sempre più facile aspettarsi che alla fin fine succeda proprio quel che è accaduto anche nei fumetti, e del resto gli stessi autori lo suggeriscono come al solito trollando con la frase che chiude l’episodio. Andrà effettivamente così? Ci ritroveremo davanti una Beth in fricassea per giustificare l’improvvisa chiusura di vene sul collo a tutti quanti e una successiva esplosione di violenza? Anche l’immagine di Rick che circola nel trailer del prossimo episodio sembra suggerirlo, poi chiaramente vai a sapere. Di buono c’è che il lavoro fatto sui personaggi in questi episodi rende un po’ più difficile del solito prevedere chi sia l’inevitabile morto in arrivo. Vuoi perché s’è dato spazio a tutti, vuoi perché fanno le finte con gli indizi, fatico ad avere certezze. Mi sembra una cosa positiva, no?

Io comunque me la gioco facile e vado su Beth in salmì e successivo massacro dei cattivi per poi dirigersi placidamente in direzione Washington D.C.

The Walking Dead 04X14: "Il bosco"

The Walking Dead 04X14: “The Grove” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Michael E. Satrazemis
con Melissa McBride, Chad L. Coleman, Brighton Sharbino, Kyla Kenedi

L’anno scorso, l’episodio di The Walking Dead trasmesso mentre ero negli iuessei me lo sono visto in diretta sulla TV via cavo dell’albergo, con Fotone e Paoloaggiacci sdraiati in pieno coma sul letto a fianco. Era l’episodio della cavalcata verso il sole di Michael Rooker e me lo sono gustato per bene, nonostante la pena del guardarlo in TV con le circa centododici interruzioni pubblicitarie. Sono appena andato a rivedere: ne avevo scritto da San Francisco, certo impiegandoci un paio di giorni, ma comunque pubblicando il post da là, in una settimana in cui per altro ero miracolosamente riuscito a buttar fuori un post al giorno, così, a sorpresa, senza crederci. Quest’anno, invece, sono partito convinto che ce l’avrei fatta e mi sono arenato lunedì, non pubblicando poi niente per il resto della settimana. Senza contare che l’episodio di The Walking Dead me lo sono guardato in aereo, sul viaggio di ritorno, prima di svenire e riaprire gli occhi praticamente in fase di atterraggio. E che vi devo dire, non si finisce mai d’invecchiare.

Comunque sto divagando, più che altro perché la verità è che non è che abbia molto da dire e oltretutto, diciamocelo, con una settimana di ritardo, ma chisselincula il post sull’episodio di The Walking Dead, la sera in cui tutti stanno già pensando all’ormai trasmesso successivo e all’imminente finale di stagione? Nessuno, immagino. Ma tant’è, ci tengo a scrivere un post per ogni episodio e quindi eccomi qua, a commentare velocemente la puntata in cui è accaduto bene o male quel che ci si aspettava, o che comunque si aspettava chi – come me – vedeva nelle due bimbe la versione televisiva di quell’altra faccenda capitata nei fumetti. E com’è andata? Benino. Di sicuro non benissimo, perché il problema di tutta questa storyline, sulla carta potente e neanche mal raccontata, sta nel fatto che le due attrici bambine scelte per interpretare i personaggi in questione sono due cagne maledette e hanno reso intollerabile quasi ogni loro singola apparizione. E pure l’improvvisa trasformazione di Mika da stordita a quella che in realtà ha tutto sotto controllo, insomma, m’è parsa un po’ impacciata nella scrittura.

Però comunque anche abbastanza bene, perché la parte finale dell’episodio, dal ritorno a casa con sorpresa in poi, è bella tosta. È tosta, per l’appunto, la sorpresina, è meraviglioso lo scambio relativo a Judith ed è bello poi tutto quel che viene dopo, con l’esplosione disperata di una bambina che va in crisi non tanto per il gesto assurdo compiuto, quanto per il timore di aver perso l’approvazione della nuova mamma. E perché i due attori adulti compensano e interpretano molto bene la doppia scena madre incrociata, nonostante qualche dialogo faccia un po’ cadere le braccia. Poi, vabbé, Carol che continua a ripetere a Tyreese, parlando di Lizzie, bene o male le stesse cose che Rick ha detto a lei quando se l’è levata di torno, è un po’ sempre il solito imboccare brutalmente lo spettatore a cui questa serie ci ha abituato, ma insomma, che The Walking Dead sia ben lontano dalla perfezione e abbia anzi alti e bassi clamorosi anche all’interno del singolo episodio, ormai, l’abbiamo capito.

Ma in tutto questo, gli zombi carbonizzati venivano dalla casetta di John Hughes?

