Archivi tag: Will Ferrell

Vero come la finzione


Stranger Than Fiction (USA, 2006)
di Marc Forster
con Will Ferrell, Maggie Gyllenhaal, Dustin Hoffman, Emma Thompson, Queen Latifah

Harold Crick è un uomo triste e solitario, che vive una mediocre esistenza da agente delle tasse, fissato coi numeri, adagiato sulle sue monotone abitudini. Una mattina, mentre si lava i denti, sente una voce di donna nella sua testa. Una voce che non parla con lui, ma parla di lui. La sua voce narrante, che racconta della sua vita, dei suoi incontri, dei suoi sentimenti. E della sua imminente morte. La voce è quella di Kay Eiffel, una famosa scrittrice che sta cercando di ultimare il suo nuovo romanzo e che non sa di stare decidendo, con la sua macchina da scrivere, della vita di un uomo.

Da queste intriganti premesse, Marc Forster trae una deliziosa commedia agrodolce, romantica e sognante, graziata da attori meravigliosi e da un Will Ferrell che – udite udite – tiene la scena anche meglio di quando fa lo scemo urlando tutto il tempo. La sceneggiatura, firmata da un pressoché esordiente di nome Zach Helm, parte da un’idea divertente e affascinante che, oltre a raccontare una bella storia, propone temi di peso. Forse non vi affonda i denti più di tanto, ma offre comunque l’occasione di riflettere sul libero arbitrio e sul senso di responsabilità.

Ma soprattutto Stranger than Fiction (traduzione letterale, proprio) è un bel film. Curato nei dettagli, nelle piccole cose, nelle belle scenografie e nelle invenzioni visive, originali ed efficaci, mai ostentate o invadenti. È un film fatto di dialoghi e caratteri, di bravi interpreti e di belle atmosfere. Pacato e adorabile, dolce, magico e commovente. Ce ne fossero!

Annunci

Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy

Anchorman – The Legend of Ron Burgundy (USA, 2004)
di Adam McKay
con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner

Ron Burgundy è anchorman leader della squadra di reporter di Channel Four, a San Diego. Vincitore di cinque Emmy Award, eroe popolare, amato dalle donne, pomposo, spocchioso e stupido all’inverosimile, cade vittima del fascino di Veronica Corningstone, sua nuova collega particolarmente apprezzata e pronta a tutto pur di soffiargli il posto. Pare il canovaccio per un film di Garry Marshall (o della sorella Penny, o magari di Nora Ephron), e invece è il primo delirio cinematografico a firma Adam McKay/Will Ferrell.

Anchorman, così come il successivo Talladega Nights, si diverte alle spese di un microcosmo tipicamente americano, che può probabilmente trovare riscontro anche da noi, ma i cui folli stereotipi sono tremendamente radicati nella cultura e nel modo di vivere a stelle e strisce. E questo limita un po’ l’impatto del suo approccio satirico perché, per quanto ci si possa divertire di fronte a quell’atmosfera stupidina e leggera, a quei personaggi tremendamente convinti e spocchiosi ma tutto sommato adorabili, rimane sempre la sensazione di non conoscere fino in fondo l’argomento di cui parla il film.

Film che comunque funziona solo fino a un certo punto anche per colpa dei limiti di una struttura che si basa sostanzialmente solo su una lunga serie di sketch messi l’uno in fila all’altro. È difficile e forse anche pretestuoso mettersi a distinguerli, ma l’impressione è che, rispetto a un Talladega Nights decisamente più riuscito, Anchorman sia il classico “film del comico televisivo”, impacciato nel raccontarsi e impegnato più che altro a mettere in scena i suoi numeri famosi, i tormentoni, le apparizioni speciali degli amici. Manca insomma, la capacità di andare un po’ oltre il cabaret e mettere in piedi un film vero e proprio.

O magari il problema è che due pellicole dominate da Will Ferrell viste a stretto giro di tempo sono troppe, nonostante alcune trovate divertentissime (il gobbo, la cena al club) e uno Steve Carell spettacolare.

Ricky Bobby


Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby (USA, 2006)
di Adam McKay
con Will Ferrell, John C. Reilly, Sacha Baron Cohen, Gary Cole, Michael Clarke Duncan, Leslie Bibb, Amy Adams

Mi sfugge come si possa pensare di sostenere – l’ha fatto qualcuno su it.arti.cinema – che questo film abbia il difetto di “prendersi sul serio”. Casomai sono i personaggi, a prendersi sul serio, come del resto praticamente sempre avviene in parodie di questo tipo. Fa parte del gioco, no? E il gioco funziona, perché Talladega Nights non si limita a fare uno “spoof” a episodi modello Scary Movie e non attacca dei film in particolare, ma fa piuttosto il verso a un’intera categoria, quella dei “biopic” sportivi. Ne assale vizi, virtù e stereotipi, con un taglio che si può solo definire stupido e scemo, ma che stupido e scemo non è nella sceneggiatura.

McKay e lo stesso Ferrell han fatto un gran bel lavoro nello scrivere dialoghi totalmente assurdi ed esagerati, sopra le righe oltre ogni limite, ma divertenti proprio perché presi sul serio da chi li pronuncia. Le scemenze declamate da Ricky Bobby, Cal Naughton, Jean Girard (uno splendido Sacha Baron Cohen) e compagni – da ascoltare tassativamente in lingua originale – sono un delirio di suoni gutturali e accenti caricati, emessi da persone che trascorrono tutto il film sparandosi le pose e prendendo in giro ciò che raccontano. E il bello è che proprio questa assurda carica demenziale rende Talladega Nights un ritratto molto fedele del circo sportivo americano. Molto più che un Days of Thunder, per capirci.

Il film di Adam McKay non travolge di risate dall’inizio alla fine e non lascia certo senza fiato, ma piace per l’atmosfera stupida e spensierata, convince grazie ad alcuni momenti tremendamente riusciti (l’incidente e la “paralisi”) e vince grazie alla simpatica antipatia dei suoi personaggi. E Will Ferrell, beh, saprà anche fare solo questo – ma vedremo come sarà in Stranger than Fictionperò è molto buffo e io non lo trovo antipatico, ecco, uffa.