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Star Wars: Gli ultimi jedi

Due anni fa, sono andato un paio di giorni a Londra per partecipare a una cosa scema e bellissima che si chiama Secret Cinema.  Il tema era L’impero colpisce ancora e lo svolgimento è descritto nel post che ho linkato qui sopra. Parte della cosa era anche una proiezione del film e nel riguardarlo per l’ennesima volta, a parecchi anni dalla precedente, mi colpi un aspetto in particolare: il ritmo. Quel film ha un ritmo pazzesco. Non se ne parla spesso, perché ci sono mille altri motivi per i quali è il più amato della serie e, se lo chiedete a me, l’unico Star Wars a cui davvero non puoi dire nulla di male, ma il ritmo, mamma mia. Parte fortissimo, non molla mai, tira dritto dall’inizio alla fine e ti martella senza tregua, senza ammorbarti con mezzo secondo che risulti superfluo. Che roba pazzesca, ancora oggi. O, insomma, due anni fa. Ed è una cosa che spicca, a ripensarci, vuoi perché molti film d’azione degli anni Ottanta, a riguardarli adesso, hanno un ritmo che risulta assai più compassato, vuoi perché oggi, se il tuo blockbuster non dura troppo, non ha un calo di ritmo clamoroso nel secondo atto e non ha in quella parte almeno due o tre scene di cui si poteva fare a meno (perché superflue o anche solo brutte), beh, non sei nessuno. Succede anche con Star Wars: Gli ultimi jedi? Certo.

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La ragazza del treno

La ragazza del treno è il libro che nell’estate del 2015 tutti leggevano sul treno, in metropolitana, in spiaggia (io) o, insomma, dove capitava. Il “caso letterario”, l’ennesimo. Chiaramente, non poteva mancare l’adattamento cinematografico, che prende il testo ambientato nei dintorni di Londra e lo sposta nei dintorni di Manhattan, conservando però un paio di attori con l’accento inglese per darsi un tono. Al di là di questa mossa territoriale, che per altro, ci dicono le vittime del Brexit, rende forse più credibile l’idea di qualcuno che da un treno riesce a spiare quel che fa la gente in casa sua, la chiave di volta del passaggio da cellulosa a celluloide stava nel riuscire ad adattare ciò che più funzionava nel libro: il montare del mistero giocando con la percezione del lettore, saltellando fra diversi momenti temporali e tre punti di vista appartenenti ad altrettanti personaggi femminili. Anche perché il resto, onestamente, era piuttosto piatto e prevedibile.

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