Lo spam della domenica mattina: GDCiao

Allora, mentre questo post viene pubblicato, dovrei essere in volo sull’oceano. E alla fine, nel corso della settimana, non sono riuscito a pubblicare una sega qua sul blog, a parte il post su Philomena che ho scritto in aereo all’andata. Neanche ho visto l’episodio di The Walking Dead! Così, a occhio, mi sa che me lo sono guardato in aereo durante il ritorno. Forse. Comunque, facciamo l’elenco di quel che è spuntato invece su Outcast e IGN. Su Outcast, abbiamo il The Walking Podcast dedicato al nuovo episodio del videogioco Telltale, un Librodrome in cui si parla di musica, il nuovo Outcast Magazine e l’episodio di Old! dedicato al marzo del 1994. Su IGN è spuntato il Cartoline dal passato dedicato a Dr. Mario e per il resto è tutta GDC. Abbiamo un video sulla conferenza dedicata alla lavorazione di Little Inferno, la videoanteprima di Alone With You, la videoanteprima di This War of Mine, un video dedicato ai giochi Daedalic, la videoanteprima di #idarb, il racconto della presentazione di Project Morpheus, l’incontro con un visore per la realtà virtuale basato sulla tecnologia Android, l’anteprima di Evolve, le mie impressioni in video dopo la prova di Project Morpheus, quelle dopo la prova di Steam Controller, la videoanteprima di Monument Valley, la videoanteprima di Godfire: Rise of Prometheus e la videoanteprima del nuovo Gauntlet.

Bonus: può essere che spunti anche il video sulle avventure grafiche di Phoenix Online Studios. E magari anche lo speciale con le varie videoanteprime dei giochi indie provati allo showcase Microsoft. Ma non lo so, sono in viaggio, può essere, chi lo sa, vai a sapere.

Chiaramente, c’è molta altra roba di cui voglio scrivere e fra l’altro ci sono diversi altri video che abbiamo registrato ma non ancora pubblicato. Senza contare che arriverà l’Outcast Reportage. Insomma, un attimo di pazienza.

Philomena

Philomena (GB, 2013)
di Stephen Frears
con Judi Dench, Steve Coogan

La totale assenza di vergogna, il non nascondersi dietro un dito, la convinzione piena in quel che si sta facendo e che si vuole essere, sono per me doti fortissime, che in larga parte definiscono la dignità di un’opera. Per questo un film come The Raid è un capolavoro anche se “non ha trama”, per questo un film come Die Hard è fra i miei preferiti di sempre anche se racconta scemenze, per questo, immagino, molti mi danno del cretino e per questo Philomena è un gran bel film anche se non si vergogna di essere melodramma, di strappare lacrime e di farti ridacchiare nelle maniere più classiche possibili.

Lo è perché Judi Dench è un’attrice pazzesca, certo, e perché Stephen Frears ha bevuto dalla fonte della giovinezza ed è finalmente tornato a dirigere un film sul livello dei suoi migliori, ci mancherebbe, ma lo è soprattutto grazie al lavoro di Steve Coogan, che segna a fuoco Philomena producendo, interpretando alla perfezione e scrivendo (assieme a Jeff Pope) una sceneggiatura perfetta. Nel raccontare una storia talmente intensa e fuori dall’ordinario che sembra uscita dalle rivistucole e dai romanzetti che la stessa Philomena ama leggere, il film insegue mille diversi fili senza mai andare in confusione e mantenendo anzi sempre un controllo perfetto sul tono. C’è la commedia, a tratti esilarante, basata sul classico rapporto fra il giornalista scafato e la donna anziana, c’è il lancinante dramma di una madre separata dal figlio e di un figlio abbandonato dalla madre, c’è perfino il gusto per il mistero, per l’andare alla ricerca dei pezzetti di un mosaico lungo decenni, e c’è un film bilanciato alla perfezione, che sa sempre quando giocarsi le sue armi, ti commuove disperatamente con un primo piano, una svolta drammatica o l’improvvisa espressione del desiderio di conoscere i pensieri del proprio figlio, ma non scivola mai nel facile patetismo che ci si potrebbe aspettare.

Insomma, Philomena è la dimostrazione lampante del fatto che, se “certi film” sono brutti e insopportabili, non è colpa del genere o dell’approccio, ma semplicemente, beh, del loro essere brutti. E in questo, oltre che nell’essere un racconto bello, emozionante, divertente, intenso e splendidamente interpretato, c’è forse uno dei suoi più grandi meriti: nel costringerti a rivalutare la spocchia con cui tendi a guardare un certo cinema.

L’ho visto al cinema, in quel di Parigi e in lingua originale, circa due mesi fa. [Inserire qui il solito pippone su quanto le interpretazioni di un film del genere si meritano di essere gustate in lingua originale] Ne ho scritto ieri, l’altro ieri, l’altra notte, non lo so, jet lag, otto ore di differenza perché qua già stato il cambio dell’ora, whatever, mentre viaggiavo in aereo, non dormivo, giocavo e partorivo pure due articoli per Outcast e uno per IGN. Non ho scritto altro per il blog, quindi mi sa che questa settimana ci sarà carenza di post.